Il crepuscolo degli dei: perchè la musica pop è così dannatamente banale

Moneta da 5 marchi tedeschi dedicata a Felix Mendelssohn
Moneta da cinque marchi tedeschi dedicata al compositore berlinese Felix Mendelssohn. Un omaggio alla musica romantica tedesca.

Ritorno al futuro parte I

Immaginate di fare un viaggio indietro nel tempo, di 200 anni, per la precisione e di trasferirvi a Berlino. Con un po’ di pazienza, supponete di entrare senza farvi vedere nello studio di Felix Mendelssohn (1809 – 1847), il cui eclettismo spaziava dalla composizione di musica, alla direzione d’orchestra, alla pittura e, cosa non secondaria, all’ammininistrazione di una sala da concerto.

La scena a cui potreste assistere è la seguente: Mendelssohn si muove su e giù per la stanza, parlando con voce tonante a due collaboratori: “Il pubblico chiede nuova musica!” esclama con veemenza il compositore, mentre i suoi amici annuiscono col capo. Sì, perchè in piena epoca romantica, che vi sembri strano o no, la gente era stanca di ascoltare sempre le stesse opere e gli investimenti degli impresari rischiavano di essere delle perdite secche.

In un periodo in cui non esistevano registrazioni, in cui, per ascoltare una sinfonia, era necessario avere a disposizione un’orchestra, la gente era stanca. Come dargli torto? Chi non lo sarebbe? “Noi?” urla la folla (ed. sono ottimista in fatto di lettori), “Certamente” risponderei io senza esitazione. Se, infatti, riprendiamo la macchina del tempo da 1.21 GW e torniamo al presente, possiamo fare un semplice esperimento.

Ritorno al futuro parte II

E’ sufficiente aprire Spotify e Apple Music (Classical) per scoprire che, tanto per fare un esempio, esistono circa 630 registrazioni della nona di Beethoven. Se poi consideriamo tutte le esecuzioni non registrate, il numero potrebbe diventare talmente grande da dire che, dalla dipartita di Beethova a oggi, si è omaggiata la sua memoria “celebrando” un rito basato sulla sua musica regolarmente ogni settimana!

A questo punto, è sufficiente mettere insieme Bach, Haydn, Mozart, Schubert, Chopin, Listz, Verdi, etc. per arrivare senza troppa fatica a un non-stop che va avanti con una regolarità più che religiosa. Altro che nuova musica! Noi viviamo nell’epoca dell’immutabilità, dove i teatri e le sale da concerto sono più propriamente dei musei ospitanti mummie di ogni forma e dimensione. Dei cimiteri dove è sempre il 2 Novembre e sflize di preci si innalzano a imperitura memoria di defunti totalmente sconosciuti.

Il processo (senza Kafka)

Ma lungi da me puntare il dito indiscriminatamente! Pertanto mi chiedo: “Chi sono i colpevoli di tutto ciò?” I direttori d’orchestra? Sicuramente, un’ampia schiera di essi è composta di culturi di lingue morte che godono come bambini nell’annunciare che per l’inaugurazione dell’anno musicale dirigeranno la Sinfonia Jupiter di Mozart e poco importa se coloro che andranno ad ascoltare (perlomeno, una piccola parte in mezzo a una folla di sgorbi modelli che vogliono sfilare in passerella) la conoscono a memoria e, se proprio lo desiderano, possono trovare centinaia di registrazioni comodamente a casa loro.

Ma la colpa non è soltanto dei direttori d’orchestra. Anzi, sono convinto che molti di loro la pensano proprio come me. Allora chi centrare nel mirino? I direttori artistici? In un certo senso, quest’ultimi potrebbero ben candidarsi al ruolo di responsabili, se non fosse per ragioni di forza maggiore a cui, volenti o nolenti, sono costretti a obbedire. Se per caso, a uno di essi dovesse venire in mente di inaugurare la stagione concertistica con Tōru Takemitsu o Arnold Bax, immediatamente si materializzarebbe davanti ai loro occhi un conto economico in rosso!

Sì, perchè, se la gente del periodo romantico (e non solo) desiderava nuova musica, i cosidetti musicofili odierni non amano affatto le sorprese. Sono pronti a spendere decine di euro per riascoltare la sinfonia del destino (i.e., la quinta di Beethoven), ma penserebbero: “Pagare per questi sconosciuti? Forse non ne vale la pena“. Il 2 Novembre ben venga, Natale è sempre un po’ rischioso, fin troppo per i puritani.

Prove di una piccola orchestra diretta dal compositore contemporaneo Tōru Takemitsu
Prove di una piccola orchestra diretta dal compositore contemporaneo Tōru Takemitsu (1930 – 1996).

La vendetta è un disco che va suonato in fretta!

Ma la realtà non si consuma in quest’analisi, anzi, mostra una bizzarria che trascende ogni sforzo creativo. Infatti, se la cosidetta (erroneamente) “musica colta” è stagnate come un acquitrino dove le zanzare banchettano giorno e notte, la sua controparte “pop” vive e regna in un susseguirsi ininterrotto di produzioni.

Eh sì, perchè se pensavate che il desiderio di musica nuova fosse scomparso, cari amici, vi siete solo illusi. Esso non solo è vivo, ma è perfino più agguerrito di prima. Tanto agguerrito da motivare una schiera infinita di musicanti a sfornare nuove canzoni a ogni batter di ciglia. Con un’accelerazione da razzo a idrazina, la musica “pop” (termine volutamente collettivo) ha partorito dal 1900 a oggi molta più musica di quanta ne sia stata composta dal basso medioevo al romantiscimo inoltrato.

E quindi, se le rinomate sale da concerto continuavano a onorare i morti con sentita devozione, gli stadi divenivano ecosistemi dove ogni forma di specie vivente proliferava con il ritmo dei conigli. “Ma allora il problema è risolto!” potrebbe esclamare un inguaribile ottimista e, a me, oggi tocca smorzare anche gli animi. No, il problema non è affatto risolto, anzi è diventato forse ancora più grave.

Dei e menestrelli

La ragione del mio disappunto nasce da una semplice constatazione: la musica cosidetta “pop” è dannatamente banale! Potremmo anche dire che ha pagato la sua vitalità con interi strati di corteccia cerebrale. Se ci si abitua ad ascoltare Beethoven (tanto per citare il compositore più suonato in assoluto), le canzoni pop assomigliano a un coitus interruptus. Ne possiedono tutte le caratteristiche: motivi orecchiabili e cantabili, ritmi segnati dall’onnipresente batteria, voci le cui timbriche si sono finalmente sbrigliate e sottratte dal giogo della lirica classica e? Un orgasmo mancato.

Quando tutto sembra pronto per per esplodere in uno sviluppo pirotecnico, l’ultimo ritornello marca la fine prematura del rapporto. Al diavolo Beethoven e la sua maestosa arte dell’elaborazione! Basta una melodia cantabile su un tappeto armonico (generalmente tanto semplice che schiere di strimpellatori scimmiottano guadenti). Perchè complicarsi la vita? Beh, io direi, che, in primis, è perchè i compositori non sanno proprio farlo! In secondo luogo, perchè l’omologazione industriale vuole vendere le canzoni come i panini di un fast-food.

I testi salveranno il mondo?

Ma i testi sono bellissimi!” urla la folla estasiata come se ascoltasse un Lied di Schubert. D’altronde, l’asticella non è stata abbassata, è stata proprio tolta di mezzo! La banalità non deve avere confini: a musica fin troppo semplice deve corrispondere un testo altrettanto insignificante.

A nulla è valsa la lezione di Fabrizio De Andrè, che ha composto decine e decine di canzoni tutte diverse. “Bellissime!” urla la folla, salvo poi dissolversi nel momento in cui qualcuno dovesse timidamente chiedere qual è il significato della “Canzone del padre”. Quello è un territorio dove è meglio non mettere piede, troppo complicato, ermetico, esoterico, criptico, folle, …, continuate voi. Molto meglio il trapassato Micheal Jackson che infiammava uno stadio (e il suo conto in banca) ripetendo come un malato ossessivo-compulsivo “Annie, are you ok?

Mi verrebbe da tuonare: “Sì, diavolo! Sto bene, adesso continua la canzone!” ma questo non rientra nelle dinamiche sociali che reggono l’intera impalcatura. Come già detto, la musica pop deve essere banale, altrimenti si rischia non solo una morte prematura, ma anche l’amara scoperta che i curatori delle sale da concerto-musei egizi hanno liste d’attesa troppo lunghe per sperare in un’audizione.

Locandina di un concerto della musicista Marya Delvard con lieder dell'autore Marc Henry. La musica dei lieder era sempre molto ricercata, ma, in un certo senso può essere considerata l'antenata della moderna canzone.
Locandina di un concerto della musicista Marya Delvard (1874 – 1965) basato su lieder dell’autore Marc Henry. La musica dei lieder era sempre molto ricercata, ma, in un certo senso può essere considerata l’antenata della moderna canzone.

Il processo riprende, entra la corte

Ma esiste un responsabile che possa almeno aiutarci a giustificare questo fenomeno? Io credo di sì, ma lascio ai miei (Manzoni non ti offendere, ma spero più di venticinque) lettori, il compito di analizzare la realtà e giungere alle loro personali conclusioni. Come ho già messo in evidenza in altri articoli, dopo il tardo romanticismo, la musica “colta” si è trovata di fronte a un baratro.

Con motivazioni alquanto discutibili, molti compositori hanno improvvisamente scoperto che il povero Debussy era coperto di ragnatele e che Stravinskij era solo un pazzo visionario preda di una nostalgia da curare in manicomio. Sì, è vero che il compositore francese aveva sperimentato le scale esatonali e si era lasciato sedurre dal jazz e dal ragtime, ma come perdonare la gravissima colpa di far ancora riferimento alla tonalità?

In un epoca segnata da orrori indicibili (le due guerre mondiali, l’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, lo sterminio degli ebrei, etc.), si giunse presto alla conclusione che, se l’arte doveva rappresentare la realtà e la realtà è anche brutta (come negarlo?), se ne poteva dedurre che l’arte doveva poter “rubare” parte della bruttezza della storia e farla sua.

Ovviamente questo pseudo-sillogismo è fin troppo semplice. Cosa vuol dire che la musica deve poter essere anche brutta? Un’opera d’arte esteticamente brutta non merita alcun ulteriore analisi. E’ dunque questo il senso inseguito dai compositori? Certamente no. Senza entrare in territori molto tecnici, si può dire che, se l’armonia “classica” pretendeva che le dissonanze venissero risolte in accordi consonanti (i.e., fossero momenti di tensione transitoria), i teorizzatori della nuova musica inneggiarono all’emancipazione della dissonanza come entità che non ha alcun bisogno di svanire in qualcos’altro.

Eppure Bach, alcuni secoli prima, aveva fatto ampio uso di cromatismi (i.e., note estranee alla tonalità) e di dissonanze (incluso il famigerato tritono – diabolus in musica) e non si era certo posto troppi problemi a modulare sia in modo graduale (i.e., seguendo il circolo delle quinte), sia saltando a piè pari da una tonalità all’altra (e.g., nella Ciacconna in Re minore della seconda partita per violino, la parte centrale inizia candidamente in Re maggiore). Dunque, perchè tanta foga per abolire la tonalità?

Francamente non lo so. L’unica cosa certa è che questa scelta è servita solo per liberarsi da una gabbia, le cui sbarre erano così larghe da lasciar passeggiare gli elefanti, per rinchiundersi in un labirintico insieme di tecniche che, man mano che la timidezza dei compositori svaniva, è arrivato perfino a usare tecniche di matematica combinatoria, lettura de I Ching e, chissà, anche estrazioni dei numeri della tombola.

Versione originale cinese de I Ching
Versione originale cinese de I Ching, un libro di divinazione usato da John Cage (1912 – 1992) per la composizione della sua musica sperimentale.

Forza venite gente, si va a sperimentare!

Non paghi di una scelta già abbastanza difficile da gestire, molti compositori (mentre all’estenro infuriava la guerra della musica pop) hanno deciso di espandere la loro genialità attraverso un’idolatria della musica concettuale-intellettualistica. A Darmstadt in Germania e presso lo studio di fonologia della RAI, si sono succeduti nomi altisonanti (Stockhausen, Berg, Kagel, Nono, Berio, Maderna, etc.) la cui notorietà, tuttavia, svanisce giorno dopo giorno, come quei manifesti lasciati in balia del sole e della pioggia.

Rumori di città, urla, sibili, quartetti “spezzati” con musicisti costretti a suonare nelle cabine di altrettanti elicotteri in volo e un uso forsennato di ogni sorta di strumento elettronico, dai sintetizzatori ai generatori d’onda, etc. ha permesso di plasmare una quantità impressionante di opere la cui caratteristica comune è una sola: non piacevano al pubblico. Mi piacerebbe, in tal senso, conoscere la vostra opinione.

Per farla breve, la musica “colta” è stata amputata di netto, pretendendo che gli appassionati di Satie e Puccini accettassero di buon grado questa nuova straordinaria creatività. Ma ahimè, le cose non sono andate come previsto. I direttori artistici, spesso entusiasti, si sono scontrati ancora una volta con i conti economici, scoprendo (forse, a malincuore) che le sublimi sequenze di Berio facevano incassare poco più del necessario per offrire gratuitamente le arachidi alla buvette.

La gente si spellava le mani applaudendo per l’ennesima volta la nona di Beethoven, ma si annoiava terribilmente ad ascoltare la musica sperimentale. Ignoranza? Insensibilità? Non lo so. Ciò che è certo è che l’estetica non lascia superstiti. “Se devo ascoltare un sintetizzatore usato per giunta male, preferisco di gran lunga il frastuono della musica pop!

Certo. Il ragionamento non fa una grinza. Perchè essere masochisti, quando i cantanti pop possono offrire un refrigerante ascolto che perfino un analfabeta capisce perfettamente? Siamo dunque giunti al nocciolo della questione. La musica pop è banale, senza sviluppi, basata su progressioni armoniche da prima elementare (salvo eccezioni come il jazz, che spesso esagera in senso opposto), ma regala più soddisfazioni di una musica che ha scambiato l’aggettivo “colto” con “insensato”.

L'araba fenice in una rappresentazione di Friedrich J. Bertuch. Così come la fenice, anche la musica "colta" potrebbe tornare in auge coinvolgendo le masse.
L’araba fenice in una rappresentazione di Friedrich J. Bertuch (1747 – 1822). Secondo la mitologia, la fenice era sempre in grado di risorgere dalle sue ceneri.

La musica “colta” può risorgere dalla sue ceneri?

Voglio concludere questo articolo con una nota di ottimismo. Io sono convinto che è possibile ascoltare finalmente musica contemporanea che unisca la forza coinvolgente del pop alla strutturazione tecnica di una sonata di Beethoven. Ma per fare ciò, è necessario uno sforzo notevole, non tanto dal punto di vista compositivo, ma soprattutto di tipo economico-manageriale.

Con la stessa “strafottenza” di Stockhausen & co. è possibile comporre, per esempio, versioni contemporanee delle cantate di Bach. Ovvero, invece di terminare una canzone (il cui tema può essere anche meritevole di lodi) dopo tre minuti, si può intervallare una prima parte, con un intermezzo strumentale basato su vere elaborazioni dei temi (ancora una volta Beethoven docet), seguito magari da un piccolo corale (polifonico, perchè no? In fin dei conti, “We are the world” è stata in cima alle hit parade mondiali), per poi, magari, chiudere, con un’altra canzone basata su una rielaborazione del tema iniziale. Il tutto, ovviamente, accompagnato da testi curati nei minimi dettagli, non da idiozie d’amore da far venire il voltastomaco.

Insomma, la musica contemporanea ha tutte le carte in regola per soddisfare la smania di novità dei romantici perseguendo la qualità a scapito della quantità. L’unico “piccolo” problema da risolvere è quello di depotenziare gli ideali industriali da “catena di montaggio” per rianimare le linee di pensiero più “artigianali” che, nella loro genuinità, conservano il seme industruttibile della vera arte e non cercano altro che un buon terreno dove poterlo piantare per farlo crescere rigoglioso!


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Atonalità: il dilemma estetico che nasce da una rivolta artistica

a blurry photo of a person doing a trickVogliamo chiederci quanto è piacevole, esteticamente apprezzabile e, in ultima analisi, bella la musica atonale. Innanzi tutto, è utile precisare che “atonalità” non implica l’uso di schemi compositivi seriali o altrettanto artificiosi. Nella nostra accezione, essa rappresenta solo la scelta di non comporre con alterazioni in chiave e, quindi, di rinunciare alla presenza di centri tonali dal potere attrattativo e da cui è molto difficile allontanarsi.

La musica tonale, infatti, è primariamente caratterizzata da scelte melodiche e, soprattutto, armoniche che ruotano sempre attorno alla tonica o fondamentale. Se, ad esempio, un brano è composto in Mi maggiore, esso finirà per tornare frequentemente alla triade Mi-Sol#-Si, che rappresenterà una sorta di punto di riferimento da cui partire e a cui fare ritorno per dare al brano un senso di risoluzione e compiutezza. Anche nel caso di modulazioni, le nuove toniche giocheranno sempre lo stesso ruolo, con l’unica differenza di essere intrinsecamente transitorie e generalmente soggette a svanire o, nella tonalità d’impianto, o, abbastanza spesso, in altre tonalità limitrofe.

In ambito atonale, il compositore rinuncia ad ogni vincolo dettato dalla presenza di una coppia privilegiata di accordi (di tonica e dominante), per rifugiarsi in un fluire di quelli che non sono più meri cromatismi, ma piuttosto scelte compositive ben precise e finalizzate a rendere vivide particolari atmosfere o immagini sonore. In un certo senso, si potrebbe parlare di atonalità anche quando molti compositori scelgono scale non diatoniche (come, ad esempio, l’esatonale o la pentatonica). Ovviamente, in quest’ultimo caso, si ha sempre un riferimento tonale, anche se la sua struttura è estranea alla cultura armonica classico-ortodossa.

Una pura atonalià toglie all’ascoltatore la possibilità di prevedere prima o poi un “ritorno a casa”, ma, a differenza della serialità (o di altre scelte analoghe di avanguardia), non rinuncia necessariamente alla sintassi compositiva classica. Infatti, secondo la teoria della composizione musicale, un brano dovrebbe essere immaginato con proprietà sintattiche simili a quelle di una narrativa. I motivi rappresentano le parole, mentre le frasi, con un andamento bilanciato in antecedente e conseguente, sono il corrispettivo dell’omonimo linguistico.

In particolare, queste ultime dovrebbero essere composte pensando ad un semicerchio o ad una parabola. Da un inizio, la frase può evolvere liberamente sino a raggiungere un acme, dal quale discendere verso una risoluzione sulla tonica tramite una cadenza. Questo approccio dona compiutezza alla frase e offre al nostro orecchio un’esperienza sonora soddisfacente. Per comprendere quanto detto, baasti pensare alla breve frase della canzone “Tanti auguri a te”. L’evoluzione sembra allontanarsi dal centro in corrispondenza della parola “auguri” (in particolare, con la sillaba “gu”), ma poi precipita velocemente verso di esso con il motivo associato alle parole “a te”. Per rendersi ulteriormente conto di quanto sto dicendo, è utile provare a suonare una scala (possibilmente fornita di cromatismi) e cantare il brano seguendo la progressione crescente. L’effetto risultante è insoddisfacente poichè, alla conclusione “narrativa” che vorrebbe tutta l’enfasi concentrata sulle parole “a te”, viene associata una sequenza crescente che sfugge senza controllo.

Dunque, l’atonalità che rispetta la sintassi classica, per quanto potrebbe sembrare poco ardita, fornisce all’ascoltatore gli strumenti percettivi che favoriscono la memorizzazione e, in ultima istanza, la comprensione del brano. Molta musica pop, jazz, rock, etc. rientra in questa categoria (anche senza esserne spesso del tutto consapevole). Al contrario, l’abbattimento della tonalità accompagnato dalla rinuncia alla sintassi classica è stato da molti considerato il vero prodotto dell’evoluzione artistica, ma, nel contempo, finisce per essere un esperimento che lascia senza parole (se non sostituite dai fischi).

Per comprendere quanto affermo, vi invito ad ascoltare le Variazioni per orchestra Op. 31 di Arnold Schoenberg, che potremmo definire come il principale teorico e compositore che si rifà a questo approccio:

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La composizione è assolutamente bella, non credo che si possa dire il contrario con troppa leggerezza, ma quale impressione fornisce? Ciò che risalta immediatamente è l’aspetto sequenziale delle frasi. Ad un “movimento” non segue un’azione di ritorno il cui scopo dovrebbe essere quello di bilanciare la tensione con un successivo rilassamento. Al contrario, il brano evolve continuamente, senza (o con pochissimi) ritorni al materiale precedentemente presentato.

La sintassi è del tutto stravolta e l’ascoltatore è “costretto” ad accettare un’esperienza musicale senza la prerogativa dell’anticipazione dei contenuti. Se classicamente, il “gioco” compsitivo si basava sul continuo contrasto tra predizione corretta e sorpresa (e.g., adesso la frase chiude con una cadenza e torna al tema principale?), in questo caso, non esite alternativa alla sorpresa. In termini di teoria dell’informazione, questo tipo di musica presenta un’entropia altissima, ben oltre i limiti a cui la maggior parte del pubblico del primo Novecento era abitato.

Ma se uno sconvolgimento sintattico è spesso intollerabile in letteratura (anzi, viene generalmente marcato come errore grave poichè si ripercuote sulla semantica), in musica, la comprensione non si basa sul trasferimento esplicito di significati. Una frase corretta come “Giovanni è andato al cinema e si è divertito” chiaramente ci informa di un soggetto (Giovanni), di un’azione (andare al cinema) e di una condizione emotiva conseguente (divertirsi). Se alterassi la struttura senza rispettare le regole sintattiche di base, l’impatto semantico potrebbe essere devastante.

Tuttavia, in musica, non si persegue questo tipo di significato. Dunque, l’ascoltatore, sebbene spiazzato, non potrebbe dire di non aver “capito”. Tutt’al più potrebbe affermare di non aver gradito la musica o di non essere stato in grado di seguirne lo svolgimento con il dovuto coinvolgimento intellettivo ed emotivo. Da ciò si deduce, che un cambio sintattico in musica non è mai così “pericoloso” come in letteratura. L’assenza di un conseguente in una frase, l’aspettativa mancata di una cadenza, il passaggio da un movimento che farebbe pensare a una modulazione a un salto verso una serie di cromatismi, etc. possono disturbare l’orecchio, ma non il cervello.

E’ vero quanto affermava a tal proposito Schoenberg (supportato da molti musicologi contemporanei e successivi). L’abitudine è più forte di ogni regola sintattica o armonica. E’ assurdo pretendere che un ascoltatore del periodo barocco potesse accettare tale musica (sebbene Bach, per esempio, facesse un uso esemplare dei cromatismi), ma, le contaminazione avvenuto a cavallo tra ottocento e novecento, hanno permesso di conoscere sonorità “esotiche” che ben presto sarebbero diventate molto popolari.

A questo punto, il “problema” cruciale è solo estetico. L’atonalità più spinta, senza appigli sintattici o armonici classici, è bella o brutta? Al di là delle scelte idologiche e filosofiche (spesso discutibili), i risultati artistici sono degni di attenzione o è meglio cancellare un pezzo di storia della musica coprendolo con un velo di vergogna?

Io penso che quest’ultima ipotesi sia decisamente sbagliata. Nonostante la discordanza di idee, nessuno dovrebbe essere autorizzato a svalutare l’arte con troppa leggerezza. Io sono convinto che l’orecchio dell’uomo del XXI secolo è ancora disabituato a questo tipo di sonorità, sopratttutto a causa della diffusione della musica pop, che fa un largo uso di strutture “classiche” (sebbene con strumenti, forme e timbriche in continua evoluzione) e facilmente orecchiabili. Tuttavia, molte composizioni atonali non eccessivamente cervellotiche (e.g., basate su strutture matematiche o matrici di permutazioni) continuano a donare emozioni e ad evocare atmosfere molto intense. Oserei dire che ci riesce perfino più di molti compositori classici e romantici, i quali, o si rifugiavano nell’imitazione naturale o, spesso, contornavano particolari motivi con una complessa armonia, creando un’opera assolutamente bella, ma talvolta meno evocativa del previsto.

Concludo invitando i lettori ad ascoltare parecchi brani di compositori atonali, quali, ad esempio, Schoenberg, Webern, Berg, etc. (includo anche Leo Brouwer, essendo io stesso un chitarrista classico), a leggere i titoli (spesso fondamentali per la corretta decodificazione del contenuto sonoro) e, infine, a giungere alle proprie conclusioni. Mi farebbe molto piacere leggere i vostri commenti in tal senso e, magari, iniziare una proficua discussione che non può che arricchire ciascuno di noi e allargare i propri orizzonti culturali!


Foto di Hulki Okan Tabak


 

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