Tao Te Ching (Cap. II)

Il secondo capitolo del Tao Te Ching ha una struttura tripartita con un elemento unificatore comune: il superamento della dualità. L’autore, dopo aver illustrato il paradosso intrinseco del Tao, prosegue la trattazione elencando una serie di esempi del dualismo “classico”: bello contro brutto, buono contro cattivo, e così via in un percorso cosparso da innumerevoli situazioni ove il bivio è parso ad Aristotele l’unico modo per sfuggire alla follia. Principio di non contraddizione e del terzo escluso, cardini della logica formulata dal filosofo greco, sono, per così dire, messi alla berlina da una realtà sovrasensibile che si esplica nel raziocinante tentativo di imporre rigore ove forse il silenzio sarebbe la scelta più azzeccata.

Monaco taoista in contemplazione del Tao.

Se il Tao è indescrivibile, e il lettore dovrebbe averlo ben compreso dopo la lettura del primo capitolo, la ragione di tale apodittica verità va ricercata proprio nella naturale e controversa tendenza umana a classificare in modo binario ogni frammento empirico che penetra la barriera della percezione. E Lao-Tzu, pur mantenendo una posizione relativamente “criptica”, è molto chiaro: non si tratta di abolire il giudizio (cosa che vedrebbe l’umanità scontrarsi contro i titani), ma piuttosto di non concepirlo affatto ! Il problema, che in prima istanza appare di natura morale, diviene d’un sol colpo un dilemma ontologico, il cui superamento deve necessariamente trascendere la ragione.

La seconda parte del capitolo, conseguente alla prima, sembra essere un tentativo di trasferimento sul piano pratico (anche materiale) del contesto velato di mistero che i primi versi tratteggiano nella nebbia del pensiero classico. La saggezza (e forse anche la sapienza), non cerca di varcare una soglia dai contorni indefiniti (cose se inseguire la perfezione significasse alienare la realtà), ma piuttosto agisce (o dovrebbe agire) lasciando l’atto privo della sue conseguenze logiche indirette: dare senza avere, creare senza possedere, etc. non sono di certo tentativi di superare la dualità (che, ripeto, esiste già solo definendola), ma sicuramente rappresentano corrispettivi reali di un comportamento universale intuito dalle più elevate sfere del pensiero, ma purtroppo intrappolato nelle gabbie logiche costruite dalla ragione.

Infine, il verso di chiusura compendia in poche parole la sintesi dei due “paragrafi” precedenti: se parecchi secoli dopo Lao-Tzu, Ugo Foscolo celebrava i suoi sepolcri all’ombra dell’atavica paura dell’oblio, il Tao Te Ching allerta che soltanto dimenticando completamente il proprio sè (ovvero la propria individualità) è possibile giungere alla percezione di una “memoria universale” che non dimentica mai nulla e nessuno e che, con parole meno filosofiche e più teologiche, è la chiave unica della vera e completa immortalità.

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