La non-libertà di essere liberi

La ricerca della libertà può intrappolare tra le sue spesse mura

La libertà è come uno zaino che viene donato al viandante che si incammina lungo una via ignota: esso è pieno di cibo e utensili e ciò, unitamente alla volontà di andare avanti, garantisce al soggetto la possibilità di esplorare terre sempre più lontane.

Gli permette di restare nei boschi più a lungo, di poter alimentarsi e di procacciarsi il cibo man mano che le sue riserve si vanno esaurendo. In altre parole: questo zaino consente al viaggiatore di essere libero. La libertà ha un’unica, grande e ingiudicabile virtù: quella di rendere liberi.

Quello appena enunciato non è tuttavia un gioco di parole: la libertà non è oggettuale, non si possiede, nè tantomeno si può cedere. La libertà è una forma particolare di essere-nel-mondo e quindi si palesa attraverso gli enti (gli uomini) che, grazie ad essa, hanno la possibilità o il dovere di comportarsi in un determinato modo.

In verità, il primo caso è solo illusorio; concordemente con il pensiero di Sartre (espresso magnificamente nel suo capolavoro “L’essere e il nulla“), l’uomo non ha alcuna possibilità nè di scegliere, nè di rinnegare la libertà. L’uomo è costretto, una volta consapevole del suo stato, ad essere libero sino alla sua morte. Il sol fatto di poter pensare l’ipotesi opposta è frutto di quella stessa libertà che permette di essere colta.

Se Sartre diceva che l’uomo è condannato ad essere libero in quanto è chiuso nella gabbia della libertà stessa, noi possiamo giungere alla conclusione che non si è liberi di essere liberi, poichè se ciò fosse falso e, se quindi l’uomo avesse la possibilità di usare la propria libertà contro se stessa, egli starebbe innanzi tutto basando il suo attacco sul medesimo esercito designato a vincere una guerra contro i medesimi soldati.

Per poter, teoricamente, rinunciare alla libertà, bisogna prima vivificarla con la consapevolezza e poi, tramite il potere che essa conferisce, cercare di definire una condizione ove tale potere non ha più alcuna valenza. Ovviamente ciò determina un circolo vizioso senza alcuna via di fuga.

Ma perchè, in fin dei conti, preoccuparsi così tanto dell’impossibilità di rinnegare la libertà? L’uomo ha sempre lottato per la sua affermazione, al punto da tributarle ogni forma di celebrazione: artistica, poetica, musicale, filosofica, etc. Pur tuttavia, ad un certo punto della sua riflessione, l’uomo “libero” (caricato, cioè, con uno zaino capiente e pieno di utili strumenti, e quindi anche pesante) si è misurato con il trauma dello sforzo necessario per poter continuare ad essere libero.

Infatti, l’identificazione uomo-libertà, essendo esistenziale, ha ipso facto trasformato l’essere-uomo in essere-uomo-libero e quindi, il non essere-uomo-libero in non-essere-affatto. Prendere atto di ciò è disarmante; il “non-potere” viene distrutto nella sua essenza da un “potere-e-quindi-dovere“, annullando anche l’illusione psico-drammatica di uno stato soggettivo nel quale il soggetto si poteva prima barricare.

Un depresso che viene posto di fronte alla condizione di poter-non-essere-depresso, così come uno schiavo che, liberato, viene di fatto reso irreversibilmente libero in quanto non-più-schiavo, è come il Tommaso dei Vangeli che, vedendo e toccando, è ormai costretto a credere, a meno di non distruggere tutto se stesso pur di non accettare ciò che si palesa di fronte a lui.

Ecco perchè la libertà, fascinosa e attraete, se-duce (ovvero, conduce a sè) per legare, così come le sirene che, nel loro canto nascondevano l’ineluttabilità della condizione di poter e quindi dover udire. Ulisse resiste, ma facendo ciò è comunque vittima di quel canta ammaliatore, poichè rimanendo legato all’albero della nave egli riconosce e ammette la sua impossibilità di sottrarsi liberamente a quel pericolo.

Concludo osservando (e, sperando di fare anche osservare) che la libertà è ingiudicabile, ovvero si sottrae a qualsiasi giudizio di valore. Essa non è nè positiva, nè negativa; non si situa nè nel versante del bene, nè tantomeno in quello del male. Data la sua natura, essa è oltre ogni dualismo in quanto, solo grazie ad essa, il dualismo può aver luogo.

Essere condannati ad essere liberi” non ha quindi alcuna accezione assimilabile ad un giudizio: essa è l’osservazione priva di voce che l’uomo “vive” di fronte ad un non-luogo ove perfino la sua innata “condizione linguistica” non riesce a regnare con pienezza.


Breve nota biografico-filosofica su Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo

Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) fu un eminente filosofo francese che giocò un ruolo significativo nello sviluppo dell’esistenzialismo. La sua filosofia era incentrata sul concetto di esistenza che precede l’essenza, sottolineando la libertà e la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita.

Uno dei contributi chiave di Sartre all’esistenzialismo è l’idea dell’esistenza che precede l’essenza. Secondo Sartre gli esseri umani non nascono con una natura o uno scopo predeterminato. Invece, prima esistono e poi si definiscono attraverso le loro azioni e scelte. Questo concetto sfida la visione tradizionale secondo cui gli individui hanno un’essenza fissa o un destino predeterminato. Sartre credeva che gli esseri umani fossero costantemente in divenire e che la vita fosse un progetto continuo di autodefinizione.

Centrale nell’approccio esistenziale di Sartre è la nozione di libertà radicale. Sosteneva che gli individui hanno completa libertà di scegliere le proprie azioni e sono responsabili delle conseguenze che ne seguono. Questa libertà, tuttavia, comporta un grande fardello di responsabilità. Sartre credeva che gli individui dovessero assumersi la responsabilità delle proprie scelte e accettarne pienamente le conseguenze, anche se sono scomode o difficili da sopportare.

Jean-Paul Sartre in un ritratto moderno, i cui contorni confusi possono evidenziare il percorso tortuoso dell'esistenzialismo verso la ricerca dell'essere
Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) in un ritratto moderno

Sartre ha sottolineato anche il concetto di autenticità dell’abitare. Credeva che gli individui dovessero sforzarsi di vivere in modo autentico essendo fedeli a se stessi e ai propri valori. Ciò implica il rifiuto delle aspettative sociali o delle influenze esterne che potrebbero ostacolare la crescita personale e l’espressione di sé. L’autenticità richiede che gli individui affrontino l’incertezza e l’ansia intrinseche dell’esistenza, facendo scelte in linea con la propria verità personale piuttosto che conformarsi alle norme sociali.

L’esistenzialismo, come propagato da Sartre, tocca anche l’idea di angoscia esistenziale o terrore esistenziale. Sartre sosteneva che gli individui provano un senso di angoscia quando si confrontano con il peso della loro libertà e con la responsabilità di fare scelte significative. Questa angoscia nasce dal riconoscimento che non esiste una fonte esterna di guida o uno scopo predeterminato. Tuttavia, Sartre credeva che abbracciare e affrontare questa angoscia fosse una parte essenziale dell’esperienza umana, poiché apre la possibilità alla vera libertà e all’esistenza autentica.

In conclusione, la filosofia dell’esistenzialismo di Sartre ruota attorno ai concetti di esistenza che precede l’essenza, libertà radicale, autenticità e angoscia esistenziale. Le sue idee sfidano le nozioni tradizionali di destino predeterminato e sottolineano la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita. Abbracciando l’approccio esistenziale alla vita, gli individui sono incoraggiati a vivere in modo autentico e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, nonostante l’incertezza e l’angoscia intrinseche che possono sorgere.


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