Ceramica artistica: quando l’artigianato segue la via della trascendenza

Sin da quando sono nato, sono stato immerso in una “terra di mezzo”, sospesa tra arte e artiginato della ceramica. Il paese italiano dove sono venuto al mondo e cresciuto sino all’adolescenza, chiamato Caltagirone, si trova nella parte meridionale della provincia di Catania (Sicilia), in cima a una collina alta circa 650 metri che domina un circondario tipicamente brullo nella parte nord e, meno scosceso e arido, in quella meridionale.

Ceramica: tra cultura tradizionale e spirito artistico

Tuttavia, questo apparentemente anonimo paese dell’entroterra siciliano, famoso per la sua lunghissima scalinata di Santa Maria del Monte (anch’essa completamente decorata con mattonelle di ceramica), è sempre stato anche rinomato per la lunga tradizione della creazione di maiolica (spesso chiamata semplicemente “ceramica artistica” per distinguerla da quella industriale).

Pannelo di ceramica smaltata raffigurante un gruppo di barche. Realizzato da Raffaele Bonaccorso
Pannelo di maiolica smaltata raffigurante un gruppo di barche (R. Bonaccorso)

Caltagirone, patrimonio UNESCO per la ceramica artistica

Lungo le viuzze (in dialetto, carruggi) del centro storico, ci sono sempre state decine e decine di botteghe artigiane, nelle quali ceramisti figli di ceramisti, creavano le loro opere, curando ogni fase del processo: dall’acquisto delle materie prime, all’impacchettamento in fogli di giornale dei pezzi venduti. La mia famiglia paterna apparteneva a questa categoria e, senza alcuna velleità – d’altronde ingiustificata, visto che questa tradizione è giunta ormai al termine, posso dire che ha goduto di una notorietà senza pari, sia nel circondario che, in diverse parti d’Italia.

Quando ancora gattonavo, nella grande casa dei nonni paterni, il cui piano terra era completamente adibito a laboratorio e all’espoisizione dei manufatti, mi muovevo tra decine di statuette, pannelli da appendere, piatti, vasi e ogni altra creazione che potesse aggradare anche i palati più fini di Caltagirone. Sia mio nonno (mio omonimo dal “nome santo“) che mio padre Raffaele (che, dopo l’Accademia di Belle Arti a Roma, alternava l’insegnamento della storia dell’arte con la creazione di ceramica) seguivano la via maestra che costeggiava, da una parte la cultura artigianale tramandata nei secoli e, dall’altra, la ricerca artistica e di sempre nuove forme d’espressione.

Forme espressive della ceramica artistica di Caltagirone

Infatti, come spesso accade in questi casi, la cultura di un luogo definiva regole e standard de facto che, con il trascorrere degli anni, si trasformavano da trovate innovative in veri e propri schemi caratteristici. In altre parole, ciò che veniva proposto da un ceramista, se considerato gradevole, poteva lentamente diffondersi e divenire un modus operandi che entrava a far parte della tradizione artigianale del luogo.

Vaso di maiolica decorato
Vaso di maiolica decorato con motivi tipici della tradizione calatina

I motivi floreali basati su pattern ripetuti e le forme simili a variopinte piume d’uccello, fanno parte di questa tradizione. Inoltre, i ceramisti di Caltagirone, ricordando, più dai libri di storia che in pratica, la dominazione araba, si sono spesso prodigati nel reallizzare vasi a di forma antropomorfa, raffiguranti i cosidetti “mori” o, talvolta, anche personaggi femminili e cavalieri di tradizione normanna.

Nonostante la diffusione di questi “standard”, la mia famiglia si è sempre dedicata a una ricerca artistica molto originale, evitando approcci che, pur onorando la tradizione, sacrificavano la creatività. Tutte le fotografie presenti in questo post (ad eccezione dal vaso con motivi “tipici” – un regalo per il matrimonio dei miei genitori) rappresentano maioliche realizzate sia da mio padre che da mio nonno.

Gruppo scultureo di Caltagirone raffigurante due soggetti contadini. Realizzato da Raffaele Bonaccorso
Gruppo scultureo in maiolica smaltata raffigurante due soggetti contadini (R. Bonaccorso)

La realizzazione delle maioliche con gli occhi di un bambino

Prima di discutere altri dettagli, vale la pena dedicare qualche riga al processo di realizzazione delle maioliche. Devo ovviamente premettere che io non ho mai partecipato “seriamente” a queste attività, ma la mia continua frequenza del laboratorio è sufficiente ad avermi fatto maturare una conoscenza abbastanza approfondita.

La materia prima della maiolica è l’argilla (spesso chiamata semplicemtne “creta“), raccolta nel circondario di Caltagirone, depurata e consolidata in blocchi omogenei pronti alla vendita. Tutti i ceramisti si riformivano presso fornitori locali che vendevano blocchetti a forma di parallelepipedo della lunghezza di circa 60 cm e con una base di circa 20 x 20 cm. Io ne ricordo una pila sempre pronta all’uso in un angolo del laboratorio.

Una volta definito il soggetto dell’opera, si tagliava un blocco di argilla (con il semplice, ma efficacissimo metodo basato su un filo sottile come la corda di un violino) e si portava al tavolo da lavoro. In quel microcosmo sporco, pieno di strumenti, vasi e vasetti, immagini di modelli attacatte alle parete e, un’immancabile radiolina sempre accesa, si sviluppava tutta la creatività.

Un lavoro delicato come quello di un orologiaio

Al contrario della scutura marmorea, che procedeva per sottrazione e, ahimè, era spesso irreversibile (anche se Michelangelo seppe evitare qualche “disastro” – come nel caso del Mosè conservato nella chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma – con abili stratagemmi), la modellazione della creta era generalmente un processo che partiva dalle singoli parti e procedeva per addizione.

Ovviamente, bisognava anche eliminare l’argilla in eccesso, ma molto più spesso di creavano pezzettini di varie forme per realizzare ora una capigliatura, ora un dito, e così via. Il processo era meticoloso e il livello di dettaglio dipendeva molto dall’idea creativa del ceramista. Quando si desiderava realizzare, ad esempio, una statuina realistica, era necessario curare dettagli anche di pochi millimetri. Mentre, se si desiderava trascendere il modello “verista” (molto apprezzato a Caltagirone) per rifugiarsi nel calideoscopico mondo di un astrattismo “senza eccessi di licenze”, si poteva procedere con maggiore velocità, curando più l’insieme che i singoli dettagli.

Trittico basato su soggetto sacro. Realizzato da Giuseppe Bonaccorso
Trittico di maiolica di soggetto sacro (G. Bonaccorso)

Dall’argilla all’opera d’arte

Una volta che il manufatto era completo, si doveva lasciare ad asciugare per diverse ore. L’argilla, perdendo acqua, diveniva solida, ma estremamente friabile. A quel punto, si poteva procedere alla prima cottura per ottenere quella che in gergo si chiama “terracotta”. Dal grigio scuro, l’oggetto acquisiva un colore tra il marrone e il rossiccio, diveniva estremamente duro e altrettanto fragile.

Esiste molte ceramica che si è fermata a questo stadio, anche se, in genere, si tratta di manufatti di modico valore, destinati a scopi non ornamentali. Al contrario, i ceramisti d’arte di Caltagirone, continuavano il processo con una o più colorazioni. L’approccio più semplice era basato su una cromatura “a freddo” o “a secco”, che consisteva nello stendere un colore opaco direttamente sulla terracotta. Il risultato, molto caratteristico, era molto gradevole, con tinte che si spegnevano in un gradazioni pastello, ma, nel contempo, non avevano alcuna lucentenzza.

Particolare di un angelo in maiolica con cromatura non smaltata. Realizzato a Caltagirone da Raffaele Bonaccorso
Particolare di un angelo in maiolica con cromatura non smaltata (R. Bonaccorso)

I processi più elaborati

Se, al contrario, si desiderva un risultato più brillante, era necessario un processo di cromatura decisamente più laborioso. L’oggetto in terracotta veniva, innanzi tutto smaltato di bianco. Lo si immergeva in una tinozza contente vernice liquida sino a farlo impregnare, lo si ripuliva, raschiando lo smalto dalle parti d’appoggio e lo si lasciava qualche ora ad asciugare.

Appena pronto, veniva infornato e cotto per la seconda volta. Il risultato era un manufatto completamente bianco lucido che aveva del tutto perso la porosità della terracotta. Con questo stratagemma, si poteva procedere a una cromatura che sarebbe risultata brillante e dalle mille sfumature di tonalità.

Il “miracolo” cromatico in atto!

I colori usati all’inizio di questa terza fase venivano chiamati in gergo dialettale “lustri” e si presentavano come liquidi di natura metallica (incluso l’oro zecchino) di un colore grigio-violaceo. Era impossible distinguere se si trattasse di un blu o di un rosso in quella fase, pertanto era necessaria notevole attenzione. Una volta steso il nuovo strato cromatico, si aspettava ancora qualche ora, per poi informare i pezzi per la terza (e ultima) volta.

Le alte temperature fondevano il colori, rivelandone il carattere cromatico e luminoso. Inoltre, le inevitabili sbavature, davano vita a decorazioni involontarie e uniche che donavano all’oggetto un carattere moderno, pur rispettando le caratterische principale della tradizione calatina.

Presepe monoblocco di maiolica smaltata con terza cottura. Realizzato a Caltagirone da Raffaele Bonaccorso
Presepe monoblocco di maiolica smaltata con terza cottura (R. Bonaccorso)

Non solo vasi o piatti da appendere

La tradizione calatina è fortemente basata su oggetti “classici”, quali piatti, vasi, o figurine decorative di varia natura. Tuttavia, come è spesso accaduto in altri ambiti delle arti figurative, moltissimi spunti provenivano dalla tradizione religiosa. Natività, presepi, Madonne con bambino, angeli, crocifissi, etc. riempivano intere pareti.

Si può affermare senza fallo che, sino ad un certo periodo, quasi tutti i calatini possedevano almeno un piccolo manufatto religioso in maiolica, sia che si trattasse di un’acquasantiera decorata, di un angioletto (chiamati anche “puttini“) o di un crocifisso da usare come capezzale in camera da letto.

L’approccio tipico della ceramica di Caltagirone

Ma, a differenza di Via San Gregorio Armeno a Napoli, anch’essa famosa per le statuine del presepe, a Caltagirone si onorava la tradizione pià classica. Gli artigiani non cercavano foto di personaggi politici e dello spettacolo per realizzare sempre nuove e originali (ovviamente anche decontestualizzate) state del presepe. I protagonisti erano sempre, oltre alla Sacra Famiglia e agli animali di evangelica memoria, di natura bucolica e, come a voler attualizzare l’episodio, vestivano quasi sempre in modo “moderno” con pantaloni e camiciole.

Crocifisso smaltato realizzato da Raffaele Bonaccorso
Crocifisso di maiolica smaltata (R. Bonaccorso)

Non mancavano, ovviemente, tutti quegli oggetti che venivano graditi dai fedeli. In un contesto storico e culturale dove la chiesa cattolica rivestiva un ruolo centrale nella vita di ogni giorno, le famiglie non limitavano il loro contatto col sacro solo alla partecipazione alle cerimonie religiose, ma desideravano spesso avere a casa piccoli “altarini” (tipici delle devozioni a santi particoli o alla Madonna) e acquesantiere dove potevano tenere mezzo bicchiere di acqua benedetta per fare il segno della croce.

Acquasantiera da parete in maiolica smaltata. Realizzata da Raffaele Bonaccorso
Acquasantiera da parete in maiolica smaltata (R. Bonaccorso)

Al di sopra della cavità in cui si metteva l’acqua benedetta, si trovavano in genere scene con angeli o Gesù bambino. Piccole composizioni dai colori accesi e talvolta piene di panneggi che animavano il bassorilievo donandogli un movimento delicato, simile a una brezza spirituale che sfiorava la fronte del fedele.

Spazio alla sperimentazione

Nonostante la tradizione di Caltagirone sia sempre stata molto radicata e abbia spesso condizionato la produzione di ceramica, la mia famiglia si è spesso distinta per sperimentazioni artistiche di vario genere. Tra queste, un posto di rilievo, lo occupano i cosidetti “fumi“, che entravano in gioco durante la cottura finale dell’oggetto.

Si preparava una cartuccia di colore in polvere simile a un petardo e, dopo alcune ore di cottura, con la massima cautela, la si lasciava cadere dentro al forno tramite un foro presente nella parte superiore. Data l’altissima temperatura, la cartuccia letterlamente scoppiava e il colore (che poteva essere un misto di diverse polveri) si spargeva su tutti gli oggetti in cottura, solidificandosi e divenendo lucido.

Vaso realizzato con tecnica sperimentale. Realizzato da Raffaele Bonaccorso.
Vaso in maiolica realizzato con tecnica sperimentale (R. Bonaccorso)

Il risultato era molto spesso stupefacente. La decorazione di base si fondeva con motivi irregolari e dalle tinte più variegate, dando vita a una patina translucida che cambiava colore in base alla posizione a all’illuminazione.

Si trattava, ovviamente, di una tecnica tanto innovativa quanto rischiosa, poichè il risultato non era in alcun modo controllabile. Tuttavia, la maggior parte dei pezzi che sono entrati in mio passesso è dotata di un fascino che travalica i limiti spesso angusti della pura tradizione, per entrare a pieno titolo del pantheon dell’arte figurativa.

Sintesi della storia della maiolica sicliana

La maiolica è un tipo di ceramica smaltata a stagno originaria del Medio Oriente e diffusasi in tutta Europa durante il periodo medievale. Giunse in Sicilia durante l’occupazione normanna nell’XI secolo e divenne presto parte integrante della tradizione artistica dell’isola.

I disegni vivaci e colorati delle maioliche siciliane riflettono una combinazione di influenze di varie culture, tra cui araba, bizantina e normanna. Gli intricati motivi raffigurano un ricco arazzo di motivi come fiori, frutti, animali e forme geometriche, tutti abilmente dipinti a mano sulla ceramica.

La maiolica siciliana ha guadagnato popolarità nel corso dei secoli, diventando un simbolo dell’identità siciliana e un’importante industria artigianale. La ceramica non veniva utilizzata solo per scopi decorativi ma anche per oggetti di uso quotidiano come piatti, ciotole e vasi.

La città di Caltagirone, situata nella Sicilia centrale, è particolarmente rinomata per la produzione di maioliche. È stato un centro di artigianato ceramico sin dal XVII secolo, con molti laboratori e fornaci ancora attivi oggi. La splendida scalinata di Santa Maria del Monte, adornata con maioliche colorate, testimonia la devozione della città per questa antica forma d’arte.

Il processo di creazione della maiolica prevede diversi passaggi complessi, tra cui la modellatura dell’argilla, l’applicazione dello smalto e la pittura a mano dei disegni. Ogni pezzo è meticolosamente realizzato da abili artigiani che hanno ereditato le loro tecniche e conoscenze dalle generazioni precedenti.

Oggi, la maiolica siciliana continua ad incantare sia la gente del posto che i visitatori. Non è solo considerato una bellissima forma d’arte, ma anche un tesoro culturale che incarna la storia e le tradizioni dell’isola. Possedere un pezzo di maiolica siciliana è come possedere una piccola parte del vibrante patrimonio della Sicilia.

In sintesi, la storia della maiolica in Sicilia è un racconto di eccellenza artistica e significato culturale. Dalle sue origini in Medio Oriente alla sua fiorente presenza sull’isola, la maiolica siciliana ha affascinato il mondo con i suoi disegni intricati e colori vivaci. È una testimonianza dell’abilità artigianale e della bellezza senza tempo che continua a prosperare nella tradizione ceramica siciliana.

Conclusioni

In questa breve carrellata, spero di aver sintettizzato la maggior parte degli aspetti peculiari della ceramica artistica calatina, in particolare quella realizzata dalla mia famiglia. Si tratta di un patrimonio culturale più che degno non solo di essere conservato, ma soprattutto valorizzato e trasmesso alle nuove generazioni.

La nobiltà della scultura in maiolica di Caltagirone non è meno affascinante di quella ben più quotata in marmo o bronzo, ma la cura, il processo e la fierezza nell’esporre le proprie creazioni, fanno della maiolica calatina un vanto che non teme confronti.

L’arte non deve porsi limiti, se non quelli dell’estetica, la cui natura, tuttavia, è molto variabile e soggetta a rivoluzioni più o meno drastiche. La maiolica vive nel limine tra tradizione e innovazione, lasciando fiorire nuove idee e rivaluando quanto i maestri antenati hanno lasciato ai posteri.

La ceramica calatina, pertanto, non è e non deve essere un prodotto locale, confinato a un circondario di paesini, ma deve globalizzarsi, superare le barriere e imporsi a pieno titolo come arte viva, vibrante, trasportata dal desiderio di comunicare una nobilissima e preziosa realtà a chiunque abbia la sensibilità per recepirla.


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