Undici: il numero della magia

Elevarsi moralmente e spiritualmente, superare le coltri di nubi e il cielo stesso, è da sempre l’aspirazione più profonda che l’umanità ha cercato di mantenere viva e ha continuato costantemente a sviluppare. L’altezza, vissuta soprattutto come distacco dalla materialità,è stata spesso “catturata” in longilinei obelischi, enigmatiche piramidi, acuminate guglie e così via, sino alle innumerevoli torri di cui anche i più piccoli paesi erano provvisti.

Alzare lo sguardo diveniva perciò una necessità quasi obbligatoria e se i più illuminati vedevano in quelle cime così sfuggenti l’innata tendenza verso la trascendenza, i meno colti si convincevano, giorno dopo giorno, che la potenza dell’uomo e soprattutto la sua volontà (da sempre simboleggiata con bacchette o oggetti allungati) potevano e dovevano perennemente elevarsi al di sopra della vita comune, piena di vizi, di esagerazioni e di malvagità. Molto più che un sermone, un campanile apriva le porte del cielo!

L'obelisco è un simbolo che aiuta ad elevarsi moralamente e spirtualmente

Ma com’è possibile rappresentare simbolicamente tale processo di elevazione? Pur premettendo che non esistono realtà assolute nel mondo fenomenico e che la libera interpretazione è la base su cui si sviluppa il reale progresso dell’umanità, desidero parlare, in questa sede, del senso profondo dei numeri 5, 6 e 11, in quanto è attraverso essi che da millenni gli uomini più illuminati cercano di rappresentare rispettivamente, lo stato umano, quello divino-“puramente spirituale” e la loro sintesi.

Il 5 si scompone in 4+1, ovvero nella somma dei quattro elementi (aria, acqua, fuoco e terra) che caratterizzano la vita materiale, più una quinta componente che diventa peculiare nella distinzione dell’uomo dal resto del mondo: lo spirito. Se infatti, Malkuth, la sefirah del regno, è il “luogo” ove gli esseri umani poggiano i loro piedi, l’anima immediatamente superiore, il “Ruach”, si eleva al di sopra della materialità e “illumina” e vivifica il quaternario, trasformandolo nel quinario, nel pentagramma, il luogo geometrico ove l’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo s’inscrive in modo così preciso.

Il pentagramma, o stella a cinque punte, è effettivamente un astro, un corpo dotato di una sorgente di luce e in grado, quindi, di illuminare gli altri oggetti che con esso vengono a contatto; l’uomo diviene pertanto “vivo”, nella misura in cui, a partire dall’energia materiale dei quattro elementi, sarà in grado di elevarsi al di sopra del regno per creare una “tridimensionalità”, ovvero una verticalizzazione a partire da un base pavimentale consolidata.

D’altro canto, l’unione delle polarità materiale e spirituale, umana e divina, viene simboleggiata dall’incrocio di due elementi intrinsecamente indipendenti: la croce, luogo ove tutti gli illuminati hanno mostrato la volontà di redenzione del genere umano, ne è un esempio. Un altro simbolo che, tuttavia, risulta particolarmente idoneo a questo scopo è l’esagramma, la stella a sei punte (anche conosciuta come stella di David) si ottiene, infatti, attraverso la congiunzione dei triangoli del fuoco (elemento polare maschile-dativo) e dell’acqua (elemento polare femminile-recettivo), ottenendo una figura a 6 punte equidistanti.

Il 6 diventa quindi il numero del divino disceso al livello di comprensione dell’umano (Tipheret dell’albero sefirotico) ed è l’emblema di tutti i grandi iniziati: Cristo, Mitra, Buddha, etc.

Il 5 è anche il numero di Marte, pianeta che governa la sefirah Gevurah (severità), mentre il 6 è dominato dal Sole – per noi esseri umani, unica immagine della più alta e irraggiungibile Kether -. Il lavoro di ogni uomo, quale microcosmo completo, è quello di “spostare” il proprio centro di gravità dal pentagramma all’esagramma (5 → 6), ovvero di attuare un’azione marziale (un taglio con la materialità) per elevarsi definitivamente verso l’aspetto solare della vita (che trascende del tutto gli elementi ancora attivi nel pentagramma.

La sintesi dell’umano e del divino viene quindi rappresentata dal numero 11 che è anche la somma costante di ogni coppia di sefiroth simmetriche rispetto al centro Tipheret (1+10, 2+9, 3+8, etc.). L’undici è il numero della magia, talvolta inteso in senso estremamente negativo (erroneamente), in quanto differisce di un’unità dal numero 10, considerato la base su cui è stato creato ogni elemento.

Tuttavia, considerando anche la sefirah “nascosta” Daath, che rappresenta la conoscenza suprema e l’abisso che è necessario valicare per poter giungere verso l’ultima sefirah superna (Binah), il numero reale di elementi emanati assomma a 10+1, dove quest’unità addizionale è effettivamente il “catalizzatore” magico che permette di trasformare la volontà e la comprensione suprema in una sintesi perfetta ed equilibrata: l’estremo punto ove l’uomo illuminato può spingersi prima di divenire in tutto e per tutto una divinità completa.


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