Benvenuti! Questo è il microcosmo di Giuseppe Bonaccorso, un luogo “aperto”, dove diverse discipline conflagrano in un susseguirsi ininterrotto di creazioni artistiche (musica, poesia, letteratura e filosofia). Che il vostro permanere sia piacevole e illuminante!


 


Ultimi aggiornamenti dei contenuti
  • Un veliero di cartoneUn veliero di cartone28 Febbraio 2024Sogno n.1 – Ne ho perso quasi la memoria… Un veliero di cartone scivola a sobbalzi sulla cresta argentata d’un rigagnolo. «Un’eco sospirata nel buio distrattamente ridipinto». Un nuovo giorno: la stessa scena rappezzata. Un’eco prima del mattino: danza la scia malferma della barca. Cupo si ricompone, adesso, lo specchio del laghetto (ieratico e lento, nelle pachidermiche movenze); mentre si ricuce la ferita scodinzolando indocile, come un misero girino infilzato, al culminare dei suoi istanti, in un ventre umido di sabbia. Ma l’abisso d’un tombino, (spalancato fra la tempesta e l’infinito), è davvero più profondo, stamane, delle rupi umide di fango. («S’increspano talvolta…», sai, «…in quel rabbioso lupanare, flutti alti appena mezzo dito ! Fermi, immobili, alti appena mezzo dito. S’avvolgono come serpenti… …condannati non più a strisciare, ma a languire in eterno abbracciati!») Ed avvinghiate tra spire iridescenti, -accenni timidi d’abbraccio – ansimano rassegnate le vergini, -inconsapevoli prede consacrate quali dee -, e raccolte in circolo, nella notte escoriata dalle ombre, levano al cielo le braccia come steli: vitrei tentacoli, stupefatti, ubriachi di speranze, (impazziti sin al midollo – per chi da sogni s’è già ravveduto): inutili vestigia d’una disanimata medusa di cristallo. E perfino gli sparuti spruzzi bianchi (spavaldi alligatori in riva al fiume), incuranti, s’affacciano lascivi come salici, (ricurvi mendicanti, nel lacrimoso vibrare d’una viola) e insofferenti, ormai, si sospendono a strapiombo tra il vuoto, e l’eternità. … E io, che desideravo solo passeggiare, mi ritrovo nuovamente (e senza alcuna meraviglia) tra le querce vecchie del vialone, baluginante come un ciondolo dimenticato senza cura, nel piagnisteo d’una grondaia impenitente. … «Lasciati andare nella notte. Lasciati andare!» Depositata per la tutela legale presso Patamu: certificato Breve nota sull’interpretazione dei sogni concepita da Freud I sogni rappresentano per Freud una finestra sulla mente inconscia, che funge da porta d’accesso per comprendere desideri e motivazioni nascoste. Secondo Freud, i sogni sono rappresentazioni simboliche di pensieri ed emozioni repressi, che spesso si manifestano in forma mascherata. Attraverso tecniche psicoanalitiche, Freud credeva che questi simboli potessero essere interpretati per rivelare conflitti sottostanti e questioni irrisolte all’interno della psiche di un individuo. Il concetto di interpretazione dei sogni di Freud, noto come analisi dei sogni, approfondisce il significato simbolico dietro il contenuto dei sogni. Ha identificato vari elementi del sogno, come il contenuto manifesto (eventi reali e immagini nel sogno) e il contenuto latente (significati e simboli nascosti). Scoprendo il contenuto latente attraverso la libera associazione e l’analisi, Freud mirava a portare i pensieri inconsci alla mente cosciente, promuovendo l’autoconsapevolezza e la crescita personale. Da una prospettiva filosofica, le idee di Freud sui sogni sfidano le nozioni tradizionali di coscienza e realtà. Sottolineando l’importanza della mente inconscia nel modellare i nostri pensieri e comportamenti, l’approccio psicoanalitico di Freud evidenzia la complessità dell’esperienza umana e l’importanza di esplorare i nostri pensieri e sentimenti più intimi. Se ti piace la poesia, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè! Condividi questa pagina: [...]
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  • OmbreOmbre27 Febbraio 2024« …il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. » (Epitaffio sulla tomba di I. Kant) Ombre plastiche, dense come petrolio, mi annuiscono soddisfatte. … Kant distrusse tutti gli slanci verso Dio: uno ad uno, crollati come birilli. Poi anche lui morì. Volto in su, sotto il dorso inarcato della sua smania celeste. … Stasera scrivo la mia barba, annuso i pensieri crepati di noia, ghiaccio occhi miopi su frescure di luce. Stasera, incipriando il destino, mi tuffo oltre la soglia, mi spando, mi annullo anch’io nel mezzo dell’ombra. Stasera, forse solo per pochi istanti non sono… …ergo sum. Depositata per la tutela legale presso Patamu: certificato Breve nota sulle confutazioni delle prove dell’esistenza di Dio parte di Immanuele Kant Immanuel Kant, una figura di spicco della filosofia moderna, è rinomato per la sua vasta opera che ha influenzato in modo significativo il campo. Uno degli elementi chiave della filosofia di Kant è il suo approccio critico alla metafisica, che mirava a stabilire i limiti della conoscenza e della comprensione umana. Centrale nella filosofia di Kant è il suo concetto di idealismo trascendentale, che afferma che la conoscenza è modellata dalle strutture della cognizione umana. In termini di confutazione dell’evidenza dell’esistenza di Dio, Kant ha criticato gli argomenti tradizionali come le prove ontologiche, cosmologiche e teleologiche. Kant sosteneva che questi argomenti si basano su premesse che vanno oltre i limiti dell’esperienza e della ragione umana, rendendoli in definitiva non verificabili. Kant propose invece l’idea della ragion pratica, suggerendo che la fede in Dio è una scelta morale piuttosto che una necessità razionale. Nel complesso, la filosofia di Kant presenta un quadro articolato e complesso per comprendere la natura della realtà e della conoscenza umana, sfidando le visioni tradizionali e aprendo la strada al pensiero filosofico moderno. Se ti piace la poesia, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè! Condividi questa pagina: [...]
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  • FollaFolla26 Febbraio 2024C’è una folla di disperati in strada. Sono tutti vestiti e il pudore li segue. Sulla cruna della normalità lasciano che il vento aliti su di loro. “Eguaglianza“, ripetono, mascherandola dietro ogni parola. “Sto bene“, come dire: “Sono eguale!“, e “Sto male” a significare la stranezza. Non sono forse strani i boccioli rossi su alberi chini davanti al trono dell’inverno? E cosa dire di quel filamentoso ramo ingerito dai frutti che affatto non voleva? Troppa fatica è stesa al sole e troppe nubi sono al servizio del pudore. Perché mai tendere una mano se l’aria è già l’essenza d’ogni uomo? La folla ha di nuovo ragione: il vuoto trasuda stanco le fattezze raggrinzite d’ogni umano essere muto. E chi osserva, annuisce impallidito. Depositata per la tutela legale presso Patamu: certificato Breve nota filosofica sull’alienazione sociale L’alienazione sociale si riferisce alla sensazione di essere disconnessi o isolati dalla società o da un particolare gruppo. Questo concetto ha profonde implicazioni filosofiche e sociologiche che sono state esplorate da pensatori e studiosi nel corso della storia. Filosoficamente, l’alienazione sociale può essere compresa attraverso le opere di filosofi esistenzialisti come Jean-Paul Sartre e Albert Camus, che hanno evidenziato la lotta dell’individuo per trovare significato e appartenenza in un mondo che può sembrare indifferente o ostile. Da una prospettiva sociologica, studiosi come Karl Marx ed Emile Durkheim hanno studiato l’alienazione sociale nel contesto delle moderne società industriali in cui gli individui possono sentirsi estraniati dal proprio lavoro, dalle comunità o da se stessi. Le implicazioni sociologiche dell’alienazione sociale possono manifestarsi in varie forme come sentimenti di impotenza, mancanza di integrazione sociale e senso di essere emarginati dalle strutture sociali dominanti. Comprendere e affrontare l’alienazione sociale è fondamentale per promuovere la coesione sociale, il benessere mentale e il progresso sociale complessivo. Riconoscendo ed esplorando questo concetto, possiamo lavorare per creare una società più inclusiva e solidale in cui gli individui si sentano connessi e apprezzati. Se ti piace la poesia, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè! Condividi questa pagina: [...]
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Una veloce introduzione al mio mondo


Giuseppe Bonaccorso impegnato a suonare la chitarra classica, lo strumento che meglio esprime la poesia della musica!

Giuseppe Bonaccorso è un chitarrista classico e poeta che vive in Italia e lavora senza confini. Ha pubblicato diversi libri di poesia ed è stato premiato in molti concorsi.

Giuseppe Bonaccorso si è interessato alle attività creative fin dall’infanzia, quando ha iniziato a creare sculture in ceramica sotto la guida del padre, scultore e pittore che lavorava a Caltagirone (nella meravigliosa Sicilia), famosa per i manufatti in ceramica e maiolica.

Studia e pratica musica e letteratura fin da giovane, senza trascurare gli interessi anche per argomenti scientifici e tecnici come l’informatica e i sistemi adattivi.

  Filosofia di vita

Giuseppe Bonaccorso ha sempre pensato che l’eclettismo fosse la chiave per guidare qualsiasi progresso umano. Per questo motivo ha studiato anche ingegneria elettronica (incentrata su sistemi intelligenti e automazione), scienza dei dati e amministrazione aziendale, concentrando il suo interesse principale sulla filosofia della mente e sull’intelligenza artificiale.

  Attività artistiche di Giuseppe Bonaccorso

Primo piano di Giuseppe Bonaccorso mentre suona la chitarra: la poesia delle note!Nel frattempo, ha scritto diverse poesie, romanzi, saggi e best-seller tecnici. Tuttavia, la musica è rimasta il suo amore più profondo, in particolare le composizioni barocche e classiche e le opere per chitarra classica.

Il suo repertorio chitarristico comprende opere classiche del XVIII e XIX secolo, tra cui Sor, Giuliani, Tarrega e Paganini, e composizioni di Bach, Scarlatti, Brouwer, Villa-Lobos e molti altri compositori contemporanei.

La poesia che più lo rappresenta è basata sulla fusione di ermetismo e simbolismo, correnti che egli riconduce a una riflessione esistenzialista su diversi aspetti della vita e sulla ricerca costante di significato.

Attraverso l’espressione artistica, dopo diverse esperienze che hanno interessato i più disparati ambiti intellettuali, Giuseppe Bonaccorso cerca costantemente quella “via d’uscita“, quel varco magico che può ridonare all’uomo la sua naturale pienezza.

  Alcune curiosità

Giuseppe Bonaccorso suona principalmente chitarre classiche Ramirez con corde Augustine Imperial Blue, chitarre elettro-acustiche Harley Benton e tastiere Yamaha.

  Ulteriori informazioni su Giuseppe Bonaccorso

Per ulteriori informazioni, consultare anche la pagina Chi sono o esplorare Universi paralleli per accedere a tutti gli altri contenuti creati da Giuseppe Bonaccorso (in particolare Poesia e Racconti & Novelle). Inoltre, vi invito a seguire il Miniblog per leggere articoli relativi a musica, poesia e filosofia, pubblicati quasi giornalmente.


Ultimi articoli del miniblog
  • La gabbia dei desideriLa gabbia dei desideriFebbraio 26, 2024Mi pongo un interrogativo: ammettendo la validità della convinzione di Lacan che l’uomo sia “immerso” sin dal momento della sua nascita nel linguaggio (tesi che condivido in pieno), quanto è possibile desiderare ciò che è linguisticamente indescrivibile in quanto, per sua natura, trascende il “contenimento” imposto dalla struttura della lingua naturale? Di primo acchito, ciò può sembrare alquanto bizzarro e inutilmente cervellotico: se l’uomo concepisce e descrive (seppur in modo circostanziale e spesso “goffo”) una trascendenza, essa dovrebbe poter divenire sia oggetto di “capriccio” (inteso come desiderio minore, privo della “direzionalità” che imprime il “vero” e unico desiderare), sia lo scopo finale di un vero desiderio che, esistenzialisticamente parlando, si situa in quel limbo che separa l’essere uomo in quanto tale dal suo non-essere perchè giunto al limitare del suo tempo (e, per dirla come Heidegger, divenuto “finalmente” aut-entico). Purtroppo però, almeno in questo caso, l’eccessiva semplificazione, non soltanto non premia alcuno sforzo, ma rischia di far precipitare l’analisi in un vortice auto-referenziale ove non c’è più alcuna possibilità di elaborazione razionale. Se infatti il linguaggio è il medium che ci “autorizza” a definire ciò con cui entriamo in relazione (che “chiamiamo”, appunto), anche il desiderare è delimitato dalla nostra capacità linguistica e, conseguentemente, i suoi pseudo-oggetti faranno parte di un insieme più o meno vasto e variegato ma pur sempre limitato e inespandibile (senza prima aver “allargato” i confini del linguaggio). Desiderare la trascendenza è possibile, quindi, solo a patto di immaginare quest’ultima come una realtà analoga a quella definita linguisticamente (non a caso e in modo completamente inappropriato, si parla spesso di “altra vita”) con tutte le conseguenze esistenziali del caso. In primis, la “banalità” della struttura degli oggetti: una “vita eterna” è folle almeno tanto quanto l’idea di dover sopportare il peso di limiti eterni, ma una “vita senza limita ed eterna” è ancora più assurda in quanto il linguaggio che ci autorizza a parlare di essa ci mette in guardia definendo prima il termine “limite” (sperimentato immediatamente dall’uomo) e poi, con grande sforzo immaginativo, ci permtte di creare una frase privativa la cui rispondenza al reale è possibile delimitando il campo d’azione del discorso. Il trascedente è, per sua definizione, indescrivibile linguisticamente (a meno di non parlare per allegorie la cui valenza si perde nello stupore “incolto” dei bambini e degli ignoranti) e, perciò, è intrinsecamente indesiderabile. Affermazione “pesante”, è vero, ma, chiudendo questo breve articolo con altro interrogativo, qual è il criterio universale e ineludibile per essere certi che si stia desiderando la trascendenza e non la “trascendenza” (ovvero il suo “avatar” linguistico)? Breve nota sulla psicologia e filosofia di Lacan Jacques Lacan, una figura di spicco nel campo della psicoanalisi, ha introdotto una prospettiva filosofica unica incentrata sull’importanza del linguaggio nel plasmare la soggettività umana. Lacan credeva che il linguaggio non fosse solo uno strumento di comunicazione ma piuttosto una struttura che influenzava fondamentalmente la nostra percezione della realtà. Secondo Lacan il linguaggio è inevitabile; costruisce la nostra comprensione del mondo e di noi stessi, costituendo la base della nostra identità e dei nostri desideri. Uno degli elementi principali della filosofia di Lacan è il concetto di “Ordine Simbolico”, che rappresenta l’ambito del linguaggio e della cultura che modella la nostra esperienza. Lacan sosteneva che siamo nati nel linguaggio e che i nostri pensieri e desideri sono mediati attraverso simboli linguistici. Questo quadro linguistico è cruciale per la psicoanalisi lacaniana, poiché evidenzia il ruolo del linguaggio nella formazione dell’inconscio e i modi in cui il linguaggio struttura i nostri desideri e comportamenti. In sostanza, la filosofia di Lacan sottolinea l’idea che il linguaggio non è solo un mezzo di comunicazione ma una forza potente che definisce la nostra esistenza e modella la nostra esperienza soggettiva in modi che sono profondi e inevitabili. Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè! Condividi questa pagina: [...]
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  • Aggiornamento: nuova poesia “Folla”Aggiornamento: nuova poesia “Folla”Febbraio 26, 2024Ho appena aggiunto una nuova poesia intitolata “Folla”, il cui tema ispiratore nasce dall’osservazione della quotidianità di una massa indistinta di individui che, in preda a un’alienazione ormai assimilata, vivono le loro vite seguendo un copione che non è mai stato letto e compreso. Link alla poesia “Folla” Nota sull’alienazione e sulla mercificazione dell’arte L’alienazione e la mercificazione nell’arte sono da tempo argomenti di discorso filosofico, con rinomati pensatori che approfondiscono la complessità di questi concetti. Filosofi come Karl Marx e Theodor Adorno hanno esplorato le implicazioni dell’alienazione nell’arte, evidenziando come il sistema capitalista possa separare gli artisti dalla vera essenza del loro lavoro. Anche poeti come Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud si sono confrontati con il concetto di mercificazione nell’arte, esprimendo preoccupazione su come gli interessi commerciali possano diluire l’autenticità e l’integrità dell’espressione artistica. Le loro opere spesso riflettono un profondo senso di disagio nei confronti della crescente commercializzazione dell’arte. Nel regno della musica, Richard Wagner per primo, seguito da musicisti moderni e contemporanei come Bob Dylan e Nina Simone hanno usato la loro arte per sfidare la mercificazione della musica e per affrontare i problemi dell’alienazione nella società. Attraverso i loro testi e le loro melodie, hanno cercato di evocare emozioni e provocare una riflessione critica sull’impatto della mercificazione sul processo creativo. Nel complesso, i concetti filosofici associati all’alienazione artistica e alla mercificazione rivelano l’intricata relazione tra arte, commercio ed esperienza umana.   Condividi questa pagina: [...]
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  • Quando la musica corteggia la poesia: i (non) promessi sposiQuando la musica corteggia la poesia: i (non) promessi sposiFebbraio 23, 2024Esiste un rapporto tra musica e poesia? Certamente questa è una domanda un po’ faziosa ed è possibile rispondere in molti modi diversi. In linea di principio tutte le forme artistiche possono essere messe in relazione tra di loro, ma non è questo ciò che vorrei discutere. La mia domanda sottintende una condizione ampiamente verificata nella realtà di tutti i giorni: la musica pop e le canzoni. L’unicità dell’esperienza musicale nel contesto della canzone Noi siamo abituati ad ascoltare “canzoni”, non musica con un testo (o, al contrario, un testo accompagnato da una musica). In altre parole, il nostro modo di percepire e ricordare non è basato sulla scomposizione di elementi costitutivi, ma piuttosto sulla loro sintesi. E’ vero che esistono le cover e perfino rielaborazioni armoniche e melodiche, ma ciò non aiuta molto. I risultati, infatti, vengono “riunificati” in un connubio che appare inscindibile. Certamente è possibile esprimere giudizi estetici, apprezzare o disprezzare un determinato risultato, ma raramente leggiamo di critiche “parziali”, se non per enfatizzare specifiche proprietà intrinseche. Ad esempio, possiamo dire che il testo di una canzone è bello, mentre la musica è brutta, ma, se apparentemente ciò sembra frutto di una scissione nell’analisi, in verità l’origine da cui il giudizio prende forma è sempre la canzone, come forma espressiva unitaria e coesa. Ma ammettiamo che tale analisi sia realmente possibile: il problema, lungi dall’essere stato risolto, si è solo spostato su un territorio ben più accidentato. Come si può, infatti, affermare che una determinata composizione musicale è adatta a un particolare testo poetico? E, viceversa, data una poesia (ovvero, il testo di una canzone), come si può sostenere che essa sia ben rappresentata da una certa musica e non da un’altra? La musica come linguaggio asemantico Pur non condividendo tutto il pensiero di Eduard Hanslick (ed. vedi nota alla fine dell’articolo), sono convinto che la musica possa tutt’al più essere definita come un linguaggio asemantico, ovvero basato solo sulla forma (i.e., sintassi) e la sua bellezza esista esclusivamente nel dispiegarsi della stessa durante l’esecuzione strumentale. In tal senso, il cuore del pensiero romantico favorisce la musica assoluta non tanto perchè non gradisce il canto, ma piuttosto perchè la musica è una forma d’arte in sè che non può arricchirsi tramite il contatto con il mondo poetico. Per fare un esempio pratico, possiamo pensare a un verso generico: “Il cielo è azzurro“. E’ possibile esprimere questo concetto in musica? Ovviamente no, poichè nessuna forma melodica, armonica o timbrica può denotare alcunchè. Allora perchè ci ostiniamo a pensare che una composizione rilassata, con note lunghe e sostenute esprima il verso poetico meglio di un ritmo veloce, magari basato pure su ampi intervalli armonici? Musica, poesia e immaginazione La risposta alla suddetta domanda non è affatto banale, ma certamente contiene in sè, sia un elemento convenzionale (ovvero, noi siamo abituati a fare determinate associazioni e a rifiutarne altre), che uno di natura prettamente cognitiva. Non si può, infatti, prescindere dal fatto che qualsiasi segnale giunga al nostro cervello venga elaborato attraverso processi mnemonici associativi. I non addetti ai lavori non devono temere: al di là di tecnicismi che non verranno presi in considerazione in questa sede, è sufficiente far notare come il potere evocativo di immagini, parole, suoni, etc. sia molto più comune di quanto si pensi. Chi non ha mai detto o pensato, almeno una volta nella vita, che un quadro, uno scorcio o una canzone gli facevano venire in mente esperienze passate? Di fatto, è possibile parlare di immaginazione musicale solo a partire da una realtà che comprende diversi elementi e che, molto probabilmente, si fonda anche sull’esistenza di un linguaggio in grado di denotare ed elaborare in modo astratto i concetti stessi. Di conseguenza, un essere umano, dal momento in cui inizia a recepire e immagazzinare esperienze e segnali esterni, senza alcuna volontà, inizia anche a “immaginare”, “associare” e, in ultima analisi, a poter giudicare bello (o buono, piacevole, etc.) l’accostamento di una melodia rilassata all’immagine di un cielo azzurro e brutto il contrario. Naturalmente, quando parlo di “immaginare” non intendo solo il recupero di una pseudo-immagine (un pò come farebbe un’intelligenza artificiale generativa), ma l’elaborazione semantica di una sorta di descrizione che, lungi dal rimanere integra, si sfilaccia in varie direzioni, portanto l’attenzione prima su un elemento, poi su un altro e così via. Se poi questo processo “incappa” in un luogo semantico particolare (e.g., l’incontro col il partner della propria vita), l’enfasi ingigantisce la percezione con un meccanismo di risonanza. L’immaginazione non può giustificare il valore estetico Purtroppo, anche se l’immaginazione è un processo comune e, per certi versi, intersoggettivo (ovvero, condivisibile pur rimanendo soggettivo), ciò non implica che si possa fondare l’estetica di un accostamento tra musica e poesia sul potere evocativo. In primo luogo, perchè, come già detto, le evocazioni sono soggettive e, soprattutto, perchè si fondano su un linguaggio semantico che svolge il ruolo di mediatore. La musica, non possedendo semantica, non può essere strutturuta con un fine oggettivo, a meno di non ricorrere all’imitazione (e.g., il canto di un gallo o il ticchettare di un orologio) o a tutte le possibili note (titoli, sottotitoli, programmi) che guidino l’ascoltare verso una specifica decodifica del materiale sonoro. L’esempio più calzante è la quinta sinfonia di Beethoven che, lungi dall’essere musica “pura”, presenta un sottotitolo determinante per la sua comprensione: “Sinfonia del destino“. Al di là della storia del compositore e delle sue vicissitudini, l’ascoltare è preventivamente informato che il tema musicale di basa sul concetto di “destino”. Di conseguenza, è sufficiente ascoltare il motivo di apertura per “bloccare” l’immaginazione e guidare la decodifica verso un ambito dove si possono ritrovare le fattezze del destino. L’improvvisa comparsa del “rintocco” o “atto del bussare” appare come una presentazione del destino stesso (poco importa se si pensa subito a un visitatre che bussa alla porta) e attiva in ciascun ascoltare tutti i processi mentali che rievocano la comparsa dell’inatteso (bello o brutto), della sorpresa e dell’ineluttabile. La ripetizione del tema nei movimenti successivi, anche se variata, fornisce sempre un rimando all’idea iniziale, ma, forse, grazie alle scelte di tempo, melodiche, armoniche e ritmiche, Beethoven è riuscito anche a permettere di effettuare diverse associazioni mentali. Magari il primo impatto può essere drammatico, violento, così come lo è da un punto di vista musicale, ma le successive elaborazioni diventano sempre più calme, rassegnate, consapevoli e, in ultima analisi, benevolenti nei confronti di ciò che è subito apparso come un ospite inatteso e sgradito. Di conseguenza, anche le immagini mentali suscitate nell’ascoltatore subiscono una metamorfosi e, a seconda dei casi, possono spostarsi da ricordi spiacevoli a momenti più calmi, perfino appaganti. Non esiste la musica per una poesia o la poesia per una composizione musicale Fermo restando quanto affermato, il problema iniziale permane immutato. La musica (non un motivo, ma piuttosto un intero svolgimento) non può mai essere definita “giusta” o “sbagliata” a seconda del contesto poetico che si sta trattando. E’ vero, ad esempio, che una canzone malinconica farà probabilmente ampio uso di tonalità minori e particolari accordi dissonanti, ma questa scelta non nasce da una ricerca di corrispondenza tra contesto poetico e musica, ma piuttosto da una convenzione. Le neuroscienze, prima della musicologia, dovrebbero indagare sul perchè una tonalità minore suscita immagini calme, tristi o riflessive, mentre una maggiore viene percepita come più allegra e sbarazzina. Certamente, noi possiamo affermare che il legame non risiede nel linguaggio, a meno che (fatto che personalmente non ho appurato) la musica, sin dalle origini storicamente documentabili, non si è sempre basata sulla scelta forzata di tonalità minori per i brani tristi (e.g., il “Miserere” o il “Kyrie eleison” in una messa), mentre ha scelto tonalità maggiori per le danze e per i brani che inneggiavano a realtà piacevoli. Al di là di queste considerazioni, l’articolazione di una composizione rimane comunque al di fuori di ogni contesto di analisi. Esistono migliaia di brani in tonalità minore, ma solo uno è stato scelto, ad esempio, da Bach per il corale di una sua cantata. Perchè? Ecco tornare l’interrogativo iniziale: esiste un rapporto tra musica e poesia? La risposta, per quanto possa sembrare deludente, è no, non esiste alcun rapporto, al di là della necessità o meno da parte della musica di arricchirsi attraverso il contatto con altre forme artistiche. Qualunque scelta musicale che origina da un testo può certamente basarsi sui temi trattati e fare ampio uso degli strumenti compositivi per enfatizzare un verso, ripeterlo in modo polifonico come se lo si volesse fare riecheggiare, e così via. Ma ciò non è sufficiente per affermare che si sta componendo la musica “giusta” per uno specifico testo poetico. D’altronde, è sufficiente ascoltare le messe composte nei secoli da diversi musicisti per capire che non c’è alcuna “correttezza” nell’Alleluia di Händel rispetto a quello messo in musica da decine di altri compositori. In conclusione, desidero rimarcare la necessità di ripensare al rapporto tra musica e poesia, partendo non dall’idea di un “matrimonio” naturale, ma piuttosto dall’importanza che tale relazione de facto ha sempre avuto. Anche se non esiste alcuna forma di composizione musicale “consapevole” del contesto poetico di riferimento, ciò non toglie che determinati risultati hanno un impatto estetico di portata molto maggiore rispetto ad altri. Il compito degli autori, quindi, dovrebbe essere quello di trascendere il limite della consuetidine, al fine di esplorare diversi territori variegati, in grado di attivare sempre più associazioni mentali in diversi ascoltatori. La musica contemporanea, cioè, dovrebbe espandersi maggiormente, riaccarezzando le forme complesse del classicismo (come la sinfonia), ma, nel contempo, translandole in un contesto storico-sociale completamente diverso. Il viaggio è lungo, ma le possibilità sono notevoli e la creatività, per fortuna, non conosce alcun limite spazio-temporale. Breve nota sul pensiero musicologico di Eduard Hanslick Eduard Hanslick, un eminente critico musicale ed estetista del XIX secolo, ha avuto un profondo impatto sul modo in cui la musica veniva percepita e compresa ai suoi tempi. Hanslick concepiva la musica non solo come mezzo di espressione emotiva ma come una forma d’arte che dovrebbe essere apprezzata per la sua bellezza e struttura intrinseche. Credeva che la bellezza della musica risiedesse nella sua composizione, forma e struttura piuttosto che in qualsiasi narrativa o emozione extramusicale che potesse trasmettere. Uno dei risultati principali del lavoro di Hanslick è stata la sua enfasi sugli elementi formali della musica, in particolare nel suo libro “Vom Musikalisch-Schönen” (in Italiano edito con il titolo “Il bello musicale“). Sosteneva che il valore della musica dovrebbe essere giudicato in base alle sue qualità formali, come la melodia, l’armonia, il ritmo e la tonalità, piuttosto che sulle risposte emotive soggettive. Questa idea scatenò un dibattito tra i sostenitori della musica a programma, come Richard Wagner, e i sostenitori della musica assoluta, come Johannes Brahms, plasmando il discorso sull’estetica musicale per gli anni a venire. L’eredità di Hanslick continua a influenzare la critica e l’analisi musicale fino ad oggi. Se ti piace l’articolo, puoi sempre fare una donazione per supportare la mia attività. Basta un caffè! Condividi questa pagina: [...]
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