Quanto è profondo l’abisso di Daath?

Nel Vangelo secondo Matteo (4,5-6), Satana condusse Gesù sul pinnacolo del tempio e lo invitò a gettarsi nel vuoto affinchè i suoi angeli potessero accorrere ed evitargli quindi di urtare con il piede anche un solo sassolino. La tentazione è chiaramente “provocatoria”, l’immortalità di Gesù Cristo-uomo non poteva essere messa alla prova prima dei tempi stabiliti e pertanto l’apparente resistenza di Gesù è soltanto la logica conseguenza di un piano di cui egli è attore principale perfettamente consapevole di rischi e risultati.

In termini cabalistici, dopo la caduta di Lucifero, infatti, la sefirah Daath, posta direttamente sotto la corona, divenne un lugubre abisso e tutti i sentieri ad essa collegati vennero “degradati” al fine di far emergere la sefirah Malkuth nel mondo materiale di Assiah. La Shekinah “inferiore” posta in inizialmente in Daath (quella superiore è sempre rimasta in Binah), venne quindi “abbassata” ad un livello molto più basso ove, a differenza delle sefiroth luminose, essa non godeva affatto del “privilegio” di essere presenza vivente e vivificante di Dio.

Albero sefirotico con Gesù spinto verso l'abisso da Satana

Il tetragramma originale (yod-he-vav-he) univa attraverso il vav, il figlio in Tipheret, la Shekinah in Binah (madre primordiale unita attraverso lo yod, il seme primevo, con Chockmah) con quella in Daath, ma, dopo la caduta di Lucifero, era necessario ristabilire un ordine affinchè il “dramma” della creazione potesse tornare al suo livello superiore (in pratica, era necessario “iniettare” la consapevolezza diffusa del livello astrale di Yetzirah al livello materiale di Assiah).

Per fare ciò, la tradizione cristiana, ho posto in Gesù Cristo, sempre rappresentato dal Sole di Tipheret, l’elemento d’unione con una nuona Shekinah (che in Malkuth si avvicina e si stringe in strettissimi abbracci alla Shakti tantrica), ben più lontana dalla Daath originaria ma certamente in grado di “redimere” un’umanità altrimenti condannata a restare intrappolata nel mondo materiale di Assiah con minime possibilità di “massificare” la consapevolezza del livello astrale (Yetzirah) e diffonderla all’intera umanità.

A questo punto viene spontaneo chiedersi quanto profondo possa essere l’abisso che lasciato vuoto in Daath e, la prima immagine che può venire in mente, è l’ordalia che deve subire il candidato che dal mondo mentale di Briah desidera raggiungere il divino indescrivibile del mondo di Atziluth (la triade superna Kether-Chockmah-Binah), paragonata all’immagine di Gesù posto sul pinnacolo del tempio.

La risposta a questo (apparente) interrogativo è già insita nella risposta: l’immolazione del messia Gesù Cristo avrebbe garantito (sempre secondo la tradizione cristiana) la riapertura di un canale energetico di cui prima non vi era alcuna necessità (poichè il piano materiale non esisteva affatto). La profondità dell’abisso diventata pertanto un elemento assolutamente e puramente soggettivo: come una pozzanghera può far annegare un moscerino, la stessa è un gioco per il fanciullo non troppo avvezzo ai richiami della madre. Trasponendo, maggiore è la consapevolezza del piano astrale come livello verso cui dirigere la maggior parte degli sforzi creativi, minore sarà la profondità dell’abisso per coloro che, una volta raggiunta la maturità astrale (senza limiti temporali), desiderino, issati sul trono di Tipheret, saltare “giù” verso Daath e raggiungere d’un sol balzo il limine della triade che rende l’uomo nuovamente “immagine e somiglianza di Dio”.

Testo di riferimento:

Sale
Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo
  • La creazione, il rito, la tradizione, l'alfabeto come conoscenza mistica, l'alchimia delle lettere e il mistero dei numeri, il golem, il male e l'albero della vita: questa antologia è stata pensata per consentire al lettore di conoscere le testimonianze dirette di una delle tradizioni esoteriche di maggiore profondità simbolica
  • Accanto ai grandi classici si trovano alcuni scritti meno noti; le diciotto opere tradotte sono collegate tra loro da una comunanza di motivi e di rimandi interni, tanto da poter essere pensate come un curriculum di studi cabbalistici
  • Introduzione e appendice bibliografica di Giulio Busi
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