Commedia contemporanea

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Parte I

Perché è così comune pensare che le brutte notizie si accordino meglio con le brutte giornate? Fausto Marinelli ricevette la più sgradevole notizia della sua vita durante un’afosa mattinata di Maggio.

Qualche settimana prima la sua vita aveva cominciato a prendere una strana piega: il rapporto con Cora, con cui aveva iniziato a convivere, era improvvisamente precipitato in un vortice distruttivo e, senza neanche spiegarsene la ragione, nel giro di pochi giorni, Fausto, suo malgrado, aveva deciso di interrompere ogni contatto con lei. Contemporaneamente (non gli fu difficile pensare a una correlazione tra gli eventi) aveva cominciato ad avvertire un mal di stomaco persistente che spesso lo costringeva perfino a svegliarsi nel cuore della notte con fitte lancinanti che non smettevano nemmeno dopo aver preso i migliori analgesici.

Quando i disturbi divennero insopportabili, Fausto si decise finalmente a chiedere il parere di un medico che conosceva sin dall’infanzia. Lo andò a trovare al termine del suo turno di lavoro e dopo una visita molto approfondita, questi non ebbe dubbi a consigliargli di andare subito in un centro specializzato. In verità usò parole molto delicate, ma il modo con cui apostrofò l’amico quando egli gli espresse il desiderio di attendere ancora un po’ di tempo, non lasciò speranze sulla banalità della questione.

Ritratto di uomo che soffre per un dolore

Fu proprio durante gli ultimi giorni di Maggio, con l’estate ormai insediata con prepotenza, che il primario della clinica di gastroenterologia, incontrando Fausto nella sala d’aspetto del suo ambulatorio, iniziò a scuotere la testa dicendo: “Sa, signor Marinelli, qual è il dramma maggiore che affligge un medico? L’impotenza… Sì, l’impotenza di fronte all’oggetto del nostro stesso studio…”
“Dottore” chiese l’uomo impallidendo “Ma quindi lei mi sta dicendo…”
“Purtroppo” lo interruppe il medico “Dopo tutti i controlli, mi rincresce davvero doverle comunicare che la diagnosi è… mi perdoni l’uso improprio dei termini, ma la parola giusta è proprio… nefasta”.

Fausto percepì che il suo corpo manifestava i segni inequivocabili dello sgomento, ma non seppe né comprenderli, né descriverli. Rimase immobile, in silenzio, benché le parole si affollassero come api indiavolate nella sua mente. Di fronte al primario c’erano adesso due persone: la prima, muta e dignitosa, afferrava in pieno il senso del suo declino e, quasi con meraviglia, realizzava una strana forma di tranquillità. L’altra, invece, era ritta alle sue spalle e si affannava disperatamente a cercare nel suo vocabolario il significato dell’incomprensibile parola “morte”. Perché, in fin dei conti, tutto si risolve in questo: non in interminabili sofferenze o nell’apatia creata da un’attesa senza senso, ma in un fenomeno quotidiano che la gente continuava a osservare in silenzio.

“Capisco…” rispose seccamente come se in gioco fosse qualcosa di poco conto.
“Ne è sicuro?” lo bloccò il medico.
Fausto si passò una mano sul viso: “No, dottore…” rispose con un soffio di voce “Non ne sono affatto sicuro, ma dubito di avere molta libertà nell’interpretazione di quanto mi ha appena detto… Senza considerare che ormai vomito pure dopo aver ingoiato una caramella. Cosa dovrei aspettarmi? Me lo dica lei…”
Il medico fece solo una smorfia di sufficienza: “Le prescriverò una cura per ridurre i sintomi più sgradevoli, ma arriverà il momento in cui serviranno a ben poco… e, in quel momento, sarà costretto ad andare in ospedale e…”
“E a non uscirne più…” terminò Fausto “E’ chiaro dottore, non servono ulteriori dettagli. Ma, mi dica, quando arriverà secondo lei quel fatidico momento?”

Il primario si bloccò di fronte a quella parata di spavalderia. Nella sua carriera aveva affrontato molti casi simili e sapeva bene che le reazioni sono spesso imprevedibili, ma l’uomo che aveva innanzi sembrava letteralmente spaccato in due: a tratti pareva un paziente spaventato da tenere per mano lungo quel cammino così accidentato, ma dopo poco subentrava un robot capace di analizzare con freddezza ogni particolare, come se osservasse tutto da una distanza infinita.

“Difficile a dirsi” mormorò “Comunque credo che possa situarsi tra sei mesi e un anno… Mi dispiace, ma solo un miracolo può evitarle il peggio, ovviamente a patto che lei creda nei miracoli, perché la mia personalissima opinione è che potrebbero funzionare solo a patto di crederci davvero, il che, me lo permetta, implica che non funzionano affatto… Ma mi scusi, sto divagando… Venga nel mio studio così le prescrivo i farmaci da prendere”.

Fausto lo seguì senza commentare quanto aveva appena udito. Uscì dall’ambulatorio mezz’ora dopo con una ricetta in mano e un viatico impresso nella memoria. Lo stomaco gli faceva un po’ male, ma decise comunque di andare a bere qualcosa in un locale che si trovava proprio accanto al centro medico. Si mise la prescrizione in tasca e varcò il largo portone proprio nel momento in cui il sole iniziava il suo declino verso le impudiche spiagge della California.

Il locale, una vineria dove si potevano anche consumare dei pasti frugali, era pieno di lavoratori in pausa pranzo. Fausto scelse un piccolo tavolino appartato e ordinò un bicchiere di vino rosso e un panino. Sapeva bene che non sarebbe riuscito a mangiare perfino quel poco cibo, soprattutto senza l’ausilio dei farmaci, ma fece finta di nulla e cercò di comportarsi come le altre persone presenti nel locale.

Una volta ricevuto il suo ordine, mandò giù subito il vino e immediatamente sentì una fitta poco sotto lo sterno. Sembrava che un chiodo gli avesse scavato un solco lungo l’esofago e adesso cercava spazio nello stomaco. Chiuse gli occhi e rimase immobile: in genere quei dolori passavano dopo qualche secondo, alla peggio sarebbe stato costretto a vomitare.

La fitta passò, ma il suo colorito rimase pallido e la sua fronte piena di gocce di sudore. Altri avventori lo osservarono distrattamente come se fosse uno di quei mendicanti mutilati che chiedono l’elemosina in strada, ma nessuno si sincerò di verificare se stesse bene o se avesse bisogno di aiuto.

“Meglio così” pensò Fausto “Adesso mi manca pure la compassione degli sconosciuti…”
Continuò con il panino, ma al terzo morso sentì le contrazioni disordinate dello stomaco e capì che non sarebbe riuscito più a trattenersi. Uscì correndo e si diresse verso un bidone della spazzatura. Vomitò e sputò sangue. La gola gli bruciava e sentiva il ventre come se fosse pressato da un macigno. Si pulì goffamente il mento con la manica della giacca e si passò una mano sulla fronte gelata.

“Ce la faccio” ripeté a se stesso “Con le medicine questo non succederà più. Stanne certo Fausto… Il dottore sembrava preparato. Chissà quanti casi simili avrà affrontato. Al limite, se proprio non passa, aumenterò le dosi… Che mai mi potrebbe succedere? Un miracolo? Sì, proprio un miracolo… Ma io non credo nei miracoli e quindi… Come ha detto il medico? Implica! Già… Ciò implica che non funzionano. Potrei provare a credere di non star male… Sì, certo, ma come si fa? I miracoli semplificano la vita ai disillusi, ma il serpente che mi mangia le interiora chi lo convince? Aristotele con i suoi sillogismi? Ma figuriamoci… Ce la farai Fausto. Sta già passando tutto…”

Dopo che quei pensieri convulsi raggiunsero il punto morto che segna il confine oltre il quale la speranza smette perfino di riconoscere la sua esistenza, Fausto, ancora piegato in due sul bidone, scoppiò a ridere senza posa. Ogni cosa si colorò delle tinte più sgargianti e il suo male mutò da malefico disturbo a bizzarra fonte di piacere.

Guardò l’orologio: era ancora molto presto. Stanco, ma stordito dalla sua stessa euforia, iniziò a camminare lentamente verso una panchina posizionata al limitare di una piccola area verde. Decise di attendere lì finché il dolore non si fosse attenuato; poi avrebbe cercato una farmacia aperta per comprare tutti i farmaci che gli erano stati consigliati.
Un piccolo gruppo di persone passò accanto a lui. Fausto alzò lo sguardo verso quei volti “normali” e, in pochi attimi, passò in rassegna i sorrisi, le smorfie, i gesti, le parole lanciate come palle di neve e perfino la qualità di ogni singolo abito indossato.

“Costoro crederanno di certo nei miracoli” pensò “Perché mai io dovrei avere una posizione privilegiata in proposito? E’ forse immortale questa gente? No… certo. Ma d’altro canto ciascuno di loro, ammettendo che non mi sbagli naturalmente, pensa al suo futuro, da qui a un anno, come se non esistessero minacce per la sua via, mentre io so già che finirò in un letto d’ospedale e poi sotto un cumulo di terra. Come tutti, come tutti… senza dubbio. Ma io lo so, e quindi, se il ragionamento sui miracoli continua a essere valido, per me è già tutto reale, concreto come un pezzo di marmo. Posso sforzarmi di non crederci? Posso davvero riuscirci?”

Bicchiere di liquore

Sputò altro sangue nascondendo la bocca con la mano. Quel gesto, spesso così virile, era sempre stato fonte di ribrezzo, ma tentare di inghiottire gli avrebbe causato certamente un altro conato: tra i due mali, con non poca vergogna, scelse quindi il meno fastidioso.
Cercò di distrarsi. Passò il piede sopra i resti del suo sangue e distolse lo sguardo verso un cartellone pubblicitario. Nonostante si sentisse diverso da qualunque altro essere umano, non riusciva a provare alcun senso di solitudine. Chiuse gli occhi, puntò la massa infernale del sole e, senza volerlo, gli tornò in mente il volto sorridente di Cora.

“Hai capito quale favore straordinario ti ho fatto?” chiese a quel fantasma “No? Ma se continuavi a ripetere di amarmi… E cosa c’è di più sadico nel negare l’oggetto amato al proprio amante? Cosa? Dimmelo se ne sei capace… Tu che la fai sempre lunga con il tuo romanticismo!”

Fausto era ormai certo di aver ripagato l’incomprensione con un dono inestimabile: scomparire prima che Cora potesse scoprire quanto fatiscente fosse l’esistenza dell’unico uomo che amava significava risparmiarle la pena di una perdita dolorosissima. Ma, d’altronde, non era certo colpa sua se aveva scoperto di avere i giorni contati, quindi se egli le avesse chiesto di restargli accanto (cosa che probabilmente la donna non avrebbe comunque fatto), l’avrebbe impunemente condannata a dover subire una sconfitta senza nemmeno un colpevole da poter accusare.

“Quello sì che sarebbe stato sadico…” ripeté sottovoce “Quello sì…” e scoppiò a piangere come un bambino, incurante dei passanti che lentamente tornavano al lavoro.


Depositato per la tutela legale presso Patamu: certificato


Parte I – Parte II


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