Gocce nel Mare

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empty seashoreValerio contemplava l’ondulazione monotona del mare. Lenta, disciplinata, mai arrogante, nemmeno nei giorni di tempesta, quando la forza rabbiosa si svegliava d’improvviso dal suo sonno.

La sera prima aveva rivisto la sua ex compagna e adesso si sentiva depresso e malinconico. Il loro rapporto travagliato, i litigi e la lotta sempre dietro l’angolo, avevano reso quella relazione un connubio perfetto di sesso svogliato e di guerriglia: due situazioni che, seppur con diverse fattezze, conservavano i tratti barbari di un universo selvaggio, deprivato del senso di equilibrio a cui talvolta si cerca disperatamente di tendere.

Adesso osservava il mare e rifletteva sulla sua solitudine. Ciò che gli era balzato agli occhi era un comportamento duale dell’essere soli: da un lato egli era solo con se stesso e pativa quello stato per mancanza di persone con cui interagire; ma dall’altro, Valerio era ancora più solo in relazione a Sofia, la donna con cui aveva mantenuto una relazione per più d’un anno. Con lei la separazione si faceva sempre più aggressiva e la sua solitudine diveniva, non più un dato di fatto, come un fiore che cresce tra la carreggiata e il marciapiede, ma piuttosto come un grandioso quanto sgradevole monumento, immobile e statuario, al centro di una larga piazza.

Il mare gli forniva, in quel momento, il senso esatto del suo disagio. Pensava ai pescatori: era sempre stato affascinato da quel mestiere tanto duro; li immaginava quando uscivano la notte con le onde alte, sia su piccole lampare che su grandi pescherecci. Vedeva nella sua mente quelle figure avvolte nei loro maglioni di lana grossa, in piedi sulla barca a conoscere il gelo nella sua bivalenza: nell’aria che li sferzava e negli schizzi algidi dell’acqua senza luce.

La sua solitudine aveva quell’aspetto: ripararsi significava gelarsi in un deserto, mentre avvicinarsi al mare voleva dire sentirsi continuamente schiaffeggiato dalle ondate di freddo salino.

Quando Valerio aveva rivisto Sofia, gli era sembrato tutto come la prima volta. Lei lo aveva adulato senza ritegno e lui, come tutti coloro che amano ogni tanto gongolare nell’orgoglio, aveva goduto di quella presenza.

«I tuoi occhi sono meravigliosi» gli disse lei mentre entravano al ristorante.

«Sono sempre gli stessi» rispose Valerio senza alcuna espressione.

«Mai io te l’ho sempre detto!» ribatté subito la donna. «E’ colpa mia se mi piaci così tanto?»

Lui annuì con semplicità perché non aveva nessuna risposta da fornirle. Come si può discutere sul senso soggettivo dell’amore? Quale macchinosa prova è possibile architettare per valutare se e come qualcuno ci ama? Il silenzio è l’unica soluzione. Un silenzio che potrebbe essere riempito di chiacchiere, ma che restando vuoto e incolto, lascia germogliare i semi più arcaici e svela dunque la genuinità di qualsivoglia sentimento, sia esso amore, rabbia o ignobile interesse.

Di fronte al mare d’inverno, Valerio capì quanto deve sentirsi sola una misera goccia d’acqua in quell’universo tanto indistinto e, ripensando a Sofia, la vide come un isolotto circondato dai flutti: un luogo che può solo prolungare e rendere penosa l’agonia, perché mai nessun navigante scorgerà un naufrago disteso su di esso.

«Mi hanno spaccato il parabrezza della macchina» disse la donna mostrandogli una triste foto scattata con il cellulare. «Hanno rubato tutto quello che c’era dentro.»

Quella persona sapeva indurre pena negli astanti, indipendentemente da chi fossero, e ciò acuiva ancora di più il senso di solitudine che era in grado di provocare.

«Mi dispiace» rispose Valerio. «Ma sei assicurata contro i danni ai cristalli?»

Quella domanda ebbe l’effetto di riportare l’enfasi dall’aspetto penoso a quello pratico, anche se il primo restava sempre in agguato come un giaguaro pronto a scattare sulla sua preda.

In certi momenti, durante il loro rapporto, egli ebbe perfino l’impressione che la sua fosse una tattica per attirare l’attenzione, così come fanno i bambini molto piccoli. Nel prosieguo, tuttavia, si era reso conto che quell’atteggiamento era molto meno calcolato e poteva essere considerato come il sottoprodotto dello stato di solitudine che provava insieme a lei. Come l’acqua nel mare, quella compagnia lo omologava e lo costringeva a perdersi nell’indifferenza mascherata da amore.

«Ho presentato la denuncia stamattina» gli rispose la donna. «Ma sai come vanno queste cose… Prima di risarcirmi chissà quanto tempo passerà…»

«In che modo potrebbero darti torto?» le chiese banalizzando il suo disagio.

«A te, invece, come va la vita?» esclamò Sofia come se avesse considerato del tutto inutile la domanda precedente.

«La vita ha il dono di andare avanti» rispose. «Strano dono, direi… Per il resto, sono veramente pochi quelli che mi prendono sul serio, ma ormai mi sono abituato e non mi arrabbio più.»

«Per questo hai accettato di rivedermi? Io ti ho sempre preso sul serio!»

Nuovamente la ragione si faceva beffa dei contendenti. Come disputare con lei? Cosa vuol dire esattamente “essere preso sul serio”? Come si valuta una simile asserzione? Quali riscontri si possono avere? Valerio se lo chiese in modo quasi fulmineo, mentre gli occhi di Sofia brillavano rispecchiando i contorni del suo viso.

«Non lo so» rispose.

«Cosa significa che non lo sai?» lo incalzò lei accigliandosi. «Perché hai voluto rivedermi?»

Sapeva di non avere argomenti contro quella domanda. Lo sapeva fin troppo bene. Rispose con un’aria di apparente noncuranza: «Forse provo ancora qualcosa…»

Sofia arrossì. Non per l’emozione ma per il puro senso di vittoria. «Anch’io. Ma sono certa che tu l’avessi già capito…»

Di fronte al mare, davanti a quelle onde che sembravano sublimarsi in spuma per poi ritornare a manifestarsi come semplice acqua, Valerio capì d’essere intrappolato. Come si fa a esprimere ciò che il linguaggio appiattisce in sterili sequenze? Quali arti poetiche è necessario invocare?

Immobile, osservando quell’immensa distesa bluastra, ebbe l’impressione di udire la voce del mare dirgli: «Io sono ciò che tu vedi solo perché un’infinità di gocce s’è data a me. Io, dunque, non esisto. Tu stai solo fissando uno sciame ordinato.»

E cosa dire di quell’acqua? Quando le barche la solcavano sembrava aprirsi a loro, proprio come Sofia nel suo amore inesprimibile. Ma era sufficiente guardare a poppa per rendersi conto che quello strappo, quell’apparente deflorazione, si era subito ricucito, per potersi dare ad altre navi, proprio come una puttana che patisce la fame e non seleziona più i suoi clienti.

«Posso chiederti una cosa, anche se so già la risposta?» domandò Sofia con gli occhi umidi.

«Certo…»

La donna non lo lasciò finire: «Ma tu mi hai mai amato?»

Valerio abbassò leggermente la testa, osservando le bollicine arrampicarsi lungo la china fredda del bicchiere.

«Vuoi sapere la verità?» le rispose.

«Altrimenti non te l’avrei chiesto!»

«D’accordo» mormorò passandosi una mano sulla fronte. Poi, rialzando lo sguardo verso quegli occhi lucidi che ancora lo imbarazzavano, aggiunse: «Io non so cosa significhi amare. Non lo so. Capisco che può sembrare una risposta evasiva e forse lo è, ma io non lo so. Non posso farci nulla…»

Sofia annuì come se avesse immaginato quella risposta, ma in realtà fu certa di aver udito una secca negazione nelle sue parole e quell’apparente girovagare tra le pieghe della verità la innervosì.

«E’ come se avessi detto di no.»

E di nuovo, instancabile, ecco che comparve, alle spalle della donna, lo spettro dell’indecisione, di quella lotta intestina senza tregua perché basata su un lunghissimo, interminabile silenzio.

In una vera battaglia, le pallottole, i missili, i carri armati e i soldati, prima o poi, raggiungono una fine e così l’intero scontro. Ma quella spaventosa distanza che si concretizzava nell’atto assurdo dell’abbraccio, del bacio e del sesso, era peggiore d’una trincea, perché rimaneva assolutamente immortale, mai viva per poter morire.

Sofia attendeva una risposta. Il suo cuore desiderava una smentita, ma forse il suo orgoglio avrebbe goduto di più nell’udire una conferma, un motivo razionale che dava un senso alla fine di quel rapporto.

«Te lo ripeto: io non so cosa sia il vero amore. Non lo so» rispose Valerio ripetendo meccanicamente quanto aveva già detto.

«Non lo sai» fece eco Sofia «E’ chiaro.»

Su quella panchina sul lungomare di Ostia, capì che forse l’amore è la risolutezza nell’abbracciare una delle due solitudini. Non come il pescatore che si lascia sferzare dal vento e schizzare dall’acqua, ma come il gabbiano che fruga nell’immondizia o la grossa spigola pronta a morire con degno furore, fuori dal suo amabile gelo senza sole.

«Come fai tu a essere certa dell’amore?» le chiese.

«Adesso?” esclamò la donna. «In questo momento non sono certa di nulla!»

«Quando stavamo insieme, ad esempio, cosa ti permetteva di essere certa che quello che provavi fosse amore?»

Sofia iniziò a ridere: «Mi sembri un adolescente! Ma che domande fai? Certe cose si capiscono e basta! Se non lo capisci vuol dire che non provi nulla.»

Valerio mugugnò qualcosa e poi iniziò a scuotere la testa: «Ne dubito.»

Forse una volta in vita sua l’aveva amata davvero, ma era tutto così nebuloso da ottundere i suoi sensi già parecchio ingannati. Si trovavano fuori città e durante una delle loro liti, Sofia aveva scaraventato a terra una valigia, spaccandone l’angolo di plastica. L’uomo, stizzito non tanto per il danno ma più che altro per una reazione così molesta, con notevole villania, le aveva gettato in faccia il bicchierino di vodka che stava bevendo. La donna era corsa in bagno gridando dal dolore e lui, temendo di averle bruciato gli occhi, le andò dietro e la prese tra le braccia, ripentendole: «Vedi cosa succede? Vedi? Ma perché dobbiamo arrivare a questo punto? Perché?»

Alla fine si calmarono entrambi ed andarono a cena come se nulla fosse accaduto. In quel momento le era parso di averla amata, ma adesso, di fronte al mare sempre più cupo, capì che anche in quel caso si era probabilmente trattato solo di pietà, di compassione, come quella del pescatore che rigetta in mare il pesce troppo piccolo che finirebbe solo tra le fauci di un gatto.

La sera prima, insieme a lei, aveva evitato volontariamente di fare accenno a quell’episodio perché sapeva già che la reazione di Sofia sarebbe stata più di disgusto che di piacere. Una volta le aveva confessato di sentirsi molto appagato quando poteva aiutarla e lei, incurvando le ciglia come un mascherone greco, gli aveva risposto: «Cosa? E quindi tu stai con me solo perché ti faccio pena?»

A nulla erano servite le spiegazioni. Forse proprio quella bizzarra forma di “pena” era la faccia dell’amore che Valerio era in grado di provare, ma da come reagì la donna capì di essere in errore. Già, ma chi commette e chi valuta l’errore sono in genere individui diversi e se non arrivano alle mani durante gli scontri, è soltanto perché entrambi hanno preventivamente accettato una convenzione.

«Ma quale diavolo di convenzione si può trovare sul senso dell’amore?» pensò Valerio. «Quale?»

Gli rispose il mare, mai stanco di far danzare le sue correnti: le gocce d’acqua e perfino le molecole che le compongono, amano quello stare insieme perché solo così esse possono divenire “mare”. Altrimenti resterebbero pozzanghere, laghetti, acquitrini e mai avrebbero la possibilità di essere parte della più immensa opera di tacita unione della Terra.

Dunque Sofia si era sentita felice di stare insieme a Valerio perché capiva che il suo essere sola fosse pur sempre peggiore dello stare insieme? O forse, come era invece accaduto a lui, era stata la noia a spingerla in quell’avventura, un’esperienza dove comunque la solitudine non veniva mai messa fuori discussione?

«Da come mi guardava ieri sera», pensò «sembrava che desiderasse tornare con me. Che sentisse la mia mancanza. Ma mancanza esattamente di cosa?»

Una mancanza è già di per sé un grosso problema: si tratta di un’assenza e quindi di un luogo ove l’ignoto può divenire troppo facilmente possibile. Ma se a questo si aggiunge che il presunto oggetto mancante è il proprio irraggiungibile amante, il guaio è combinato alla grande.

Valerio era certo che il suo modo di percepire la “mancanza” di Sofia era certamente diverso da quello che sperimentava forse la donna, ma proprio tale diversità rendeva l’assenza simile al vetro di un parlatorio in carcere: dava sicurezza, permetteva gli sguardi, i contatti simbolici, le parole, ma nulla più, perché condannato e visitatore poggiano i loro piedi sempre su territori diversi.

brown wooden boat moving towards the mountainGli tornò in mente il pescatore ritto sul cassero della barca: «Non si muove nell’acqua» pensò. «Il mare è troppo freddo, salato, inospitale per lui. Lo osserva… Certamente. Lo scruta per capire dove è meglio gettare le reti, ma il legno infracidito della barca gli fa da schermo. E’ quello il suo parlatorio.»

Così, quando Sofia gli aveva chiesto se non gli fosse piaciuto costruire qualcosa insieme a lei, la prima immagine che gli era venuta in mente era stata la grottesca pantomima dei matrimoni tra ergastolani e cittadini liberi e le aveva semplicemente risposto: «Non so neanche cosa voglio realmente costruire io.»

«Ma da solo non è la stessa cosa di farlo in due!» ribatté subito lei, come se fosse di nuovo in preda a una crisi di entusiasmo isterico.

«Ti ho già detto che non lo so!» tagliò corto Valerio. «Sto attraversando un momento strano della mia vita e non riesco mai a risolvermi. Passerà.»

Sofia annuì nuovamente, ma stavolta aveva l’aria di chi non si aspettava nessun’altra reazione a parte quella. Avrebbe gradito una risposta decisa e possibilmente concorde alle sue idee, ma Valerio non riusciva a fare di meglio. Dirle di sì avrebbe significato impelagarsi in una rete dove avrebbe trovato la morte, proprio come i pesci che tirati in barca si dimenano per alcuni minuti, soffocando in un’asfissiante solitudine. Ma, d’altro canto, non aveva neanche la determinazione per dirle di no perché in fondo provava qualcosa per lei, anche se le fattezze di quel sentimento erano celate dietro a una lugubre maschera priva dei suoi connotati salienti.

Si accese una sigaretta e iniziò a camminare sul lungomare. Era rimasto seduto per troppo tempo e gli dolevano le spalle per la posizione scomoda. D’inverno era affascinante muoversi accanto alla spiaggia. D’estate era noioso, inutile, ma quando iniziava a tirare il vento e il fragore delle onde spezzava la monotonia del chiacchiericcio, passeggiare era piacevole.

Si comprò una birra in uno dei pochi bar aperti e iniziò a berla come un vagabondo senza dimora. Quel lieve tenore alcolico, simile a una carezza, lo fece subito sentire meglio. Si ricordò di tutte le volte che Sofia lo aveva invitato a non bere fuori dai pasti e a quando soleva ripetergli: «Sei troppo dissoluto. Devi curarti di più!»

Fece un gesto con la mano per scacciare quei pensieri: «Dissoluto? Forse sì, ma quant’è dolce abbandonarsi ai vizi quando l’alternativa è un rigore che cerca solo figliastri!»

Pur non amando il mare, Valerio si rese conto che esso lo rispettava. In quel ripetersi senza tregua dello sciabordio, era nascosto solo un necessario respiro, nulla di più. Nessuna pretesa, nessuna volontà. I pesci erano nati con le branchie e gli uomini con l’abilità di tirarli fuori dalla loro culla. Null’altro.

Vide una banchina aperta che conduceva nel bagnasciuga. Era da tempo che non faceva una vera sciocchezza, di quelle che i ragazzini considerano normalità, e in quel momento provò un desiderio inarrestabile di farla. Si tolse le scarpe e i calzini, si arrotolò i pantaloni e si diresse verso il mare con ancora la sigaretta e la birra in mano.

L’aria era fredda e già a due metri dall’acqua sentì i brividi salirgli lungo le gambe. Mandò giù un’altra sorsata, gettò il mozzicone, accese un’altra sigaretta e proseguì verso il bagnasciuga.

L’acqua era gelida, ma andò avanti sino a bagnarsi i polpacci e rimase immobile, con milioni di gocce che gli urtavano la carne tiepida. Mandò giù la parte restante di birra e chiuse gli occhi.

Rivide nella memoria alcuni momenti trascorsi con Sofia: quando si conobbero la prima volta, il loro primo rapporto sessuale, gli screzi e le paci, le notti passate a dormire accanto e quelle in solitudine, gli attimi di pena e quelli di odio. Come una persona in procinto di morire, rivide tutti quei momenti di vita compressi come sardine dentro le scatolette.

Poi riaprì gli occhi. La sigaretta era quasi consumata, e così anche la birra. Si voltò verso la spiaggia e si mosse lentamente in direzione del bagnasciuga. Le caviglie erano intorpidite: «Adesso rischio pure di prendermi un accidente!» pensò mentre raggiungeva una vecchia barca rovesciata.

Non aveva nulla con cui asciugarsi, perciò preferì camminare e lasciare che la sabbia assorbisse l’acqua ancora attaccata alle gambe. Vicino al bar in cui aveva comprato la birra, notò un garzone col grembiule bianco. Gli fece un cenno e lo fece avvicinare: «Mi porti un’altra chiara? Come vedi, io non posso ancora andare sul marciapiede.»

Il ragazzo lo squadrò come si guarda un matto: «Certo» disse malvolentieri prendendo i soldi che Valerio gli porgeva.

Tornò dopo qualche minuto con la bottiglia stappata e il resto.

«Tienilo. Mi hai fatto un gran favore!» gli disse sorridendo.

Il garzone lo ringraziò e tornò dentro al piccolo locale. Valerio proseguì nel suo cammino. Mandò giù un paio di lunghe sorsate e assaporò quell’aroma che l’aveva sempre inebriato molto più d’un pregiato vino d’annata.

Quando arrivò vicino alla piazza dove aveva lasciato la macchina, finalmente, si decise a ripulirsi dalla sabbia e rimettersi calzini e scarpe. Risalì da una scaletta mezza diroccata usata solo dai bagnanti d’estate e si accese un’altra sigaretta osservando l’ultimo sole sparire all’orizzonte.

«Sei davvero complicato!» gli disse Sofia prima di salutarlo. «Perché non ti lasci andare? Prendi tutto con un po’ più di leggerezza. Si vive una sola volta!»

«E’ quello che cerco di fare» rispose Valerio.

«A me non sembra. Comunque, se lo dici tu…»

Ecco dunque il nocciolo della questione: l’errore che aveva fatto incrinare il loro rapporto non era legato alla singolarità dei caratteri, ma piuttosto all’incapacità di rappresentare, l’uno agli occhi dell’altro, la maschera che ciascuno desiderava vedere.

«Forse hai ragione» mormorò Valerio. «Se davvero quello che dici fosse accaduto, stasera saremmo rimasti in silenzio, a guardarci reciprocamente negli occhi.»

«Come due statue?» chiese ridendo Sofia.

«No. Come un’unica grande statua che raffigura due ballerini: lei è piegata in basso, come un arco, sostenuta dalle braccia forti del suo compagno. Danzano. Immobili.»

«Un’immagine molto evocativa, ma sinceramente non riesco a capire dove vuoi arrivare…»

«Pensi sul serio che uno dei due personaggi possa scoprire un piccolo bitorzolo sul volto dell’altro senza mandare in frantumi l’intera opera e quindi anche se stesso?» domandò malinconico Valerio.

Il vento fluttuò tra di loro come se avesse voluto mimare la danza invisibile dei due ballerini di marmo. Restarono per qualche secondo in silenzio, all’interno di quel limbo caotico di parole rubate, spogliandosi d’ogni inutile orpello, come alberi stanchi sul fare dell’autunno.

«Non credo proprio» gli rispose infine Sofia sfiorandogli il braccio. «Non credo proprio.»


Photo by Kees Streefkerk and Luca Bravo


Depositata per la tutela legale presso Patamu: certificato.


 

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