L’eco della noia

Nelle sue “Metamorfosi”, Ovidio racconta che Eco, una ninfa alquanto propensa al pettegolezzo, si prestò alle lusinghe di Zeus e acconsentì a distrarre la moglie Era mentre questi continuava indisturbato le sue relazioni amorose clandestine. Quando tale inganno, uno tra i tanti d’altronde, venne scoperto, Era punì Eco condannandola a non poter più proferire parola se non nella monotona ripetizione delle ultime sillabe da lei udite.

Eco divenne quindi, suo malgrado, la personificazione di una particolare forma di frustrazione che, al pari di quella rappresentata da Sisifo, si esplica principalmente nella consapevolezza duale della possibilità (in termini di idea, motivazione) e contemporaneamente nell’impossibilità (in termini di attuazione).

Il dramma della vicenda raggiunse il suo acme quando la “povera” ninfa, ormai reietta in un mondo che non poteva più né ascoltare i suoi lamenti, né tantomeno dialogare con lei, s’innamorò perdutamente di Narciso, personaggio (in-)consapevolmente portato ad alimentare ogni frustrazione femminile, e iniziò infruttuosamente a corteggiarlo.

Purtroppo, come ben si può immaginare, i suoi propositi, seppur apparentemente genuini, erano costantemente resi vani dalla sua natura e, come lo stesso Ovidio narra: “…Quante volte avrebbe voluto abbordarlo con dolci parole e rivolgergli suadenti preghiere! Ma la sua natura vi si opponeva e non le consentiva di prendere l’iniziativa. Era però pronta a fare quello che le era consentito, cioè ad aspettare di cogliere dei suoni, sulla scorta dei quali rimandare le parole….

A questo punto, senza dover necessariamente giungere alle tragiche conclusioni della narrazione mitologica, possiamo condurre un’analisi filosofico-psicologica per mettere in evidenza alcuni tratti caratteristici di questo personaggio ormai ascrivibile allo sconfinato pantheon degli archetipi.

Partendo dalla sua sorte, Eco si presenta innanzi tutto come una ninfa perennemente “annoiata”: in lei vige un perpetuo condizionale che non trova mai la possibilità di convertirsi in azione. “Vorrebbe” ma la sua natura non le consente di fare alcunché; può solo attendere che il mondo (in senso lato) gli offra una voce, uno spunto, una possibilità, ma senza tuttavia averne mai il “possesso”. Può solo carpire le ultime sillabe e ripeterle, così come l’uomo in preda alla noia si sposta invano da stimolo a stimolo, afferrandone soltanto qualche petalo morto.

Eco è condannata a sentire la necessità del volere ma, quasi paradossalmente, è costantemente sottratta alla decisione, condizione che ne giustifica uno stato di perenne attesa. Ma ogni attesa ha sempre un oggetto, concreto o disperso nelle idee più astratte, e ciò dona un senso alla stasi che altrimenti verrebbe inghiottita dal succedersi quasi involontario degli eventi.

Non è così per Eco: la sua attesa è consapevole di attendere una possibilità che non potrà saturare l’atto stesso dell’attesa e ciò diventa sempre più palese quando il bel Narciso le si para davanti. Come una lucciola nella notte, il giovane sembra aprirle la porta della possibilità, lo dona l’immagine dell’eccitazione, dell’erotica danza emotiva che turbina nelle menti degli innamorati ma, al contrario di lei, egli attende una risposta. Narciso ha un oggetto preciso nella sua mente e desidera, anche senza garantire alcuna certezza di corrispondenza per Eco, che la ninfa lo produca all’interno del dialogo.

Purtroppo questa asimmetria non ha possibilità di essere colmata. Eco ripete le ultime parole udite e Narciso, ignaro della sorte della ninfa, ben presto si spazientisce sentendosi quasi beffato da un essere così inerme. La donna, d’altro canto, scopre la sua identità in uno specchio molto simile a quello ove il giovane soleva contemplare la sua bellezza; uno specchio fatto non d’acqua, ma di intenzioni paradossalmente private di quella “tensione” che le tende verso l’oggetto desiderato.

Eco inizia, perciò, a realizzare di poter solo fare ed essere l’ombra di una possibilità perennemente lontana e quindi, quasi alla stregua di Pan che rimaneva terrorizzato dal suo stesso urlo, si annoia di se stessa e concepisce la sua distruzione come unica via per eludere il destino (personificato da Era) che era stato così spietato con lei.

In tal senso, comunque, il racconto di Ovidio non descrive né l’idea, né tantomeno un vero e proprio progetto di suicidio così come normalmente lo si intende in tali circostanze, poiché tale scelta, nella sua fredda e nuda realtà, rimarrebbe comunque un’espressione di compiuta risolutezza: possibilità tramutata in atto senza nessun rischio di incursione da parte del giudizio morale. Eco non può uccidersi. Farlo significherebbe porre tale atto alla stregua di qualsiasi altra possibilità e quindi, da un lato squalificarlo nella sua valenza simbolica, e dall’altro annullare l’incantesimo di Era.

Entrambe queste opzioni sono impercorribili: la morte non può essere che un atto di noia (subìto) strutturato nella medesima forma degli altri stimoli che ella soleva cogliere per alimentare la sua illusione di possibilità e, d’altro canto, il potere di Era sarebbe stato contrastabile primariamente da Zeus (colpevole in fondo di quella sorte), ma il padre degli dei preferisce continuare ad intrattenere le sue relazioni erotico-amorose e si dimentica del tutto della povera “aiutante” Eco.

La noia diviene il mezzo per pervenire all’identità: nulla può infatti essere scagliato nel mondo senza che questi non ne generi l’origine e quindi, la distanza tra (l’)Eco e il mondo diviene sempre maggiore, isolando l’essere della ninfa in un limbo di indeterminatezza (che è il contrario della sua precedente tendenza al pettegolezzo!). Udire un’eco porta l’uomo a volgere lo sguardo in modo incerto: ogni direzione può essere la culla di quello strano richiamo, proprio in virtù del fatto che nessun luogo è in effetti l’origine: essa è in colui che si volta a cercarla!

L’annoiato realizza la sua solitudine proprio nella ricerca spasmodica di un altro che non sia sé e che abbia il potere di flettere la freccia del suo volere in una direzione sufficientemente appagante; ma come potrebbe un richiamo così evanescente riuscire in un compito tanto arduo? In questa domanda, forse apparentemente banale, si cela un altro aspetto diabolico (nel senso originale di dia-bàllein, ovvero di “separazione”) della noia.

Essa, alla stregua della malafede, illude l’uomo di originare dall’esterno e, così come l’eco pare essere la voce delle rocce (che, tra l’altro, è lo stadio finale del deperimento progressivo della ninfa), la noia si maschera d’ogni forma: un libro, un programma televisivo, l’idea di chiamare un amico, di fare una passeggiata, e così via senza sosta. Ma in questa moltiplicazione è nascosto uno sdoppiamento in seno allo stesso individuo: l’annoiato è la sua noia, egli la reitera illudendosi di poter tramutare l’embrione di una volontà in una motivazione forte, ma nel fare ciò getta le basi per la distruzione della motivazione stessa. Il dialogo che si aspetta, nella forma di riposta da parte del mondo alle avances, riproduce macchinalmente le medesime avances e si limita ad illudere riguardo ad una potenziale concordanza.

L’annoiato, perciò, si dirige verso ciò che pensa potrà ridurre la gravosità dello stato in cui versa ma, non appena giunge in prossimità, l’eco si arresta (così come nei piccoli spazi essa è fisicamente impossibile) ed egli, sgomento, si riscopre solo e completamente inappagato.

Ma perché Eco è stata condannata a quella sorte così opprimente? Rifacendoci al mito raccontato da Ovidio, ella cercò di distrarre Era, dea del matrimonio e della fedeltà, per far sì che Zeus si divertisse senza correre alcun pericolo. In un certo senso, potremmo dire, facendo perno sulla figura di quest’ultimo dio, che Era rappresentava per lui l’immagine personificata della stabilità che, pur immersa in un continuum privo di particolari asperità, offriva costantemente la possibilità dell’impegno.

Esattamente come nel caso del “Seduttore” di Kierkegaard, Era si poneva in contrapposizione diretta con la moltitudine indistinta (e quindi fondamentalmente priva di quell’identità che consente il dialogo) di donne con cui veniva consumato un rapporto carnale solo per soddisfare un irrefrenabile impulso erotico. Ma se Zeus non cade mai in preda alla noia esistenziale che invece colpisce il “Seduttore” è proprio in virtù della consapevolezza di avere una moglie a cui dover rendere conto dei suoi trascorsi, una donna con cui il dialogo è ineludibile e che quindi lo pone di fronte, non più alla semplice contingenza, ma alla concreta necessità.

Questo è possibile finché Era rimane a sua volta consapevole che il marito è tendenzialmente portato ad un comportamento che potrebbe degenerare in una “noiosissima” reiterazione di un rituale ormai svuotato d’ogni significato; per cui, il suo ri-chiamo assume i caratteri di un processo di significazione che mette Zeus di fronte alla differenza tra l’indistinto che può solo annoiarlo e lei, Era, che invece incarna quell’impegno inalienabile.

Il tentativo di Eco, a questo punto, assume il carattere (seppur per “apparente” volontà di Zeus) di un’esondazione della possibilità della noia in quel territorio ad essa strutturalmente bandito. La ninfa “prova” a distrarre Era, ma ciò significherebbe eliminare per Zeus la certezza che la moglie non sia solo un mero elemento nell’universo di corpi femminili sovrapponibili e, tale condizione, in virtù dell’unione coniugale che lega i due dei, è impossibile. Era si accorge dell’inganno, riporta la sua attenzione sui rendez-vous amorosi del marito e relega Eco al suo mondo di pura noia.

La ninfa viene perciò punita con un contrappasso a lei molto noto: l’immersione forzata nell’indistinto e nell’indistinguibile. Eco ripete, ovvero “chiede nuovamente ciò che è già stato chiesto”; ella diviene quindi l’appendice di qualsiasi essere in grado di emettere suoni e, di conseguenza, perde la sua identità per acquisire quella trasparenza del puro suono, che ben si adatta ad ogni circostanza.

La noia si presenta quindi in una veste duale: come consapevolezza del “volere senza mai potere” e come il bieco tentativo (in malafede) di disconoscere la possibilità (perlomeno teorica) della presenza di condizioni ostacolanti la dispersione nella moltitudine.

Potremmo affermare che la seconda realtà precede di fatto la prima: la noia scaturisce dalla negazione e si lascia “emergere” come diversivo per evitare che l’attenzione possa fissarsi troppo a lungo su un oggetto. Il “Seduttore” non può amare per troppo tempo le sue pseudo-amanti, deve impedire a tutti i costi che possano crearsi le condizioni dialogiche per un legame e, quindi, passa da una donna all’altra senza alcuna cura: si preclude la possibilità di vedere le sue amanti come esseri umani proprio per poter continuare ad annoiarsi e, grazie a questa noia (dal carattere ambiguo di “sprone”, a dire il vero), evitare di dover porsi di fronte ad un singolo (s)oggetto con la sua piena identità, investita di tutti gli oneri ed onori.

In modo molto simile, Eco, in un momento di dominio impulsivo (l’innamoramento), cerca di evadere la sua condizione attraverso il corteggiamento di Narciso, ma, ancora una volta, ciò l’avrebbe sottratta alla noia, ovvero a lei stessa, e quindi, proprio in quello slancio, riscopre la sua natura e fugge disperata. Un aggettivo, quest’ultimo, assolutamente appropriato: Eco, in quanto noia, non può avere, né tantomeno trovare speranza (ovvero credenza della possibilità) poiché, come già detto, la sua più intima essenza si coniuga sempre negativamente nell’ambito del “potere”. Innamorarsi di Narciso è uno stato assimilabile ad uno scherzo del destino: il suo passato da ninfa pettegola reclama attenzione e le fa intravedere per negazione ciò ella ormai irreversibilmente è.

Eco non può che rassegnarsi a morire di noia. Sola, incapace di manifestare sua identità, si sottrae agli stimoli esterni e perde quindi anche la possibilità costante di ripetere. Si dissolve lentamente, così come la terminazione del nostro nome urlato in un grandissimo edificio vuoto, e di lei ne rimane solo un flebile singhiozzo di voci, noiosamente ripetitivo.

  • Pubblicato originariamente su Euterpe – Rivista di Letteratura, n.9 – Ott.2013 (ISSN: 2280-8108)
  • Ovidio, Metamorfosi (traduzione di Giovanna Faranda Villa), BUR