Quando la musica corteggia la poesia: i (non) promessi sposi

Esiste un rapporto tra musica e poesia? Certamente questa è una domanda un po’ faziosa ed è possibile rispondere in molti modi diversi. In linea di principio tutte le forme artistiche possono essere messe in relazione tra di loro, ma non è questo ciò che vorrei discutere. La mia domanda sottintende una condizione ampiamente verificata nella realtà di tutti i giorni: la musica pop e le canzoni.

La relazione tra musica e poesia si rivela in modo perentorio nelle canzoni
La relazione tra musica e poesia si rivela in modo perentorio nelle canzoni. Noi conosciamo l’insieme quasi inscindibile di testo e note e accettiamo quest’associazione senza essere in grado di verificare se realmente la musica “corrisponde” alla poesia e viceversa.

L’unicità dell’esperienza musicale nel contesto della canzone

Noi siamo abituati ad ascoltare “canzoni”, non musica con un testo (o, al contrario, un testo accompagnato da una musica). In altre parole, il nostro modo di percepire e ricordare non è basato sulla scomposizione di elementi costitutivi, ma piuttosto sulla loro sintesi. E’ vero che esistono le cover e perfino rielaborazioni armoniche e melodiche, ma ciò non aiuta molto. I risultati, infatti, vengono “riunificati” in un connubio che appare inscindibile.

Certamente è possibile esprimere giudizi estetici, apprezzare o disprezzare un determinato risultato, ma raramente leggiamo di critiche “parziali”, se non per enfatizzare specifiche proprietà intrinseche. Ad esempio, possiamo dire che il testo di una canzone è bello, mentre la musica è brutta, ma, se apparentemente ciò sembra frutto di una scissione nell’analisi, in verità l’origine da cui il giudizio prende forma è sempre la canzone, come forma espressiva unitaria e coesa.

Ma ammettiamo che tale analisi sia realmente possibile: il problema, lungi dall’essere stato risolto, si è solo spostato su un territorio ben più accidentato. Come si può, infatti, affermare che una determinata composizione musicale è adatta a un particolare testo poetico? E, viceversa, data una poesia (ovvero, il testo di una canzone), come si può sostenere che essa sia ben rappresentata da una certa musica e non da un’altra?

La musica come linguaggio asemantico

Pur non condividendo tutto il pensiero di Eduard Hanslick (ed. vedi nota alla fine dell’articolo), sono convinto che la musica possa tutt’al più essere definita come un linguaggio asemantico, ovvero basato solo sulla forma (i.e., sintassi) e la sua bellezza esista esclusivamente nel dispiegarsi della stessa durante l’esecuzione strumentale. In tal senso, il cuore del pensiero romantico favorisce la musica assoluta non tanto perchè non gradisce il canto, ma piuttosto perchè la musica è una forma d’arte in sè che non può arricchirsi tramite il contatto con il mondo poetico.

Per fare un esempio pratico, possiamo pensare a un verso generico: “Il cielo è azzurro“. E’ possibile esprimere questo concetto in musica? Ovviamente no, poichè nessuna forma melodica, armonica o timbrica può denotare alcunchè. Allora perchè ci ostiniamo a pensare che una composizione rilassata, con note lunghe e sostenute esprima il verso poetico meglio di un ritmo veloce, magari basato pure su ampi intervalli armonici?

La musica è una forma di comunicazione basata su un linguaggio asemantico e non può quindi esprimere alcun elemento riconducibile alla poesia
La musica è una forma di comunicazione basata su un linguaggio asemantico. Essa cioè consiste in una sintassi rigorosa, ma nessuna articolazione dei segni può attivare un processo di significazione. Qualsiasi composizione, dalla più semplice alla più elaborata, è chiusa in se stessa e rimanda a immagini mentali soggettive solo grazie a meccanismi associativi del cervello umano che prescindono dal significato eventuale della musica stessa.

Musica, poesia e immaginazione

La risposta alla suddetta domanda non è affatto banale, ma certamente contiene in sè, sia un elemento convenzionale (ovvero, noi siamo abituati a fare determinate associazioni e a rifiutarne altre), che uno di natura prettamente cognitiva. Non si può, infatti, prescindere dal fatto che qualsiasi segnale giunga al nostro cervello venga elaborato attraverso processi mnemonici associativi.

I non addetti ai lavori non devono temere: al di là di tecnicismi che non verranno presi in considerazione in questa sede, è sufficiente far notare come il potere evocativo di immagini, parole, suoni, etc. sia molto più comune di quanto si pensi. Chi non ha mai detto o pensato, almeno una volta nella vita, che un quadro, uno scorcio o una canzone gli facevano venire in mente esperienze passate?

Di fatto, è possibile parlare di immaginazione musicale solo a partire da una realtà che comprende diversi elementi e che, molto probabilmente, si fonda anche sull’esistenza di un linguaggio in grado di denotare ed elaborare in modo astratto i concetti stessi. Di conseguenza, un essere umano, dal momento in cui inizia a recepire e immagazzinare esperienze e segnali esterni, senza alcuna volontà, inizia anche a “immaginare”, “associare” e, in ultima analisi, a poter giudicare bello (o buono, piacevole, etc.) l’accostamento di una melodia rilassata all’immagine di un cielo azzurro e brutto il contrario.

Naturalmente, quando parlo di “immaginare” non intendo solo il recupero di una pseudo-immagine (un pò come farebbe un’intelligenza artificiale generativa), ma l’elaborazione semantica di una sorta di descrizione che, lungi dal rimanere integra, si sfilaccia in varie direzioni, portanto l’attenzione prima su un elemento, poi su un altro e così via. Se poi questo processo “incappa” in un luogo semantico particolare (e.g., l’incontro col il partner della propria vita), l’enfasi ingigantisce la percezione con un meccanismo di risonanza.

L’immaginazione non può giustificare il valore estetico

Purtroppo, anche se l’immaginazione è un processo comune e, per certi versi, intersoggettivo (ovvero, condivisibile pur rimanendo soggettivo), ciò non implica che si possa fondare l’estetica di un accostamento tra musica e poesia sul potere evocativo. In primo luogo, perchè, come già detto, le evocazioni sono soggettive e, soprattutto, perchè si fondano su un linguaggio semantico che svolge il ruolo di mediatore.

La musica, non possedendo semantica, non può essere strutturuta con un fine oggettivo, a meno di non ricorrere all’imitazione (e.g., il canto di un gallo o il ticchettare di un orologio) o a tutte le possibili note (titoli, sottotitoli, programmi) che guidino l’ascoltare verso una specifica decodifica del materiale sonoro.

L’esempio più calzante è la quinta sinfonia di Beethoven che, lungi dall’essere musica “pura”, presenta un sottotitolo determinante per la sua comprensione: “Sinfonia del destino“. Al di là della storia del compositore e delle sue vicissitudini, l’ascoltare è preventivamente informato che il tema musicale di basa sul concetto di “destino”. Di conseguenza, è sufficiente ascoltare il motivo di apertura per “bloccare” l’immaginazione e guidare la decodifica verso un ambito dove si possono ritrovare le fattezze del destino.

L’improvvisa comparsa del “rintocco” o “atto del bussare” appare come una presentazione del destino stesso (poco importa se si pensa subito a un visitatre che bussa alla porta) e attiva in ciascun ascoltare tutti i processi mentali che rievocano la comparsa dell’inatteso (bello o brutto), della sorpresa e dell’ineluttabile. La ripetizione del tema nei movimenti successivi, anche se variata, fornisce sempre un rimando all’idea iniziale, ma, forse, grazie alle scelte di tempo, melodiche, armoniche e ritmiche, Beethoven è riuscito anche a permettere di effettuare diverse associazioni mentali.

Magari il primo impatto può essere drammatico, violento, così come lo è da un punto di vista musicale, ma le successive elaborazioni diventano sempre più calme, rassegnate, consapevoli e, in ultima analisi, benevolenti nei confronti di ciò che è subito apparso come un ospite inatteso e sgradito. Di conseguenza, anche le immagini mentali suscitate nell’ascoltatore subiscono una metamorfosi e, a seconda dei casi, possono spostarsi da ricordi spiacevoli a momenti più calmi, perfino appaganti.

Non esiste la musica per una poesia o la poesia per una composizione musicale

Fermo restando quanto affermato, il problema iniziale permane immutato. La musica (non un motivo, ma piuttosto un intero svolgimento) non può mai essere definita “giusta” o “sbagliata” a seconda del contesto poetico che si sta trattando. E’ vero, ad esempio, che una canzone malinconica farà probabilmente ampio uso di tonalità minori e particolari accordi dissonanti, ma questa scelta non nasce da una ricerca di corrispondenza tra contesto poetico e musica, ma piuttosto da una convenzione.

Le neuroscienze, prima della musicologia, dovrebbero indagare sul perchè una tonalità minore suscita immagini calme, tristi o riflessive, mentre una maggiore viene percepita come più allegra e sbarazzina. Certamente, noi possiamo affermare che il legame non risiede nel linguaggio, a meno che (fatto che personalmente non ho appurato) la musica, sin dalle origini storicamente documentabili, non si è sempre basata sulla scelta forzata di tonalità minori per i brani tristi (e.g., il “Miserere” o il “Kyrie eleison” in una messa), mentre ha scelto tonalità maggiori per le danze e per i brani che inneggiavano a realtà piacevoli.

La tonalità della musica può essere più o meno adeguata al contesto, ma ciò non si basa su un significato, ma piuttosto su un meccanismo neurale da indagare con i giusti mezzi.
La tonalità della musica può essere più o meno adeguata al contesto, ma ciò non si basa su un significato, ma piuttosto su un meccanismo neurale da indagare con i giusti mezzi. Una danza allegra non è “significata” da una tonalità maggiore, al contrario, per ragioni di natura cognitiva, una tonalità maggiore o minore attiva l’evocazione di atmosfera allegra o malinconica.

Al di là di queste considerazioni, l’articolazione di una composizione rimane comunque al di fuori di ogni contesto di analisi. Esistono migliaia di brani in tonalità minore, ma solo uno è stato scelto, ad esempio, da Bach per il corale di una sua cantata. Perchè? Ecco tornare l’interrogativo iniziale: esiste un rapporto tra musica e poesia?

La risposta, per quanto possa sembrare deludente, è no, non esiste alcun rapporto, al di là della necessità o meno da parte della musica di arricchirsi attraverso il contatto con altre forme artistiche. Qualunque scelta musicale che origina da un testo può certamente basarsi sui temi trattati e fare ampio uso degli strumenti compositivi per enfatizzare un verso, ripeterlo in modo polifonico come se lo si volesse fare riecheggiare, e così via. Ma ciò non è sufficiente per affermare che si sta componendo la musica “giusta” per uno specifico testo poetico. D’altronde, è sufficiente ascoltare le messe composte nei secoli da diversi musicisti per capire che non c’è alcuna “correttezza” nell’Alleluia di Händel rispetto a quello messo in musica da decine di altri compositori.

In conclusione, desidero rimarcare la necessità di ripensare al rapporto tra musica e poesia, partendo non dall’idea di un “matrimonio” naturale, ma piuttosto dall’importanza che tale relazione de facto ha sempre avuto. Anche se non esiste alcuna forma di composizione musicale “consapevole” del contesto poetico di riferimento, ciò non toglie che determinati risultati hanno un impatto estetico di portata molto maggiore rispetto ad altri.

Il compito degli autori, quindi, dovrebbe essere quello di trascendere il limite della consuetidine, al fine di esplorare diversi territori variegati, in grado di attivare sempre più associazioni mentali in diversi ascoltatori. La musica contemporanea, cioè, dovrebbe espandersi maggiormente, riaccarezzando le forme complesse del classicismo (come la sinfonia), ma, nel contempo, translandole in un contesto storico-sociale completamente diverso. Il viaggio è lungo, ma le possibilità sono notevoli e la creatività, per fortuna, non conosce alcun limite spazio-temporale.

Breve nota sul pensiero musicologico di Eduard Hanslick

Eduard Hanslick, un eminente critico musicale ed estetista del XIX secolo, ha avuto un profondo impatto sul modo in cui la musica veniva percepita e compresa ai suoi tempi. Hanslick concepiva la musica non solo come mezzo di espressione emotiva ma come una forma d’arte che dovrebbe essere apprezzata per la sua bellezza e struttura intrinseche. Credeva che la bellezza della musica risiedesse nella sua composizione, forma e struttura piuttosto che in qualsiasi narrativa o emozione extramusicale che potesse trasmettere.

Uno dei risultati principali del lavoro di Hanslick è stata la sua enfasi sugli elementi formali della musica, in particolare nel suo libro “Vom Musikalisch-Schönen” (in Italiano edito con il titolo “Il bello musicale“). Sosteneva che il valore della musica dovrebbe essere giudicato in base alle sue qualità formali, come la melodia, l’armonia, il ritmo e la tonalità, piuttosto che sulle risposte emotive soggettive.

Prima edizione de "Il bello musicale" di Eduard Hanslick
Prima edizione de “Il bello musicale” di Eduard Hanslick, un’opera fondamentale per la ricerca musicologica romantica che riveste tutt’ora una notevole importanza per i concetti espressi e per la posizione analitico-filosofica dell’autore.

Questa idea scatenò un dibattito tra i sostenitori della musica a programma, come Richard Wagner, e i sostenitori della musica assoluta, come Johannes Brahms, plasmando il discorso sull’estetica musicale per gli anni a venire. L’eredità di Hanslick continua a influenzare la critica e l’analisi musicale fino ad oggi.


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