Io e Caterina: Un Flashback Post-Moderno

Negli anni ’80 Alberto Sordi portava sullo schermo il film “Io e Caterina”, un omaggio a quella che potremmo definire una sinergia perfetta tra esistenzialismo e fantascienza: in esso, infatti, il protagonista, insoddisfatto della relazione con la moglie, decide di acquistare un avveniristico robot dalle fattezze femminili, il cui ruolo, stando alle rigorose regole imposte dai progettisti, sarebbe dovuto essere solo quello di cameriera tuttofare instancabile e perfetta.

L’ironia della sorte vuole che Enrico, interpretato da Sordi, instauri lentamente un’empatica “complicità” con Caterina, la quale, a sua volta, da freddo concentrato di transistor diventa lentamente sempre più capace di ricambiare le attenzioni del suo padrone sino all’iperbolico finale che raggiunge il suo acme parossistico nell’innamoramento reciproco.

La cosa più straordinaria del film non è tuttavia insita nella sfrenata fantasia del copione, ma piuttosto nell’inconsapevole tematica che la frizzante comicità di Sordi riesce a sviluppare: egli, nel duplice ruolo di regista e attore, infatti, trasfonde in una storia di esasperazione psicologica vecchia di millenni – il rapporto uomo/donna – una soluzione surreale ma che possiede tutti gli attributi di una vera e propria fuga esistenzialistica.

Caterina è sì una macchina, surrogato dell’ingegno umano, ma è anche un potenziale “centro di attrazione” per le aberrate sofferenze di ogni uomo: ella infatti riesce non soltanto ad avere stati emozionali, ma è persino capace di modellare gli stessi alla stregua di un vero e proprio essere umano; è proprio questo l’elemento più “sconvolgente” che ancora oggi è oggetto di studio da parte di svariate discipline che fanno capo all’intelligenza artificiale: la compatibilità oggettiva di ciò che è ontologicamente soggettivo.

Per chiarire quanto detto basti pensare alla sensazione del dolore: se io sbatto la testa contro una parete i recettori tattili del cranio comunicheranno al cervello un incipiente trauma e ciò scatenerà un’immediata reazione di allarme che convenzionalmente noi tutti chiamiamo dolore. Ma si può essere certi che il mio dolore è uguale a quello di altri individui?

In termini tecnici si dice che esso appartiene alla categoria dei qualia, ovvero degli stati interni puramente soggettivi, cioè esperibili solo dal soggetto che li ospita; tuttavia nessuno oserebbe dubitare che un certo trauma provoca gli stessi effetti indipendentemente dalla persona e la medicina ne è classico esempio. Il problema sorge nel momento in cui la relazione non è più tra esseri umani, ma tra uomini e macchine: Enrico e Caterina costituiscono un insieme eterogeneo sia strutturalmente che funzionalmente, il primo è fatto di cellule e possiede una mente, mentre la seconda è un prodotto dell’ingegneria ed emula il possesso di una mente; ci si potrebbe chiedere, allora se la compatibilità dei qualia sia in linea di principio estendibile anche ad organismi artificiali e quali elementi dovrebbero essere tirati in ballo per ottenere un simile risultato.

Se infatti la fantasia non pone limiti alla virtualizzazione delle possibilità, la scienza, dal suo punto di vista, non teme quelle sfide dell’intelletto (come il volo, l’esplorazione spaziale, il progresso in campo nucleare, ecc.) che solo il tempo ha permesso di ricopiare nel grande libro delle conquiste. Non bisogna tuttavia cedere alla tentazione di guidare il proprio punto di vista verso un estremo senza prima aver indagato con cura quali implicazioni filosofiche e psicologiche una data posizione richiede: l’assunto che Caterina possa provare emozioni non è infatti di per sè sufficiente a giustificare l’empatia con il mondo umano e, allo stesso modo, una compatibilità comportamentistica, per quanto ben definita, non è necessaria nè per fondare l’esistenza di una mente pensante, nè tantomeno per eleggere la macchina al rango di “uomo cibernetico”.

Esiste quindi una contrapposizione dialettica tra i limiti del pensiero ed è compito della ricerca scientifica trovare quel punto di equilibrio che non sborda nè nella fantasia sconfinata, nè tantomeno in una cautela del pensiero eccessivamente restrittiva; lo stato attuale della realtà non permette di definire in modo chiaro quale posizione è bene assumere, ma lo sforzo congiunto di migliaia di ricercatori è certamente la prova che l’idealistica visione del rapporto empatico uomo-macchina non è un dominio assoluto della fantascienza e nemmeno un’utopia destinata a divenire realtà solo per i nipoti dei nostri nipoti.

In molte istituzioni prestigiose (tra cui i laboratori di neurobiologia e neuropsicologia del CNR) si fa ricerca sulla natura della coscienza e se ne studiano gli aspetti sia da un punto vista comportamentale, sia per quanto riguarda il substrato biologico che regge ogni processo cerebrale; in particolare, da qualche tempo, è in voga la tendenza a costruire robot “biologicamente ispirati” che possiedono oltre ad una struttura antropomorfa, molte qualità particolari che riguardano l’interazione con l’ambiente.

L’idea di fondo che sta dietro la Caterina di Alberto Sordi è ormai divenuta realtà, perlomeno concettualmente, e credo fermamente che tra qualche decennio molti ostacoli attuali possano essere definitivamente superati; ciò che tuttavia mi lascia perplesso è il sopracitato problema dei qualia: non esiste infatti alcun criterio che permetta di confrontare gli stati interni soggettivi umani con quelli di una qualsiasi macchina ed è del tutto impensabile adottare le tecniche astrattive tipiche della psicologia.

Apparentemente l’unico rifugio per la ricerca è il ricorso estremo al comportamentismo strutturale, ovvero il ricorso ad un’imitazione “bruta” del funzionamento delle reti neurali animali: in altre parole, ciò che ogni giorno si fa in molti laboratori è quello di implementare e simulare neuroni artificiali interconnessi in modo da creare una struttura che, anche se a scale molto ridotte, si comporta quasi esattamente come un cervello biologico. Purtroppo questo approccio, chiamato connessionismo, pur essendo, a mio parere, la migliore strategia di “attacco”, lascia comunque inevasi molti interrogativi, tra i quali spicca certamente il problema qui esposto; Caterina è quindi possibile, ma non esiste alcuna garanzia potenziale che assicuri la sua “compatibilità” con la realtà socio-culturale e psicologica umana.

Ciò che potrebbe venir fuori è ad esempio un robot capace di manifestare comportamenti simili a quelli di un cane o di un gatto, ovvero idonei al relazionarsi umano, ma assolutamente lontani dal livello intellettivo ed emotivo caratteristico di quest’ultima razza, e ciò non a causa di particolari difficoltà tecniche, ma piuttosto per l’univoca natura esistenziale dell’uomo. Io non so se questa particolare soggettività è frutto dell’evoluzione darwiniana, ma ciò che mi appare abbastanza chiaro è l’enorme desiderio non soltanto di scoprire le profonde radici individualistiche dell’Enrico che è in ognuno di noi, ma anche di replicare quell’ego tanto combattuto nell’essere ideale, sovrano dei nostri sogni: Caterina.