Aggiornamento: nuova poesia “Voglio sognare la realtà che dorme”

La creazione di Eva da parte di Dio mentre Adamo dorme.

Ho appena aggiunto una nuova poesia intitolata “Voglio sognare la realtà che dorme”, il cui filo conduttore è un profondo desiderio di superare la rigidità delle sovrastrutture imposte dall’uomo nella sua ricerca di una “regola suprema”.

Essa è l’espressione rapsodica di un urlo di disperazione: la realtà non deve piegarsi a volontà auto-imposte; l’uomo può e deve superare il limite della morale per ritrovare la sua vera natura!

Voglio sognare la realtà che dorme

Voglio sognare la realtà che dorme: scopriamo nei versi come la volontà di potenza (Nietzsche) di superare una realtà innaturale possa far desiderare di sognare un mondo ignaro delle regole autoimposte dall’uomo.


Considerazioni sull’Apollino e il Dionisiaco secondo la filosofia di Nietzsche

La concezione di Nietzsche dei principi apollinei e dionisiaci rappresenta un aspetto fondamentale della sua filosofia. Secondo Nietzsche, l’apollineo rappresenta l’ordine, la razionalità e la bellezza, incarnando qualità come armonia, chiarezza e forma. Al contrario, il dionisiaco simboleggia il caos, l’irrazionalità e l’estasi, riflettendo caratteristiche come passione, spontaneità ed emozione.

Pur riconoscendo l’importanza dell’apollineo, Nietzsche esprime una netta preferenza per il dionisiaco. Credeva che abbracciare il dionisiaco permettesse agli individui di attingere ai propri istinti primordiali, alla creatività e alle verità emotive più profonde. Per Nietzsche, il dionisiaco rappresentava un modo di essere più autentico e liberatorio, liberandosi dai vincoli delle norme sociali e della razionalità.

Vari oggetti di antiquariato
L’idea di Dionisiaco è dominante in Nietzsche poichè egli vedeva nella forza creatrice del caos e dell’estasi, una vera realizzazione dello spirito umano. Al contrario, l’ordine Apolinneo è sempre subordinato a regole “artificiali” e innaturali. L’uomo dovrebbe perseguire il Dionisiaco pur non dimenticando l’essenza positiva dell’Apollineo.

In sostanza, Nietzsche considerava l’apollineo e il dionisiaco come forze complementari che, se bilanciate, potevano portare a un’esperienza umana più appagante e arricchita. Abbracciare il dionisiaco accanto all’apollineo potrebbe consentire agli individui di trascendere i limiti, abbracciare il proprio pieno potenziale e vivere in modo più autentico.


Condividi questa pagina:

Rischio e libertà

Gioco da tavolo basato sulla strategia e sulla gestione del rischio

Che rischio e libertà avessero un certo grado di parentela, è consciamente o inconsciamente noto alla maggior parte delle persone. Che rischio e libertà fossero due facce della stessa medaglia, invece, continua a sembrare frutto di un ragionamento contraddittorio e paradossale.

Eppure, l’osservazione della realtà illude relativamente poco e ogniqualvolta si cerca di mitigare un rischio, il “prezzo” (monetario o virtuale) da corrispondere si esprime sempre in termini di una conseguente riduzione di libertà. Più rischio, più libertà. Meno rischio, meno libertà.

Il problema concreto non sorge, tuttavia, nella constatazione di un’equivalenza di fatto così esplicita, ma piuttosto nel prendere atto che la natura essenziale del “rischio” è ben diversa da quella della “libertà”. Ovvero, il “rischio” si presenta sempre con fattezze di potenzialità ed è quindi intrinsecamente non-essente ma probabilmente-essente-in-futuro, mentre la libertà vive in un qui e ora che la rende sempre attuale.

Ciò che quindi si scambia è sempre un rischio potenziale con una libertà effettiva e, senza eccessivi ragionamenti, si ben comprende che la transazione è perennemente in perdita.

Non deve stupire la tendenza a scegliere un maggiore rischio pur di conservare una libertà proporzionalmente più elevata, perchè di fatto ciò che si sta facendo è la riduzione dell’impatto di preoccupazione (di cui mi occuperò in un prossimo scritto a supplemento del mio ultimo saggio “Il dispiegarsi del tempo psicologico“) sulla quotidianità che, dal passato, si volge al futuro.

Preoccuparsi, ovvero “occuparsi prima di“, significa infatti valorizzare il potenziale alla stregua dell’attuale e renderlo, in tal modo, convertibile simbolicamente con esso: senza questo “stratagemma” ogni possibilità di giustificare l’azione diventa nulla, o meglio, si nientifica per rapportarsi con un’ineffabilità inattuale e inautentica.

In parole più immediate, la cessione del rischio è possibile solo pensando quest’ultimo nella sua attualità, ma tale condizione è impossibile in quanto il rischio è sempre e solo potenziale, quindi, per evitare un problema non da poco, l’uomo si “preoccupa” e preoccupandosi unisce, attraverso un meccanismo simbolico, il potenziale con l’attuale.

D’altronde, chi pagherebbe per un “niente attuale“? Tale scambio andrebbe a configurarsi automaticamente nell’ambito della cessione pura che, come scritto in un precedente post, è impossibile almeno tanto quanto l’ipotesi precedentemente enunciata.

Quindi, per limitare l’azione penalizzante e deteriorante della preoccupazione, l’unico mezzo che l’uomo possiede è quello di rinunciare a parte della propria libertà (intesa come possibilità concreta nel momento della transazione) per lasciare che qualcun altro (o qualcos’altro) si prenda carico dell’onere della preoccupazione.

Facendo ciò, tuttavia, il soggetto non “riporta il bilancio in pareggio” perchè, come è ovvio constatare, ancora una volta, l’atto del preoccuparsi è sempre orientato ad un potenziale (a questo punto perfino indebolito), mentre la libertà è attualmente persa.

Quindi, la conclusione che se ne può trarre, è che il rischio è necessario per qualsiasi attività di progettazione e lo sforzo di mitigarlo o eliminarlo non può che essere pagato ad un prezzo sempre maggiore della sua accettazione. Mi riprometto, tuttavia, di ritornare sull’argomento in modo più esaustivo, riallacciandomi a quanto scritto nel saggio sopra citato.


Considerazioni filosofiche sul non-ente (niente) di Heidegger

Nelle sue opere filosofiche, in particolare  nel suo capolavoro “Essere e tempo“, Heidegger (1889 – 1976) contempla il concetto di “non-essere” o “nulla” in modo profondo. La comprensione di Heidegger del niente (non-ente) va oltre le tradizionali nozioni di assenza o vuoto. Secondo Heidegger il niente non è una mera negazione o mancanza, ma piuttosto un aspetto essenziale dell’esistenza umana e del mondo stesso.

Heidegger sostiene che il niente non è un mero vuoto o nulla da temere o evitare, ma piuttosto un elemento fondamentale che rivela la vera natura dell’essere. Abbracciando il niente, gli individui possono acquisire una comprensione più profonda della propria esistenza e dell’interconnessione di tutte le cose.

L'essenza del niente è un concetto fondamentale per Heidegger. Solo la concezione del vero niente può permettere all'uomo di raggiungere una vita più autentica, dove la libertà di scelta cede parte della sua inesorabilità al naturale desiderio di cura privo di ogni tornaconto.
Il niente (non-ente) ha, per Heidegger (1889 – 1976), una dignità pari a quelli di ogni altro ente e solo riuscendo a concepirlo in modo positivo, è possibile superare la crisi esistenziale che vede l’essere in rapporto alla sua mancanza e “intrappolato” in una libertà inautentica.

Per Heidegger il niente è strettamente legato al concetto di “essere-nel-mondo”. Suggerisce che è attraverso il niente che possiamo veramente sperimentare il mondo e interagire con gli esseri e i fenomeni che lo abitano. Il niente ci consente di trascendere le superficialità della vita quotidiana e percepire le verità e i significati sottostanti che modellano la nostra esistenza.

Dal punto di vista di Heidegger, il niente non è qualcosa che può essere afferrato o compreso attraverso il pensiero razionale tradizionale. Richiede invece un profondo cambiamento nella percezione e un’apertura ai misteri dell’esistenza. Abbracciando il non-essere, gli individui possono coltivare un senso di meraviglia e stupore, permettendo loro di interagire con il mondo in un modo più autentico e significativo.

In conclusione, la concezione del niente di Heidegger sfida le nozioni tradizionali di nulla e invita gli individui a scavare più a fondo nei misteri dell’esistenza. Abbracciando il niente, gli individui possono acquisire una profonda comprensione del proprio essere e dell’interconnessione di tutte le cose, portando a un’esistenza più autentica e appagante.


Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè!


Condividi questa pagina:

La non-libertà di essere liberi

La ricerca della libertà può intrappolare tra le sue spesse mura

La libertà è come uno zaino che viene donato al viandante che si incammina lungo una via ignota: esso è pieno di cibo e utensili e ciò, unitamente alla volontà di andare avanti, garantisce al soggetto la possibilità di esplorare terre sempre più lontane.

Gli permette di restare nei boschi più a lungo, di poter alimentarsi e di procacciarsi il cibo man mano che le sue riserve si vanno esaurendo. In altre parole: questo zaino consente al viaggiatore di essere libero. La libertà ha un’unica, grande e ingiudicabile virtù: quella di rendere liberi.

Quello appena enunciato non è tuttavia un gioco di parole: la libertà non è oggettuale, non si possiede, nè tantomeno si può cedere. La libertà è una forma particolare di essere-nel-mondo e quindi si palesa attraverso gli enti (gli uomini) che, grazie ad essa, hanno la possibilità o il dovere di comportarsi in un determinato modo.

In verità, il primo caso è solo illusorio; concordemente con il pensiero di Sartre (espresso magnificamente nel suo capolavoro “L’essere e il nulla“), l’uomo non ha alcuna possibilità nè di scegliere, nè di rinnegare la libertà. L’uomo è costretto, una volta consapevole del suo stato, ad essere libero sino alla sua morte. Il sol fatto di poter pensare l’ipotesi opposta è frutto di quella stessa libertà che permette di essere colta.

Se Sartre diceva che l’uomo è condannato ad essere libero in quanto è chiuso nella gabbia della libertà stessa, noi possiamo giungere alla conclusione che non si è liberi di essere liberi, poichè se ciò fosse falso e, se quindi l’uomo avesse la possibilità di usare la propria libertà contro se stessa, egli starebbe innanzi tutto basando il suo attacco sul medesimo esercito designato a vincere una guerra contro i medesimi soldati.

Per poter, teoricamente, rinunciare alla libertà, bisogna prima vivificarla con la consapevolezza e poi, tramite il potere che essa conferisce, cercare di definire una condizione ove tale potere non ha più alcuna valenza. Ovviamente ciò determina un circolo vizioso senza alcuna via di fuga.

Ma perchè, in fin dei conti, preoccuparsi così tanto dell’impossibilità di rinnegare la libertà? L’uomo ha sempre lottato per la sua affermazione, al punto da tributarle ogni forma di celebrazione: artistica, poetica, musicale, filosofica, etc. Pur tuttavia, ad un certo punto della sua riflessione, l’uomo “libero” (caricato, cioè, con uno zaino capiente e pieno di utili strumenti, e quindi anche pesante) si è misurato con il trauma dello sforzo necessario per poter continuare ad essere libero.

Infatti, l’identificazione uomo-libertà, essendo esistenziale, ha ipso facto trasformato l’essere-uomo in essere-uomo-libero e quindi, il non essere-uomo-libero in non-essere-affatto. Prendere atto di ciò è disarmante; il “non-potere” viene distrutto nella sua essenza da un “potere-e-quindi-dovere“, annullando anche l’illusione psico-drammatica di uno stato soggettivo nel quale il soggetto si poteva prima barricare.

Un depresso che viene posto di fronte alla condizione di poter-non-essere-depresso, così come uno schiavo che, liberato, viene di fatto reso irreversibilmente libero in quanto non-più-schiavo, è come il Tommaso dei Vangeli che, vedendo e toccando, è ormai costretto a credere, a meno di non distruggere tutto se stesso pur di non accettare ciò che si palesa di fronte a lui.

Ecco perchè la libertà, fascinosa e attraete, se-duce (ovvero, conduce a sè) per legare, così come le sirene che, nel loro canto nascondevano l’ineluttabilità della condizione di poter e quindi dover udire. Ulisse resiste, ma facendo ciò è comunque vittima di quel canta ammaliatore, poichè rimanendo legato all’albero della nave egli riconosce e ammette la sua impossibilità di sottrarsi liberamente a quel pericolo.

Concludo osservando (e, sperando di fare anche osservare) che la libertà è ingiudicabile, ovvero si sottrae a qualsiasi giudizio di valore. Essa non è nè positiva, nè negativa; non si situa nè nel versante del bene, nè tantomeno in quello del male. Data la sua natura, essa è oltre ogni dualismo in quanto, solo grazie ad essa, il dualismo può aver luogo.

Essere condannati ad essere liberi” non ha quindi alcuna accezione assimilabile ad un giudizio: essa è l’osservazione priva di voce che l’uomo “vive” di fronte ad un non-luogo ove perfino la sua innata “condizione linguistica” non riesce a regnare con pienezza.


Breve nota biografico-filosofica su Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo

Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) fu un eminente filosofo francese che giocò un ruolo significativo nello sviluppo dell’esistenzialismo. La sua filosofia era incentrata sul concetto di esistenza che precede l’essenza, sottolineando la libertà e la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita.

Uno dei contributi chiave di Sartre all’esistenzialismo è l’idea dell’esistenza che precede l’essenza. Secondo Sartre gli esseri umani non nascono con una natura o uno scopo predeterminato. Invece, prima esistono e poi si definiscono attraverso le loro azioni e scelte. Questo concetto sfida la visione tradizionale secondo cui gli individui hanno un’essenza fissa o un destino predeterminato. Sartre credeva che gli esseri umani fossero costantemente in divenire e che la vita fosse un progetto continuo di autodefinizione.

Centrale nell’approccio esistenziale di Sartre è la nozione di libertà radicale. Sosteneva che gli individui hanno completa libertà di scegliere le proprie azioni e sono responsabili delle conseguenze che ne seguono. Questa libertà, tuttavia, comporta un grande fardello di responsabilità. Sartre credeva che gli individui dovessero assumersi la responsabilità delle proprie scelte e accettarne pienamente le conseguenze, anche se sono scomode o difficili da sopportare.

Jean-Paul Sartre in un ritratto moderno, i cui contorni confusi possono evidenziare il percorso tortuoso dell'esistenzialismo verso la ricerca dell'essere
Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) in un ritratto moderno

Sartre ha sottolineato anche il concetto di autenticità dell’abitare. Credeva che gli individui dovessero sforzarsi di vivere in modo autentico essendo fedeli a se stessi e ai propri valori. Ciò implica il rifiuto delle aspettative sociali o delle influenze esterne che potrebbero ostacolare la crescita personale e l’espressione di sé. L’autenticità richiede che gli individui affrontino l’incertezza e l’ansia intrinseche dell’esistenza, facendo scelte in linea con la propria verità personale piuttosto che conformarsi alle norme sociali.

L’esistenzialismo, come propagato da Sartre, tocca anche l’idea di angoscia esistenziale o terrore esistenziale. Sartre sosteneva che gli individui provano un senso di angoscia quando si confrontano con il peso della loro libertà e con la responsabilità di fare scelte significative. Questa angoscia nasce dal riconoscimento che non esiste una fonte esterna di guida o uno scopo predeterminato. Tuttavia, Sartre credeva che abbracciare e affrontare questa angoscia fosse una parte essenziale dell’esperienza umana, poiché apre la possibilità alla vera libertà e all’esistenza autentica.

In conclusione, la filosofia dell’esistenzialismo di Sartre ruota attorno ai concetti di esistenza che precede l’essenza, libertà radicale, autenticità e angoscia esistenziale. Le sue idee sfidano le nozioni tradizionali di destino predeterminato e sottolineano la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita. Abbracciando l’approccio esistenziale alla vita, gli individui sono incoraggiati a vivere in modo autentico e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, nonostante l’incertezza e l’angoscia intrinseche che possono sorgere.


Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè!


Condividi questa pagina:

Aggiornamento: nuova prosa poetica: “Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele”

Mucchio di bottiglie: il vizio del bere alcolici è certamente in cima alla lista dei piaceri e dei vizi

Ho appena aggiunto una nuova prosa poetica intitolata “Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele”. E’ un inno al piacere, alla vita e a difesa di tutte quelle attività che il moralismo più becero tende a stigmatizzare e relegare nella “cantina dei vizi”.

Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele

Entra nell’universo della stravaganza e dei piaceri della vita! Un inno al vizio che trafigge il moralismo e innalza una lode alla gioia di vivere!


Nota sul culto del dio Bacco

Bacco, noto anche come Dioniso nella mitologia greca, era il dio del vino, delle celebrazioni e dell’estasi. Fu spesso associato alle feste gioiose e sfrenate che celebravano il suo nome. Queste feste, conosciute come Baccanali, erano raduni vivaci ed energici che lodavano Bacco e si dedicavano al consumo di vino.

Una delle caratteristiche principali di Bacco e delle feste organizzate per onorarlo era l’enfasi posta sul vino. Il vino aveva un ruolo centrale in queste festività, simboleggiando l’essenza dello stesso Bacco. Si credeva che il consumo di vino durante le feste provocasse uno stato di estasi e di gioia sfrenata.

Una scena di un baccanale (festa in onore del dio Bacco) dipinta da W. Bouguereau (1825 - 1905)
Una scena di un baccanale (festa in onore del dio Bacco) dipinta da W. A. Bouguereau (1825 – 1905)

Un altro aspetto notevole di queste celebrazioni era la loro natura vivace ed esuberante. Le feste di Bacco erano note per la loro atmosfera vibrante ed energica, piena di musica, balli e baldoria. I partecipanti indossavano costumi elaborati, si adornavano con edera e viti e si impegnavano in danze e canti estatici, tutto in onore di Bacco.

Queste feste non erano limitate a un luogo particolare. Bacco e i suoi seguaci erano noti per vagare per le campagne, celebrando in vari ambienti come foreste, montagne e paesaggi naturali. Spesso conducevano processioni, conosciute come “processioni bacchiche”, dove marciavano per le strade, cantando e ballando in onore di Bacco.

Oltre ai festeggiamenti veri e propri, i baccanali avevano anche un aspetto spirituale. Si credeva che partecipando a queste celebrazioni gli individui potessero raggiungere uno stato di comunione divina con Bacco. Si pensava che questa connessione apportasse benedizioni, fertilità e un senso di liberazione.

Nel complesso, Bacco e le feste organizzate per lodarlo con il vino erano caratterizzate dal focus sulla celebrazione, sull’estasi e sull’indulgenza. Hanno offerto ai partecipanti l’opportunità di lasciare andare le proprie inibizioni, godersi la gioia della vita e connettersi con il divino attraverso il consumo di vino e feste esuberanti.


 

Condividi questa pagina:

Aggiornamento: nuovo racconto “Commedia contemporanea”

Un uomo che si copre la testa con una scatola. Una rappresentazione del desiderio di fuga dal dolore o da situazioni spiacevoli

Ho appena aggiunto un nuovo racconto lungo (quasi un mini-romanzo) intitolato “Commedia contemporanea”. I temi trattato sono quelli dell’elaborazione del dolore, di un rapporto d’amore complicato e dal sopraggiungere dell’irrazionalità nel momento apicale della sofferenza e della frustrazione. Mi auguro che vi piaccia e non vedo l’ora di leggere i vostri commenti!

Commedia contemporanea

Come una persona affronta il disturbo e l’elaborazione del dolore? Impara con l’esperienza di Fausto Marinelli in questo racconto esistenziale di Giuseppe Bonaccorso.


Considerazioni filosofico-psicologiche

L’elaborazione del dolore, nel contesto della scoperta di qualcosa di molto brutto come una malattia o la morte di un parente, si riferisce al viaggio emotivo e psicologico che gli individui attraversano per venire a patti con la loro perdita. È una risposta naturale a un evento significativo della vita che provoca intensi sentimenti di tristezza, shock, incredulità e persino rabbia.

Di fronte a notizie così devastanti, le persone spesso sperimentano una serie di emozioni che possono essere travolgenti e confuse. L’elaborazione del dolore aiuta le persone a elaborare e a navigare queste emozioni, permettendo loro di accettare e adattarsi gradualmente alla loro nuova realtà.

Nel caso di una diagnosi di malattia, l’elaborazione del dolore implica fare i conti con l’impatto che la malattia avrà sulla propria vita, così come con le incertezze e le sfide che ci attendono. Può comportare la ricerca di informazioni e supporto da parte degli operatori sanitari, l’adesione a gruppi di sostegno o l’impegno in pratiche di auto-cura per far fronte al carico fisico ed emotivo.

Allo stesso modo, di fronte alla morte di una persona cara, l’elaborazione del dolore implica riconoscere la perdita, piangere l’assenza della persona e trovare modi per onorare la sua memoria. Ciò può includere la partecipazione a rituali funebri, la condivisione di storie e ricordi con gli altri e la ricerca di conforto nel sostegno di familiari e amici.

In definitiva, l’elaborazione del dolore è un viaggio personale che consente alle persone di guarire e ricostruire la propria vita di fronte alle avversità. Ci vuole tempo, pazienza e auto-compassione per navigare tra le onde del dolore e trovare un senso di pace e accettazione.


 

Condividi questa pagina:

La parola squadrante di Montale

Un animo informe, privo di regolarità, incapace di adattarsi ai rigidi confini che la quadratura impone è ciò che Eugenio Montale (1896 – 1981), nell’incipit della sua celeberrima raccolta “Ossi di seppia”, considera coma la sua più intima e inalterabile essenza.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non perfezione di contorni, luccicanti lettere poste in cima ai grattacieli ma piuttosto una disarmante naturalità che si esprime definendo innanzi tutto i canoni estetici e morali attraverso i quali ogni valutazione dovrà avere luogo. Non regole auree o acmi di greca perfezione ma semplicemente l’io, nudo ed esposto a tutte le intemperie e mai timoroso di manifestarsi anche nell’ombra, dove i consensi si spengono in un interminabile silenzio.

Neanche la “parola”, quel seme così spesso trasformato nelle più multiformi creature linguistiche dallo stesso Montale, sembra poter acquisire il diritto a squadrare un animo così colmo di dubbiosa inquietudine. Anzi, proprio per scongiurare il rischio di dover fronteggiare la deludente scoperta che nessun “Logos” o “Verbo” può riuscire in un così gravoso intento, il poeta esordisce con un monito quanto mai perentorio: un animo informe non può mai schizzare del suo violaceo entusiasmo il monotono distendersi del campo dell’esistenza. In esso solo la polvere, l’infinitesima divisione d’ogni già frammentaria esperienza, può adagiarsi senza remore né pretese.

La "parola", scritta o scolpita, è per Montale quell'inarrivabile limite che, pur ingabbiando l'uomo, lo costringe ad un'incolmabile incompletezza
La “parola”, scritta o scolpita, è per Montale quell’inarrivabile limite che, pur ingabbiando l’uomo, lo costringe ad un’incolmabile incompletezza.

Ma quali sono queste straordinarie “lettere di fuoco” attraverso le quali l’animo dovrebbe essere “dichiarato”? Forse neanche Montale le conosce; magari ne avverte l’esistenza, ne presagisce l’immane fascino sui più volubili, ma non riesce affatto a possederle. Forse, al contrario, nella penombra d’un tramonto estivo, egli ne ha sentito il calore, mentre veniva “abbagliato” da un Sole spietato che svela l’inespugnabile solitudine riverberando tra i “cocci di bottiglia” posti a guardia di un’interiorità condannata all’esilio eterno.

Se tali lettere dovessero realmente esistere, esse diverrebbero la sintesi di una vita “costretta” nel turbinoso tentativo di osservarsi dall’esterno, un animo consapevole della perenne “ennui” che, elevandosi al di sopra delle nubi e degli astri stessi, diviene capace di non percepire più i contorni grezzi della pietra “interiore”, costringendo l’uomo, tuttavia, al passaggio dall’auto-realizzazione (zenit spirituale) alla rischiosissima perdita di ogni aggancio con la realtà (nadir).

La sicurezza è appunto vista come il peggiore dei pericoli: fintantoché l’uomo sarà illuminato dal Sole, avrà costante bisogno dei suoi raggi e dovrà appoggiarsi al suolo o ad un muro, egli lascerà sfuggire, volente o nolente, un’ombra che “macchierà” indelebilmente la realtà circostante.

Nessun uomo può pertanto passare inosservato: chi tenta l’occultamente della proprio esistenza o chi pensa di non interferire con alcunché, è destinato alla sconvolgente presa di coscienza di non essere solo!

Informe, scalcinato o coperto da cocci di vetro, il muretto che seguitiamo a tenerci accanto, sarà nostro testimone, proprio come la Pietra Nera della Mecca che, avendo assorbito tutti i peccati dell’uomo, è mutata da un bianco candore al più buio dei colori visibili. L’ombra macchia, penetra in profondità e si radica sino a trasformare l’essenza della roccia stessa: a troppo poco serve la superficiale sicurezza dell’uomo distratto.

Le ombre proiettate dal sole su uno "scalcinato muro" rappresentano per Montale le più genuine realtà della nostra esistenza come "essere-nel-mondo"
Le ombre proiettate dal sole su uno “scalcinato muro” rappresentano per Montale le più genuine realtà della nostra esistenza come “essere-nel-mondo”, un “luogo” in cui è solo l’Altro a legittimare i nostri passi verso l’ineluttabile.

E’ molto meglio, quindi, limitarsi a un più morigerato ardire: se squadrare è la tendenza dell’uomo che desidera elevarsi, egli può sempre cercare la soluzione attraverso un processo “negativo”, cercando cioè, ciò che non si lascia afferrare, quelle idee e quei modelli che “sfuggono” e la cui natura non si riflette in alcun modo sulla superficie imperfetta dell’individualità.

Il poeta può perciò arrivare ad una conclusione: la potenza di definizione si adatta perfettamente ad esseri ormai trascesi verso una realtà ove nulla potrà mai essere adombrato da “egoici” istinti incontrollati, ma è quasi del tutto inadeguata in un mondo ove nessuna formula potrà mai partorire nuovi universi e dove soltanto poche, “storte”, disanimate “sillabe” possono dare forma ai pochi, effimeri bagliori che talvolta ci appaiono come inestinguibili incendi.


Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè!


Condividi questa pagina:

Aggiornamento: nuova poesia: “Australia”

Mappa dell'AustraliaHo da poco aggiunto una nuova poesia composta circa dodici anni fa presso il Pão de Açúcar a Rio de Janeiro. Il titolo è “Australia”, il che potrebbe sembrare un po’ strano, ma quel luogo tanto distante, in un contesto molto travagliato di noia esistenziale e introspezione, mi ha ispirato questi versi. Spero che la poesia sia di vostro gradimento e non vedo l’ora di leggere e rispondere ai vostri commenti!

Australia

Esplora questa poesia sulla distanza esistenziale nei rapporti più profondi. Ammira le tracce che appaiono e subito scompaiono nel silenzio dei sensi.


La noia esistenziale, un enigma della condizione umana, può essere descritta come un profondo senso di vuoto e insoddisfazione per il significato e lo scopo della vita. Questo stato di noia non è facilmente alleviato dalle relazioni umane, poiché spesso non riescono ad affrontare le domande esistenziali più profonde che affliggono gli individui.

In un mondo pieno di connessioni sociali e comunicazione costante, si potrebbe presumere che le relazioni umane possano portare conforto a coloro che sono alle prese con la noia esistenziale. Tuttavia, la realtà è abbastanza diversa. Sebbene le relazioni possano fornire distrazioni temporanee e fugaci momenti di felicità, raramente offrono una realizzazione a lungo termine.

La ragione di questa disconnessione risiede nella natura intrinseca della noia esistenziale. Deriva da un desiderio più profondo di uno scopo e di un significato nella vita. Le relazioni umane, sebbene preziose e importanti per il nostro benessere emotivo, non possiedono intrinsecamente la capacità di soddisfare questo desiderio esistenziale. Sono limitati dalle loro stesse imperfezioni e dalla natura finita delle interazioni umane.

La noia esistenziale è una compagna che non tradisce mai
La noia esistenziale è una compagna che non tradisce mai

La noia esistenziale richiede un’esplorazione più profonda delle domande fondamentali della vita. Richiede introspezione, scoperta di sé e ricerca di significato personale. Sebbene le relazioni possano svolgere un ruolo di supporto in questo viaggio, non possono essere la soluzione definitiva.

Per affrontare veramente la noia esistenziale, gli individui devono impegnarsi in attività che favoriscano la crescita personale e l’autoriflessione. Dovrebbero cercare fonti di appagamento non convenzionali come perseguire passioni, impegnarsi in sforzi creativi o intraprendere ricerche spirituali. Scavando nelle profondità della propria esistenza, gli individui possono iniziare a svelare le complessità della noia e trovare uno scopo più profondo.

In conclusione, sebbene le relazioni umane svolgano indubbiamente un ruolo cruciale nelle nostre vite, da sole non possono alleviare la morsa implacabile della noia esistenziale. Questa condizione sfuggente richiede un’esplorazione più profonda della propria esistenza e l’impegno a trovare un significato a livello personale. Solo attraverso la scoperta di sé e il perseguimento di uno scopo gli individui possono sperare di trascendere i confini della noia esistenziale e trovare un profondo senso di appagamento.


 

Condividi questa pagina:

Montale: l’esistenza su di un coccio aguzzo di bottiglia

Parlare degnamente di Eugenio Montale (1896 – 1981) richiederebbe certamente molto più spazio di quello concesso da un semplice articolo, tuttavia, pur non aspirando a condurre un’analisi critica esaustiva, desidero analizzare solo alcuni aspetti della sua poetica. In particolare, vorrei porre l’accento sull’approccio esistenzialista di alcune tra le sue più famose poesie.

Eugenio Montale insieme a un'upupa
Eugenio Montale mentre fissa un’upupa

Breve nota biografica introduttiva

Eugenio Montale è nato a Genova, in Italia, nel 1896. È stato un rinomato poeta e critico italiano, ampiamente considerato come una delle più grandi figure letterarie del XX secolo. Il percorso poetico di Montale inizia durante gli studi presso l’Università di Genova, dove matura una profonda passione per la letteratura e la scrittura. I suoi primi lavori mostravano il suo profondo amore per la sua terra natale, esplorando temi della natura, dell’amore e delle complessità dell’esistenza umana.

Tuttavia, fu solo quando Montale si trasferì a Firenze negli anni ’20 che la sua voce poetica fiorì veramente. Influenzato dai movimenti letterari del simbolismo e dell’ermetismo, abbracciò uno stile più distintivo e introspettivo. La poesia di Montale si caratterizza per il suo linguaggio elegante ed evocativo, nonché per le sue profonde sfumature filosofiche ed esistenziali.

Nel corso della sua carriera, Montale ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi contributi alla letteratura italiana, tra cui il Premio Nobel per la letteratura nel 1975. Le sue poesie continuano a risuonare tra i lettori di tutto il mondo, catturando l’essenza dell’esperienza umana in tutte le sue complessità.

L’eredità di Eugenio Montale come visionario poetico dura ancora oggi, e le sue parole servono come testimonianza del potere del linguaggio e della sua capacità di trascendere il tempo e il luogo. Le sue opere rimangono fonte d’ispirazione sia per aspiranti poeti che per amanti della letteratura, e il suo impatto sulla cultura italiana è incommensurabile.

Vivere: un’inevitabile realtà ammantata di malessere

Il primo e più importante elemento filosofico che ritroviamo nelle opere poetiche di Montale è proprio la presa di coscienza che la vita non è un processo che l’uomo subisce (in quanto, secondo Heidegger, ente con la modalità dell’essere-nel-mondo). Una condizione ineludibile (a meno, ovviamente, di porvi fine con la forza), la cui sostanza non è generalmente in grado di appagare le necessità esistenziali dell’uomo stesso.

Così come Albert Camus, aveva abilmente rappresentato la condizione umana tramite la comparazione con la figura mitologica di Sisifo, costretto in eterno a salire dalla valle sino alla cima di un monte spingendo un grosso masso, per vederlo subito ricadere giù non appena avesse raggiunto l’apparente coronamento del suo sforzo, Montale sa bene che nessuna realtà umana può colmare il vuoto che l’esistenza crea per emergere nel mondo.

Nella sua celeberrima raccolta “Ossi di seppia“, egli riesce a condensare, in un ermetismo che sposta intere descrizioni all’interno di singoli versi, la sua presa di coscienza di essere umano:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

L’incipit non lascia spazio alla fantasia: è tagliente e fulmineo. Il poeta conosce il “male di vivere” e lo ha interiorizzato al punto di considerarlo una parte di sè, a volte silente, ma molto più spesso, viva e pulsante. Le similitudini che seguono il verso d’apertura, come una sviluppo musicale, ripetono le stesse parole, ma colorandole in modi diversi. Non esistono tanti mali di vivere. Non esistono tante esperienze dal carattere screziato di malessere.

Esiste solo una lucida e costante presa di coscienza che, in un mondo “polifonico” e “politimbrico”, non può che assumere forme dall’apparenza diversa. Il susseguirsi dei tre versi dopo l’apertura della prima strofa lo conferma in modo inequivocabile. Non è il “rivo strozzato” o “la foglia incartocciata” a indicare la realtà del malessere, ma pittosto, è proprio quest’ultima a riflettersi nella realtà, come un motivo sinfonico che passa da un gruppo strumentale all’altro, sino a coinvolgere l’intera orchestra, dopo aver risuonato in tutte le sue sfacettature.

Statua di un uomo affilitto che si regge il capo con la mano
Statua di un uomo affilitto che si regge il capo con la mano

Tuttavia, come vedremo anche in altri componimenti poetici, si ha quasi sempre l’impressione che il pessimismo di Montale non scaturisca da una presa di coscienza “universale”, “cosmica” (per certi versi simile a quella espressa sovente da Giacomo Leopardi), ma, che al contrario, essa possieda sempre uno squarcio, un’incompletezza che lascia trapelare ciò che si contrappone al malessere. “Il prodigio della divina Indifferenza” esiste, l’autore lo conosce, ma è come un dipinto prezioso protetto da una teca di vetro indistruttibile e, a tratti, opaca. Egli vede i contorni delle forme, ma la sua mano, chissà, talvolta tesa verso di essa, finisce sempre per urtare la fredda e impassible superficie protettiva.

Essere-nel-mondo ovvero mal-essere

L’uomo è condannato a essere tale, ma, se a prima vista, potrebbe sembrare che tale condizione sia assimilabile a quella di un animale in gabbia, un’analisi più accurata mostra un paesaggio ben diverso. L’uomo, infatti, è consapevole del suo malessere poichè lo contrappone, almeno in via teorica, a un corrispondente positivo. In altre parole, Montale (così come ogni uomo assennato, d’altronde) concepisce il “benessere”, ma, se il malessere è palese, si materializza nel falco, o nell’impassibilità della statua al centro di una piazzetta assolata, il benessere è etereo, sfuggente, a tratti perfino indefinibile. In tale condizione, esso rivela la sua terribile natura, più tagliente di una lama, ma inconsistente come un ammasso di nuvole in un cielo di mezza estate.

Una serie di gradini di pietra nel mezzo di una foresta
Una serie di gradini di pietra nel mezzo di un boschetto

Quando la natura concerta le sfumature del malessere

Una delle più famose poesie di Montale, “Meriggiare pallido e assorto”, anticipa i temi che il poeta ritroverà, amplificati e multiformi, durante la sua maturità artistica. Il contesto è quello del paesaggio rurale ligure, compresso tra i monti e il mare, durante un torrido mese estivo. E’ interessante notare come la scelta delle ambientazioni ricada spesso in luoghi desolati ma “ricolmi di luce”. Il sole del primo pomeriggio, per Montale, non è affatto un piacevole compagno di meditazione o di riposo, una risorsa, quindi, benevola, che elargisce calore ed energia.

L’estate: deserto ove gli echi urlano la condizione umana

Esso è piuttosto un ospite invadente che, per sua stessa natura, travalica ogni confine, si spande, penetra nel privato e lo domina. Senza troppe remore, possiamo dire che il sole di Montale è la più pregnante rappresentazione del malessere. Non per la sua intrinseca natura, ma per la condizione esistenziale che esso riveste. D’altronde, nelle liriche del poeta, non troviamo mai versi leopardiani come “…per me la vita è male…” (i.e., Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Per Montale, il male non ha fattezze così definite e non è nemmeno qualcosa di cui ci si può troppo facilmente lamentare. La vita è “male” per ogni uomo consapevole, al punto da perdere comunemente quest’attributo. Il malessere è la modalità più genuina di realizzare la propria natura umana: non esistono persone che possono sfuggire a tale sorte, se non forse gli psicotici e i bambini neonati.

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

La poesia è un capovaloro sia linguistico che musicale, la cui analisi richiederebbe un articolo a sè. In questa sede, mi limiterò a mettere in evidenza solo i punti che enfatizzano la condizione esistenziale dell’uomo. Montale suddivide il componimento in 3 + 1 strofe, assegnado alle prime il ruolo introduttivo e di preparazione e, all’ultima, la sintesi dell’intero discorso poetico. Il malessere fa capolino immediatamente, a partire dalla riuscitissima scelta di usare il tempo verbale infinito. Nelle prime tre strofe, troviamo “Meriggiare”, “Ascoltare”, “Spiare” e “Osservare”. Chi si fa carico di tutto ciò?

L’uomo quale icona dell’impersonalità

La trovata geniale è proprio quella della ricerca dell’impersonalità. Se il malessere è il modo d’essere dell’uomo, qualunque assegnazione di soggetto risulta limitativa. Inoltre, l’infinito definisce una sorta di dicotomia passività-attività: non “si ascolta” nè “si osserva” poichè ciò potrebbe indurre a pensare a un atto di volontà, a una scelta deliberata. Ma ciò darebbe al soggetto fin troppo controllo sulla sua sorte esistenziale. L’uomo vive, senza volerlo, il modo d’essere dell’osservare. A meno di non chiudere i propri occhi (trovandosi comunque di fronte ad una distesa di nero) o di essere cieco, egli deve (senza che alcuno lo inponga) osservare, ascoltare, spiare, perchè essi non sono che aspetti transitori dell’essere-nel-mondo.

Specchio d'acqua calmo durante il tramonto. Un richiamo al sole che abbaglia citato da Montale
Specchio d’acqua calmo durante il tramonto

La preparazione delle prime tre strofe è basata su descrizioni bucoliche, suoni, immagini, tutti descritti attraverso consonanze e un’accurata scelta di termini onomatopeici. Tutto ciò concorre a definire quel sottofondo imperituro destinato a tornare in vita, come il masso di Sisifo ai piedi della montagna. Leggere questi versi non assogmiglia ad ascoltare la sinfonia Pastorale di Beethoven. In Montale, “l’ascoltatore” non presta alcuna attenzione, non segue l’evolversi dei motivi, il sopraggiungere di un gruppo strumentale, l’alternarsi di fiati e archi. In Montale, ogni immagine viene introiettata senza volontà. Citando un verso di Fabrizio De Andrè, essa è come “…come il fumo lei penetra ogni fessura…

Il malessere è multiforme, ma ha un solo volto

Ecco che il male di vivere ritorna con nuove vesti, ora sotto forma di cicala, ora di serpe o formica. Non importa quale sembianze esso può assumere. Ciò che realmente lo rende unico e invulnerabile è proprio la sua passività nei confronti della percezione umana. Esso si presenta poichè nessun uomo potrebbe non accoglierlo e, se anche ci si ponesse tale scopo, in questa scelta si nasconderebbe solo la trasfigurazione dello sforzo di Sisifo. Un tentativo, secondo Camus, da fare senza indugio, ma che, ahimè, esiste solo ed esclusivamente per fallire.

L’uomo in rivolta di Camus diventa l’uomo in cammino di Montale

L’ultima strofa cambia il registro ritmico: dall’infinito si passa al gerundio. Anch’esso impersonale, freddo, quasi asettico, ma dotato di dinamicità. L’uomo va, cammina, si muove, non può stare fermo, poichè il tempo è al di fuori di esso e non può che essere subìto. Così come una composizione musicale, l’essere-nel-mondo si dispiega nel fluire del tempo e contrappone, alla stasi di un’osservazione apparentemente impassibile, la realtà inesorabile dei battiti del metronomo.

L’esistenza è proietatta come la freccia del tempo definita in Termodinamica e il punto di fuga, gloria e maledizione di Giotto, attira a sè per annichilire. In un microcosmo adimensionale, l’uomo, forse, trova il coronamento della sua esistenza, ma tutto ciò non è che una chimera, un asintoto. Ciò che si può constatare è solo l’inarrestabile moto verso un sole graffiante, che irradia per accecare e, chissà, forse anche per mostrare l’estrema pietà all’uomo vittima del mondo: privarlo infine della vista e renderlo quindi salvo dalla condanna di Sisifo.

Rappresentazione teatralizzata del mito di Sisifo
Rappresentazione teatralizzata del mito di Sisifo

Essere uomo vuol dire essere solo

Ci si potrebbe chiedere se questo cammino, questo sforzo verso l’infinito (grande o piccolo che sia) non porti un sollievo. E’ una domanda legittima e, forse una speranza che si cela in ogni cuore, ma l’esistenzialismo si è preso l’onere di rispondere a tale interrogativo, attirandosi forse l’odio dei più disperati. Per Montale, il cammino è necessario, inarrestabile, ma altresì terribilmente solitario. Non ci sono compagni di sventura, pur sapendo che l’intera umanità vive nel malessere.

E’ questa forse la scoperta più sconvolgente, il terribile anatema lanciato da un Dio vittima della sua stessa natura unitaria. La solitudine dovrà accompagnare ogni essere umano, lo dovrà tenere per mano e, come un feroce aguzzino, sostenerlo quando le sue forze vengono meno. Non si può non soffrire e non si può non soffrire nella solitudine. Una muraglia separa il cammino di ogni uomo, ma non si tratta solo di un semplice ostacolo naturale. E’ l’uomo stesso, ponendovi sopra cocci di bottoglia (i.e., tecnica contadina per dissuadere i ladri), masochisticamente, a rendere impossibile l’atto di scavalcare, di infrangere, anche solo per un istante, questa regola tremenda.

L’amore e la cura, baluardi di Heidegger, naufragano in Montale

Cosa dire dell’amore, del genuino desiderare l’unione con l’altro? Può ciò essere una via di fuga? Secondo Heidegger, la cura (ovvero, il prendersi cura) è la modalità d’essere che più si adatta alla natura umana, ma quanto è forte tale legame? Quali prerogative esso può avere? La splendida poesia “Casa sul mare” risponde anche a tali interrogtivi.

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l'anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.
Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l'isole dell'aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell'ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s'appressa
l'ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s'infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m'ode
salpa già forse per l'eterno.

Nella descrizione di un paesaggio marino, tipicamente ligure, in cui compaiono, perlomeno nella memoria, le isole a nord della Sardegna, Montale riflette sull’amore. In questa lirica, non sono gli schiocchi dei merli o le lucertole a segnare il ritmo di fondo dell’esistenza, ma il lento, debole e grave moto regolare delle onde. Come un timpano in pianissimo, gli “assidui e lenti flussi” imitano il battito di un cuore apparentemente lontano.

Una casa bianca sulla riva del mare, simile alla casa citata di Montale
Una casa bianca sulla riva del mare

Il poeta sembra solo, seduto sulla spiaggia, mentre medita. Ma ciò è solo un’illusione: esiste un interlocutore, indistinto, ma riconoscibile nell’archetipo del compagno di vita – della propria moglie, in questo caso. Si tratta forse, proprio di Drusilla Tanzi, reale consorte di Montale, a cui il poeta si rivolge con un’agghiacciante dolcezza. Non con parole soavi e versi sublimi. Non con metafore luminose, come nel Cantico dei Cantici, ma piuttosto con un’arida dichiarazione testamentaria.

Montale e la speranza: tra la volontà di trascendenza e gli artigli del materialismo

Il poeta, come in “Meriggiare pallido e assorto”, intravede l’infinito. Come in un taglio di Lucio Fontana, egli sa che qualcosa deve pur esserci tra le braci incandescenti che attirano il cammino dell’esistenza. E forse, proprio la sua compagna è colei che, più di ogni altra cosa, gli ricorda questa immagine. Ma Montale è stanco, il suo cammino è stato lungo e infruttuoso, per questo, in un meraviglioso atto d’amore, dona la sua stessa speranza alla sua donna, affinchè il Fato – definizione volutamente evanascente, la scampi e le doni ciò a cui egli stesso ha sempre anelato.

Ma anche questo atto, nella sua straordinaria essenza, sembra destinato a cadere nel vano. Montale parla, o, forse, proprio come la risacca, si limita a sussurrare, prendendo fiato tra una parola e l’altra. Egli cerca disperatamente di oltrepassare quel muro frastagliato con pezzi di vetro acuminato. Non gli importa, chissà, di ferirsi o financo di morire; ciò che più conta è giungere a sfiorare davvero la mano della sua amata. Ma purtroppo, la solitudine non ammette deroghe; anche nelle unioni apparantemente più intime, si cela l’inganno, l’illusione.

"Concetto spaziale: le attese" di Lucio Fontana, una metafora del pensiero poetico di Montale
“Concetto spaziale: le attese” di Lucio Fontana

Drusilla è seduta vicina a lui, ma è come se fosse assente, poichè la sua vera presenza è al di là del muro. E Montale lo sa, descrivendo con una sorta di ossimoro, la sua condizione: “il cuore vicino che non m’ode“. Non si tratta di una sordità biologica o, perfino, psicologica, ma della sorte di ogni uomo. La vicinanza è inafferrabile perfino dalla voce e quindi, in uno slancio di apparente ottimismo, egli presume che questo cuore tanto cercato abbia infine scoperto la “via di fuga” e, come un battello pronto per salpare, si muova già, lento, ma inesorabile, verso quello che solo lei, la sua compagna di vita, conosce non più come un disaminato punto d’attrazione, ma come il vero e proprio eterno, quell’infinito che Montale ha intravisto tra le pieghe di un concetto spaziale di Fontana.

Osare è lecito, ma non è consentito

Se egli conosce questo squarcio e, senza eccesso di libertà, l’infinito che si cela dietro di esso, perchè non desidera comunicarlo? In effetti, Montale non si rifiuta, anche se l’apparenza potrebbe essere questa; egli “semplicemente” sa di non poter soddisfare questo comune desiderio.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Nella poesia “Non chiederci la parola”, troviamo una risposta al nostro interrogativo. La “parola” o “formula” esiste, altrimenti non avrebbe senso parlarne, ma ciò non implica che essa sia accessibile o comunicabile. L’impressione che si ha leggendo questa lirica è di un Montale ritto su un palchetto preparato per un comizio politico di altri tempi, circondato da una folla di persone che attendono con la testa leggermente rivolta all’insù.

Il sole e la muraglia: compagni per l’eternità

Il poeta non teme di deludere o di perdere popolarità e la sua risposta è tranchant: non chiedete, non domandate, poichè (questo, forse, lo pensa soltanto) “io non potrò rispondervi”. Forse esistono uomini che si arrogano questo diritto, ma non avendo strumento alcuno per sovvertire la realtà esistenziale del genere umano, rivolgono il loro sguardo alla folla mentre proclamano le loro verità; ma non possono curarsi dell’ombra – dell’evidenza inequivocabile, che lo stesso sole di “Meriggiare pallido e assorto” proietta sul muro della loro solitudine.

Nessuna formula può svelare la “falsità della verità”. Anche se gli squarci si moltiplicano come batteri e sempre più spesso è possibile intravedere quell’indistinto fondale, tali mondi sono preclusi. Lacan direbbe che sono al di là del linguaggio e quindi impossibili da manipolare con gli strumenti a nostra disposizione. E’ tuttavia possibile proferire qualche “storta sillaba”, fare un tentativo notoriamente fallimentare, ma pur sempre fattibile. Contorcere le proprie labbra per sogghignare un verso informe, arido, privo di contenuto. Come un osso di seppia, è solo questo ciò che si può dire. Null’altro. Il muro è troppo spesso per lasciare sfuggire perfino un sibilo e la sua conoscenza più simile alle contorsioni di un allucinato che alle nozioni dettata a una classe di alunni.

Lettera d'amore in bianco e rosso
Lettere organizzate a formare un’incerta scritta “Panic”

L’esistenza su un coccio aguzzo di bottiglia

Per adesso, penso che sia giunto il momento di fermarmi. Nessuna discussione su Montale può essere esaustiva: la sua poetica è talmente ricca e attuale da coinvolgere ogni persona, a seconda dei diversi livelli di sensibilità. Ciò che desideravo mettere in evidenza (pur limitatamente) è l’approccio esistenziale della sua produzione artistica, in particolare, alcune sfaccettature del suo pensiero, che troppo spesso viene marchiato di pessimismo, senza fornire i giusti elementi di valutazione.

Montale è stato un uomo capace di trasformare vari contenuti filosofici raccolti in grossi volumi in un fluire musicale di versi, ritmi, immagini, suoni e, infine, parole. Le sue poesie non si rifugiano in una ricerca forsennata di un linguaggio aulico, ma piuttosto nascono come se l’osservazione, l’introspezione e la tecnica poetica fossero parti concatenate di un unico processo creativo.

L’esistenza umana è sempre travagliata, ma ricercare questa sfavorevole condizione solo all’interno di contesti meramente sociali è rischioso. Per Montale, l’uomo è, prima di ogni altra cosa, colui che è destinato a essere tale, colui che vede il sole, lo nomina, lo invoca (come Dio o simulacro), ma mai e, in alcun modo, potrà giungere a esso, in una comunione finalmente totale, senza cadere strammazzato come un cavallo, cieco e con le mani sanguinanti. Perfino l’amore, apparentemente più solido e possente d’ogni capricciosa divinità, si consuma in un morente battito che prende il posto di ogni parola, di ogni sorriso, di ogni possibilità di condivisione.


Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè!


Condividi questa pagina:

Aggiornamento: nuova poesia “Ninfe, elfi, dei e caproni”

notizie, quotidiano, stampaHo aggiunto una nuova poesia, “Ninfe, elfi, dei e caproni”. Si tratta di una composizione poetica contemporanea che raffigura una scena con ninfe, elfi, divinità e caproni in subbuglio. Nel frattempo, Venere ride, Pan corre qua e là, i ballerini di flamenco si dimenano e Polifemo fissa l’orizzonte. Puoi trovare ispirazione nei sogni di Ulisse. Leggi tra le pieghe di un paradiso polveroso in questa poesia mitologica!

Ninfe, elfi, dei e caproni

Ninfe, elfi, dei e caproni aspettano dietro le quinte. Venere ride, Pan si sfinisce, ballerine di flamenco e Polifemo. Trova ispirazione nei sogni di Ulisse. Leggi il paradiso impolverato in una poesia mitologica.


Condividi questa pagina: