Aggiornamento: nuovo racconto “Corpo di donna”

Donna assorta nei suoi pensieri traumatici

Ho appena aggiunto un nuovo racconto intitolato “Corpo di donna”. E’ una storia scabrosa, con forti tinte psicologiche e incentrata sul trauma che una ragazza rivive durante l’attesa in una sala del pronto soccorso. Doloroso e introspettivo, ma anche terribilmente realistico.

Corpo di donna

Scopri la storia toccante di una ragazza in crisi, mentre rivive il suo incubo nella sala di un pronto soccorso. Un racconto verista che unisce psicologia e cruda realtà.


Breve nota contestuale

Il dramma della violenza subita dalle donne svela una realtà inquietante della prevalenza di stupri e violenza contro le donne a livello globale. Al di là delle cicatrici fisiche, l’impatto psicologico di tali esperienze traumatiche è profondo e duraturo. Le vittime spesso lottano con sentimenti di paura, vergogna, senso di colpa e impotenza, che portano a condizioni come il disturbo da stress post-traumatico, ansia e depressione.

Gli aspetti psicologici di questi crimini approfondiscono le motivazioni degli autori e i fattori sociali che contribuiscono a tali atti. I perpetratori spesso utilizzano la violenza come mezzo per esercitare potere e controllo sulle donne, riflettendo problemi profondamente radicati di misoginia e patriarcato. La normalizzazione della violenza in alcune culture perpetua ulteriormente questo ciclo, rendendo difficile per i sopravvissuti cercare aiuto e liberarsi dal trauma.

Affrontare l’impatto psicologico degli stupri e della violenza contro le donne richiede un approccio globale che includa cure informate sul trauma, servizi di supporto per la salute mentale e sforzi per sfidare convinzioni e comportamenti radicati che perpetuano la violenza di genere. Solo attraverso l’azione collettiva e il sostegno possiamo lottare per una società in cui le donne siano sicure, rispettate e responsabilizzate.


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Liszt e il progressismo romantico caduto nel vano

Non c’è che dire, i compositori romantici non smettono mai di stupirci con la loro modernità. Altro che persistenza immutabile della musica composta prima di un certo periodo storico (idea fissa di molti musicofili e direttori d’orchestra odierni), Franz Liszt (1811 – 1886), ad esempio, oltre che i voti religiosi aveva anche abbracciato un progressismo sociale, artistico e politico da far impallidire perfino Marx!

La musica del tempo con l’eredità dei classici (in particolare, Haydn e Mozart) e pre-romantici (i.e., Beethoven), sembrava ormai gravata da un fardello ipotecario quasi impossibile da liquidare. Eppure molti fruitori dell’epoca iniziavano a non gradire i continui rimandi al passato e pagavano mal volentieri i biglietti dei teatri quandi i programmi non promettevano almeno qualche sorpresa.

Quadro intitolato "La libertà che guida il popolo" di Eugène Delacroix
Quadro intitolato “La libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix, dipinto del 1830 e conservato al Museo del Louvre a Parigi. Gli ideali di libertà, riscatto sociale, uguaglianza e frateternità, ispirati dalla Rivoluzione francese, furono spesso un riferimento per la cultura romantica. Liszt stesso elogiò la Marsigliese, come inno del popolo e per il popolo, come musica, cioè, non più elitaria e limitata a pochi intenditori, ma piuttosto diffusa a tutte le classi, senza distinzioni.

Ieri, oggi e domani

Questo, ovviamente, succedeva prima che venisse coniato il temine “musica classica” per indicare una sequenza di “cadaveri” in esposizione. Lo so, la frase è un pò pesante e, certamente, non ha carattere denigratorio (essendo io il primo ammiratore), ma l’amara verità è che se Franz Listz guardava alle masse, stratificate in classi sociali dettate, non da nomine e investiture, ma piuttosto dall’incalzante potere industriale che si spandeva a macchia d’olio, noi (circa 150 anni dopo la sua morte) guardiamo al suo stereotipo, come all’unica fonte di musica “colta” degna di essere ascoltata.

Il guaio, come è facile intuire, è che le classi sociali non solo non sono morte (i.e., il comunismo ha solo imbiancato facciate e ingrassato oligarchi), ma hanno messo radici profonde, soprattutto dal punto di vista socio-culturale. Con ciò non intendo dire che gli operai ottocenteschi fossero istruiti, anzi, è molto probabile che nemmeno i borghesi curassero più di tanto la cultura, ma il problema è che, se il “Paganini” del pianoforte considerava come deleterie le elitè del tempo, oggi finirebbe per rifugiarsi in un atollo del Pacifico pur di non rendersi conto di quanto ottusa e poco lungimirante è stata l’evoluzione.

Perchè l’evoluzione c’è stata (inevitabilmente) e, abbiamo già parlato del dominio acquisito dalla musica pop, ma c’è da chiedersi: è davvero questo quello che Liszt tanto desiderava? Egli parlava spesso di “progresso musicale”, ovvero marcava con tutta l’enfasi possibile la realtà in continua evoluzione a cui l’arte doveva rapportarsi. Egli osservava la nascita e la crescita di una società industriale, dove i poteri forti non erano quelli aristocratici, ma piuttosto giacevano come cagnolini ai piedi dei banchieri e dei capitani d’industria.

Quando a vedere il futuro è un compositore del passato

In altre parole, Franz Liszt aveva ben compreso due cose fondamentali: la prima è che i musicofili non andavano più cercati all’interno dei salotti e, la seconda, è che una musica che non fosse gradita alla massa operaia e basso-borghese, era destinata a fallire il suo scopo. Leggendo i programmi dei teatri nel 2024, possiamo certamente dire “Povero illuso!”

Non soltanto la sua idea si è allontanata sempre più dalla musica di “consumo” (quella che egli stesso desiderava, quando sperava che i canti venissero intonati da operai, impiegati e dirigenti), ma è andata anche a naufragare contro scogli ben più acuminati. Se, infatti, Liszt vedeva nel connubio tra musica e poesia, il coranamento di uno sforzo artistico teso a rappresentare la società in modo capillare e, soprattutto, coinvolgente, potremmo chiederci che cosa ne è stato del suo proposito e auspicio.

La risposta è semplice almeno tanto quanto il risultato: la musica pop ha preso il posto che era custodito dai “grandi” compositori, mentre un ramo parallelo, dalle fattezze di una mummia egizia, si è cristallizzato in una posa che richiama un perenne déjà-vu. Tronfi di un nulla gonfiato come lo Zeppelin, direttori artistici di teatri e direttori delle relative orchestre annunciano col sorriso sulle labbra che inaugeranno il nuovo anno sinfonico con le musiche di Schumann.

Altro che i propositi del povero Liszt che voleva la diffusione di massa, l’abbattimento di ogni confine elitario, la rappresentazione della cultura popolare e così via! Mentre Spotify diffonde musiche scritte il giorno prima, costoro, con abiti eleganti, tessono (giustamente) le lodi di Brahms, Beethoven e Mozart, dimentichi del fatto che sono trascorsi circa 200 anni dallo loro ultima opera.

Gruppo di persone ad un concerto di musica pop
Gli stadi possono diventare le nuove sale da concerto, a patto che musica e poesia ritrovino la loro forza e si saldino in un legame sempre più forte e imprescindibile.

Arti in evoluzione contro musica “cadavere”

Ciò vuol dire che devono cadere nell’oblio? Mai! Questo sarebbe sciocco prima di essere addirittura dissacrante. E’ come se Picasso avesse adombrato Michelangelo o Raffaello, come se De Chirico avesse fatto dimenticare Giotto o come se Pirandello avesse messo in ridicolo Boccaccio o Shakespeare. Ma proprio dopo questa sfilza di confronti, una domanda timidamente si fa strada: perchè Picasso è tenuto in grande considerazione? Perchè l’opera di prosa “Sei personaggi in cerca d’autore” è considerata un capolavoro? Perchè la “Casa sulla cascata” di Frank Lloyd Wright è osannata al pari (o quasi) della cupola di San Pietro?

Domande interessanti, non è vero? La normale conseguenza è quella di chiedersi, perchè in musica, Bob Dylan è considerato un nano di fronte a Schubert? Perchè Morricone, molto suonato – a dire il vero, è trattato com un compositore da film, molto gradevole, ma che non può reggere il confronto con Mahler? Insomma, perchè tutte le arti hanno seguito l’invito di Franz Listz e la musica “colta”, prima destinataria delle sue parole, si è auto-segregata in un museo di anatomia e paleontologia?

Io credo che il motivo sia semplice. La musica “popolare” ha effettivamente seguito il corso degli eventi, si è aggiornata di continuo, sperimentando e cercando sempre nuove vie d’espressione. In un certo senso, la speranza di Liszt di ascoltare i canti tra le folle di operai è stata coronata. Ma allora, perchè lamentarsi? Purtroppo, ciò il compositore non dice chiaramente è che il connubio tra musica e poesia deve sposare l’impegno musicale con l’impegno poetico. “Impegno”, ovvero ricerca della qualità tramite una vera ispirazione spirituale.

Sicuramente ciò è accaduto in molti casi, soprattutto dal punto di vista poetico, perchè parecchi testi di canzoni pop e rock sono densi di contenuti e gradevoli anche ai palati più fini. Putroppo, però, sia la musica che moltissimi testi di canzoni in cima alle classifiche sono classificabili come esempi di esercizio della stupidità! E la cosa più grave è che l’industria discografica (analoga alla stessa società deprecata e condannata da Liszt), nel favorire un artigianato con basse pretese, alimenta il cosidetto “mainstream“, suffrangando, volente o nolente, la causa dei nostalgici del classicismo.

Conclusioni

Di chi è dunque la colpa (se di colpa si tratta)? Certamente possiamo subito scagionare i compositori classici e romantici e, in un certo senso, possiamo “graziare” gli amanti di Chopin e gli oratori di Haydn. Non c’è ragione di colpevolizzare, infatti, chi semplicemente rifiuta il brutto. Come ho già avuto modo di dire, se proprio è necessario trovare un capro espiatorio, gli unici “colpevoli” sono proprio i compositori contemporanei.

Altro che le lodi sperticate di Listz rivolte alla Marsigliese! L’idea malsana di una musica intellettualistica, incatenata da concezioni che non possono essere decodificate senza una spiegazione reiterata e il rifiuto per il “mainstream“, hanno contribuito a lasciare cadere nel vano ogni velleità del virtuoso romantico. Taylor Swift non ha certo bisogno di Caroline Shaw, e quest’ultima può seguire le sue idee rinunciando alla vita lussuosa dei rapper che credono di essere i nuovi Dante Alighieri! Insomma, sembra che nessuno abbia bisogno dell’altro, in un circolo di “egoismo” senza pari.

Ci troviamo dunque in un’impasse che sembra non avere vie d’uscita. Eppure la soluzione è molto semplice: i poeti (per favore, non chiamiamoli “parolieri”) potrebbero iniziare a scrivere liriche adatte alla musica e, anche non imitando il concetto di arte totale propugnato da Wagner, i compositori pop potrebbero cominciare a ristudiare armonia e a comporre musiche, basate sì su strumenti moderni (con apprezzatissime “intromissioni” di archi, flauti, arpe, etc.), ma degne di essere accostate ai Lieder di Schubert o alle canzoni di Faurè.

Insomma, la lezione di Franz Liszt è molto semplice: la musica deve essere progressista, per il semplice motivo che la società è in perenne evoluzione e ogni forma di conservatorismo è non solo deleteria ma del tutto inutile. Inoltre, i fruitori della musica, come accade oggi, sono anche le persone sedute ad attendere nei saloni dei barbieri e parrucchieri e, per dirla tutta, vista l’enorme differenza di numero, proprio questi ultimi devono essere i destinatari privilegiati di buona musica, non solo coloro che pagano il biglietto per sedersi in sale da concerto mezze vuote ad ascoltare i quartetti Razumovsky di Beethoven.

Mai dimenticare il passato, dunque, e mai pensare che Bach o Mozart abbiano scritto musica deperibile. Ma il tempo non può essere nè fermanto, nè tantomeno rallentato: cerchiamo dunque di seguire l’esempio di Liszt e smettiamola di creare compartimenti stagni per “intenditori”. Fin troppe opere d’arte (per intenditori) marciscono nelle cantine dei musei. E’ ormai tempo di evitare questi sprechi, di non lasciare che l’industria detti i suoi canoni, perchè la fruibilità non è partorita dalla banalità, ma dalla pura e semplice arte di qualità!

Breve nota biografica su Franz Liszt

Franz Liszt (1811 – 1886), compositore, virtuoso pianista e direttore d’orchestra ungherese, fu uno dei musicisti più importanti dell’era romantica. I principali contributi musicali di Liszt includono le sue innovative composizioni per pianoforte che hanno ampliato i confini delle progressioni e delle forme armoniche tradizionali. Le sue opere, come gli “Studi trascendentali” e le “Rapsodie ungheresi”, sono note per la loro brillantezza tecnica e profondità emotiva.

A parte il suo genio musicale, Liszt fu anche una figura chiave nello sviluppo del poema sinfonico, una forma in cui un brano di musica strumentale è ispirato da un’opera non musicale, come una poesia o un dipinto. I poemi sinfonici di Liszt, come “Les Preludes” e “Mazeppa”, hanno messo in mostra la sua capacità di evocare immagini vivide e narrazioni attraverso la musica.

Francobollo emesso in Germania (DDR) nel 1961 per celebrare i compositori Franz Liszt e Hector Berlioz
Francobollo emesso in Germania (DDR) nel 1961 per celebrare i compositori Franz Liszt (1811 – 1886) e Hector Berlioz (1803 – 1869). I due ebbero un intenso rapporto e Liszt, amante della musica a programma, trovò in Berlioz un perfetto esempio di come si potesse far evolvere l’arte musicale.

Oltre ai suoi contributi musicali, Liszt era noto anche per le sue opere filosofiche sulla musica e sull’arte. Ha sostenuto l’idea della “musica a programma”, in cui la musica strumentale trasmette una narrazione o un’idea extra-musicale, aprendo la strada a compositori come Richard Strauss e Gustav Mahler. Nel complesso, l’eredità di Franz Liszt come compositore, pianista e pensatore continua a influenzare musicisti e amanti della musica in tutto il mondo.


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Aggiornamento: nuova poesia “Voglio sognare la realtà che dorme”

La creazione di Eva da parte di Dio mentre Adamo dorme.

Ho appena aggiunto una nuova poesia intitolata “Voglio sognare la realtà che dorme”, il cui filo conduttore è un profondo desiderio di superare la rigidità delle sovrastrutture imposte dall’uomo nella sua ricerca di una “regola suprema”.

Essa è l’espressione rapsodica di un urlo di disperazione: la realtà non deve piegarsi a volontà auto-imposte; l’uomo può e deve superare il limite della morale per ritrovare la sua vera natura!

Voglio sognare la realtà che dorme

Voglio sognare la realtà che dorme: scopriamo nei versi come la volontà di potenza (Nietzsche) di superare una realtà innaturale possa far desiderare di sognare un mondo ignaro delle regole autoimposte dall’uomo.


Considerazioni sull’Apollino e il Dionisiaco secondo la filosofia di Nietzsche

La concezione di Nietzsche dei principi apollinei e dionisiaci rappresenta un aspetto fondamentale della sua filosofia. Secondo Nietzsche, l’apollineo rappresenta l’ordine, la razionalità e la bellezza, incarnando qualità come armonia, chiarezza e forma. Al contrario, il dionisiaco simboleggia il caos, l’irrazionalità e l’estasi, riflettendo caratteristiche come passione, spontaneità ed emozione.

Pur riconoscendo l’importanza dell’apollineo, Nietzsche esprime una netta preferenza per il dionisiaco. Credeva che abbracciare il dionisiaco permettesse agli individui di attingere ai propri istinti primordiali, alla creatività e alle verità emotive più profonde. Per Nietzsche, il dionisiaco rappresentava un modo di essere più autentico e liberatorio, liberandosi dai vincoli delle norme sociali e della razionalità.

Vari oggetti di antiquariato
L’idea di Dionisiaco è dominante in Nietzsche poichè egli vedeva nella forza creatrice del caos e dell’estasi, una vera realizzazione dello spirito umano. Al contrario, l’ordine Apolinneo è sempre subordinato a regole “artificiali” e innaturali. L’uomo dovrebbe perseguire il Dionisiaco pur non dimenticando l’essenza positiva dell’Apollineo.

In sostanza, Nietzsche considerava l’apollineo e il dionisiaco come forze complementari che, se bilanciate, potevano portare a un’esperienza umana più appagante e arricchita. Abbracciare il dionisiaco accanto all’apollineo potrebbe consentire agli individui di trascendere i limiti, abbracciare il proprio pieno potenziale e vivere in modo più autentico.


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Il crepuscolo degli dei: perchè la musica pop è così dannatamente banale

Moneta da 5 marchi tedeschi dedicata a Felix Mendelssohn
Moneta da cinque marchi tedeschi dedicata al compositore berlinese Felix Mendelssohn. Un omaggio alla musica romantica tedesca.

Ritorno al futuro parte I

Immaginate di fare un viaggio indietro nel tempo, di 200 anni, per la precisione e di trasferirvi a Berlino. Con un po’ di pazienza, supponete di entrare senza farvi vedere nello studio di Felix Mendelssohn (1809 – 1847), il cui eclettismo spaziava dalla composizione di musica, alla direzione d’orchestra, alla pittura e, cosa non secondaria, all’ammininistrazione di una sala da concerto.

La scena a cui potreste assistere è la seguente: Mendelssohn si muove su e giù per la stanza, parlando con voce tonante a due collaboratori: “Il pubblico chiede nuova musica!” esclama con veemenza il compositore, mentre i suoi amici annuiscono col capo. Sì, perchè in piena epoca romantica, che vi sembri strano o no, la gente era stanca di ascoltare sempre le stesse opere e gli investimenti degli impresari rischiavano di essere delle perdite secche.

In un periodo in cui non esistevano registrazioni, in cui, per ascoltare una sinfonia, era necessario avere a disposizione un’orchestra, la gente era stanca. Come dargli torto? Chi non lo sarebbe? “Noi?” urla la folla (ed. sono ottimista in fatto di lettori), “Certamente” risponderei io senza esitazione. Se, infatti, riprendiamo la macchina del tempo da 1.21 GW e torniamo al presente, possiamo fare un semplice esperimento.

Ritorno al futuro parte II

E’ sufficiente aprire Spotify e Apple Music (Classical) per scoprire che, tanto per fare un esempio, esistono circa 630 registrazioni della nona di Beethoven. Se poi consideriamo tutte le esecuzioni non registrate, il numero potrebbe diventare talmente grande da dire che, dalla dipartita di Beethova a oggi, si è omaggiata la sua memoria “celebrando” un rito basato sulla sua musica regolarmente ogni settimana!

A questo punto, è sufficiente mettere insieme Bach, Haydn, Mozart, Schubert, Chopin, Listz, Verdi, etc. per arrivare senza troppa fatica a un non-stop che va avanti con una regolarità più che religiosa. Altro che nuova musica! Noi viviamo nell’epoca dell’immutabilità, dove i teatri e le sale da concerto sono più propriamente dei musei ospitanti mummie di ogni forma e dimensione. Dei cimiteri dove è sempre il 2 Novembre e sflize di preci si innalzano a imperitura memoria di defunti totalmente sconosciuti.

Il processo (senza Kafka)

Ma lungi da me puntare il dito indiscriminatamente! Pertanto mi chiedo: “Chi sono i colpevoli di tutto ciò?” I direttori d’orchestra? Sicuramente, un’ampia schiera di essi è composta di culturi di lingue morte che godono come bambini nell’annunciare che per l’inaugurazione dell’anno musicale dirigeranno la Sinfonia Jupiter di Mozart e poco importa se coloro che andranno ad ascoltare (perlomeno, una piccola parte in mezzo a una folla di sgorbi modelli che vogliono sfilare in passerella) la conoscono a memoria e, se proprio lo desiderano, possono trovare centinaia di registrazioni comodamente a casa loro.

Ma la colpa non è soltanto dei direttori d’orchestra. Anzi, sono convinto che molti di loro la pensano proprio come me. Allora chi centrare nel mirino? I direttori artistici? In un certo senso, quest’ultimi potrebbero ben candidarsi al ruolo di responsabili, se non fosse per ragioni di forza maggiore a cui, volenti o nolenti, sono costretti a obbedire. Se per caso, a uno di essi dovesse venire in mente di inaugurare la stagione concertistica con Tōru Takemitsu o Arnold Bax, immediatamente si materializzarebbe davanti ai loro occhi un conto economico in rosso!

Sì, perchè, se la gente del periodo romantico (e non solo) desiderava nuova musica, i cosidetti musicofili odierni non amano affatto le sorprese. Sono pronti a spendere decine di euro per riascoltare la sinfonia del destino (i.e., la quinta di Beethoven), ma penserebbero: “Pagare per questi sconosciuti? Forse non ne vale la pena“. Il 2 Novembre ben venga, Natale è sempre un po’ rischioso, fin troppo per i puritani.

Prove di una piccola orchestra diretta dal compositore contemporaneo Tōru Takemitsu
Prove di una piccola orchestra diretta dal compositore contemporaneo Tōru Takemitsu (1930 – 1996).

La vendetta è un disco che va suonato in fretta!

Ma la realtà non si consuma in quest’analisi, anzi, mostra una bizzarria che trascende ogni sforzo creativo. Infatti, se la cosidetta (erroneamente) “musica colta” è stagnate come un acquitrino dove le zanzare banchettano giorno e notte, la sua controparte “pop” vive e regna in un susseguirsi ininterrotto di produzioni.

Eh sì, perchè se pensavate che il desiderio di musica nuova fosse scomparso, cari amici, vi siete solo illusi. Esso non solo è vivo, ma è perfino più agguerrito di prima. Tanto agguerrito da motivare una schiera infinita di musicanti a sfornare nuove canzoni a ogni batter di ciglia. Con un’accelerazione da razzo a idrazina, la musica “pop” (termine volutamente collettivo) ha partorito dal 1900 a oggi molta più musica di quanta ne sia stata composta dal basso medioevo al romantiscimo inoltrato.

E quindi, se le rinomate sale da concerto continuavano a onorare i morti con sentita devozione, gli stadi divenivano ecosistemi dove ogni forma di specie vivente proliferava con il ritmo dei conigli. “Ma allora il problema è risolto!” potrebbe esclamare un inguaribile ottimista e, a me, oggi tocca smorzare anche gli animi. No, il problema non è affatto risolto, anzi è diventato forse ancora più grave.

Dei e menestrelli

La ragione del mio disappunto nasce da una semplice constatazione: la musica cosidetta “pop” è dannatamente banale! Potremmo anche dire che ha pagato la sua vitalità con interi strati di corteccia cerebrale. Se ci si abitua ad ascoltare Beethoven (tanto per citare il compositore più suonato in assoluto), le canzoni pop assomigliano a un coitus interruptus. Ne possiedono tutte le caratteristiche: motivi orecchiabili e cantabili, ritmi segnati dall’onnipresente batteria, voci le cui timbriche si sono finalmente sbrigliate e sottratte dal giogo della lirica classica e? Un orgasmo mancato.

Quando tutto sembra pronto per per esplodere in uno sviluppo pirotecnico, l’ultimo ritornello marca la fine prematura del rapporto. Al diavolo Beethoven e la sua maestosa arte dell’elaborazione! Basta una melodia cantabile su un tappeto armonico (generalmente tanto semplice che schiere di strimpellatori scimmiottano guadenti). Perchè complicarsi la vita? Beh, io direi, che, in primis, è perchè i compositori non sanno proprio farlo! In secondo luogo, perchè l’omologazione industriale vuole vendere le canzoni come i panini di un fast-food.

I testi salveranno il mondo?

Ma i testi sono bellissimi!” urla la folla estasiata come se ascoltasse un Lied di Schubert. D’altronde, l’asticella non è stata abbassata, è stata proprio tolta di mezzo! La banalità non deve avere confini: a musica fin troppo semplice deve corrispondere un testo altrettanto insignificante.

A nulla è valsa la lezione di Fabrizio De Andrè, che ha composto decine e decine di canzoni tutte diverse. “Bellissime!” urla la folla, salvo poi dissolversi nel momento in cui qualcuno dovesse timidamente chiedere qual è il significato della “Canzone del padre”. Quello è un territorio dove è meglio non mettere piede, troppo complicato, ermetico, esoterico, criptico, folle, …, continuate voi. Molto meglio il trapassato Micheal Jackson che infiammava uno stadio (e il suo conto in banca) ripetendo come un malato ossessivo-compulsivo “Annie, are you ok?

Mi verrebbe da tuonare: “Sì, diavolo! Sto bene, adesso continua la canzone!” ma questo non rientra nelle dinamiche sociali che reggono l’intera impalcatura. Come già detto, la musica pop deve essere banale, altrimenti si rischia non solo una morte prematura, ma anche l’amara scoperta che i curatori delle sale da concerto-musei egizi hanno liste d’attesa troppo lunghe per sperare in un’audizione.

Locandina di un concerto della musicista Marya Delvard con lieder dell'autore Marc Henry. La musica dei lieder era sempre molto ricercata, ma, in un certo senso può essere considerata l'antenata della moderna canzone.
Locandina di un concerto della musicista Marya Delvard (1874 – 1965) basato su lieder dell’autore Marc Henry. La musica dei lieder era sempre molto ricercata, ma, in un certo senso può essere considerata l’antenata della moderna canzone.

Il processo riprende, entra la corte

Ma esiste un responsabile che possa almeno aiutarci a giustificare questo fenomeno? Io credo di sì, ma lascio ai miei (Manzoni non ti offendere, ma spero più di venticinque) lettori, il compito di analizzare la realtà e giungere alle loro personali conclusioni. Come ho già messo in evidenza in altri articoli, dopo il tardo romanticismo, la musica “colta” si è trovata di fronte a un baratro.

Con motivazioni alquanto discutibili, molti compositori hanno improvvisamente scoperto che il povero Debussy era coperto di ragnatele e che Stravinskij era solo un pazzo visionario preda di una nostalgia da curare in manicomio. Sì, è vero che il compositore francese aveva sperimentato le scale esatonali e si era lasciato sedurre dal jazz e dal ragtime, ma come perdonare la gravissima colpa di far ancora riferimento alla tonalità?

In un epoca segnata da orrori indicibili (le due guerre mondiali, l’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, lo sterminio degli ebrei, etc.), si giunse presto alla conclusione che, se l’arte doveva rappresentare la realtà e la realtà è anche brutta (come negarlo?), se ne poteva dedurre che l’arte doveva poter “rubare” parte della bruttezza della storia e farla sua.

Ovviamente questo pseudo-sillogismo è fin troppo semplice. Cosa vuol dire che la musica deve poter essere anche brutta? Un’opera d’arte esteticamente brutta non merita alcun ulteriore analisi. E’ dunque questo il senso inseguito dai compositori? Certamente no. Senza entrare in territori molto tecnici, si può dire che, se l’armonia “classica” pretendeva che le dissonanze venissero risolte in accordi consonanti (i.e., fossero momenti di tensione transitoria), i teorizzatori della nuova musica inneggiarono all’emancipazione della dissonanza come entità che non ha alcun bisogno di svanire in qualcos’altro.

Eppure Bach, alcuni secoli prima, aveva fatto ampio uso di cromatismi (i.e., note estranee alla tonalità) e di dissonanze (incluso il famigerato tritono – diabolus in musica) e non si era certo posto troppi problemi a modulare sia in modo graduale (i.e., seguendo il circolo delle quinte), sia saltando a piè pari da una tonalità all’altra (e.g., nella Ciacconna in Re minore della seconda partita per violino, la parte centrale inizia candidamente in Re maggiore). Dunque, perchè tanta foga per abolire la tonalità?

Francamente non lo so. L’unica cosa certa è che questa scelta è servita solo per liberarsi da una gabbia, le cui sbarre erano così larghe da lasciar passeggiare gli elefanti, per rinchiundersi in un labirintico insieme di tecniche che, man mano che la timidezza dei compositori svaniva, è arrivato perfino a usare tecniche di matematica combinatoria, lettura de I Ching e, chissà, anche estrazioni dei numeri della tombola.

Versione originale cinese de I Ching
Versione originale cinese de I Ching, un libro di divinazione usato da John Cage (1912 – 1992) per la composizione della sua musica sperimentale.

Forza venite gente, si va a sperimentare!

Non paghi di una scelta già abbastanza difficile da gestire, molti compositori (mentre all’estenro infuriava la guerra della musica pop) hanno deciso di espandere la loro genialità attraverso un’idolatria della musica concettuale-intellettualistica. A Darmstadt in Germania e presso lo studio di fonologia della RAI, si sono succeduti nomi altisonanti (Stockhausen, Berg, Kagel, Nono, Berio, Maderna, etc.) la cui notorietà, tuttavia, svanisce giorno dopo giorno, come quei manifesti lasciati in balia del sole e della pioggia.

Rumori di città, urla, sibili, quartetti “spezzati” con musicisti costretti a suonare nelle cabine di altrettanti elicotteri in volo e un uso forsennato di ogni sorta di strumento elettronico, dai sintetizzatori ai generatori d’onda, etc. ha permesso di plasmare una quantità impressionante di opere la cui caratteristica comune è una sola: non piacevano al pubblico. Mi piacerebbe, in tal senso, conoscere la vostra opinione.

Per farla breve, la musica “colta” è stata amputata di netto, pretendendo che gli appassionati di Satie e Puccini accettassero di buon grado questa nuova straordinaria creatività. Ma ahimè, le cose non sono andate come previsto. I direttori artistici, spesso entusiasti, si sono scontrati ancora una volta con i conti economici, scoprendo (forse, a malincuore) che le sublimi sequenze di Berio facevano incassare poco più del necessario per offrire gratuitamente le arachidi alla buvette.

La gente si spellava le mani applaudendo per l’ennesima volta la nona di Beethoven, ma si annoiava terribilmente ad ascoltare la musica sperimentale. Ignoranza? Insensibilità? Non lo so. Ciò che è certo è che l’estetica non lascia superstiti. “Se devo ascoltare un sintetizzatore usato per giunta male, preferisco di gran lunga il frastuono della musica pop!

Certo. Il ragionamento non fa una grinza. Perchè essere masochisti, quando i cantanti pop possono offrire un refrigerante ascolto che perfino un analfabeta capisce perfettamente? Siamo dunque giunti al nocciolo della questione. La musica pop è banale, senza sviluppi, basata su progressioni armoniche da prima elementare (salvo eccezioni come il jazz, che spesso esagera in senso opposto), ma regala più soddisfazioni di una musica che ha scambiato l’aggettivo “colto” con “insensato”.

L'araba fenice in una rappresentazione di Friedrich J. Bertuch. Così come la fenice, anche la musica "colta" potrebbe tornare in auge coinvolgendo le masse.
L’araba fenice in una rappresentazione di Friedrich J. Bertuch (1747 – 1822). Secondo la mitologia, la fenice era sempre in grado di risorgere dalle sue ceneri.

La musica “colta” può risorgere dalla sue ceneri?

Voglio concludere questo articolo con una nota di ottimismo. Io sono convinto che è possibile ascoltare finalmente musica contemporanea che unisca la forza coinvolgente del pop alla strutturazione tecnica di una sonata di Beethoven. Ma per fare ciò, è necessario uno sforzo notevole, non tanto dal punto di vista compositivo, ma soprattutto di tipo economico-manageriale.

Con la stessa “strafottenza” di Stockhausen & co. è possibile comporre, per esempio, versioni contemporanee delle cantate di Bach. Ovvero, invece di terminare una canzone (il cui tema può essere anche meritevole di lodi) dopo tre minuti, si può intervallare una prima parte, con un intermezzo strumentale basato su vere elaborazioni dei temi (ancora una volta Beethoven docet), seguito magari da un piccolo corale (polifonico, perchè no? In fin dei conti, “We are the world” è stata in cima alle hit parade mondiali), per poi, magari, chiudere, con un’altra canzone basata su una rielaborazione del tema iniziale. Il tutto, ovviamente, accompagnato da testi curati nei minimi dettagli, non da idiozie d’amore da far venire il voltastomaco.

Insomma, la musica contemporanea ha tutte le carte in regola per soddisfare la smania di novità dei romantici perseguendo la qualità a scapito della quantità. L’unico “piccolo” problema da risolvere è quello di depotenziare gli ideali industriali da “catena di montaggio” per rianimare le linee di pensiero più “artigianali” che, nella loro genuinità, conservano il seme industruttibile della vera arte e non cercano altro che un buon terreno dove poterlo piantare per farlo crescere rigoglioso!


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Rischio e libertà

Gioco da tavolo basato sulla strategia e sulla gestione del rischio

Che rischio e libertà avessero un certo grado di parentela, è consciamente o inconsciamente noto alla maggior parte delle persone. Che rischio e libertà fossero due facce della stessa medaglia, invece, continua a sembrare frutto di un ragionamento contraddittorio e paradossale.

Eppure, l’osservazione della realtà illude relativamente poco e ogniqualvolta si cerca di mitigare un rischio, il “prezzo” (monetario o virtuale) da corrispondere si esprime sempre in termini di una conseguente riduzione di libertà. Più rischio, più libertà. Meno rischio, meno libertà.

Il problema concreto non sorge, tuttavia, nella constatazione di un’equivalenza di fatto così esplicita, ma piuttosto nel prendere atto che la natura essenziale del “rischio” è ben diversa da quella della “libertà”. Ovvero, il “rischio” si presenta sempre con fattezze di potenzialità ed è quindi intrinsecamente non-essente ma probabilmente-essente-in-futuro, mentre la libertà vive in un qui e ora che la rende sempre attuale.

Ciò che quindi si scambia è sempre un rischio potenziale con una libertà effettiva e, senza eccessivi ragionamenti, si ben comprende che la transazione è perennemente in perdita.

Non deve stupire la tendenza a scegliere un maggiore rischio pur di conservare una libertà proporzionalmente più elevata, perchè di fatto ciò che si sta facendo è la riduzione dell’impatto di preoccupazione (di cui mi occuperò in un prossimo scritto a supplemento del mio ultimo saggio “Il dispiegarsi del tempo psicologico“) sulla quotidianità che, dal passato, si volge al futuro.

Preoccuparsi, ovvero “occuparsi prima di“, significa infatti valorizzare il potenziale alla stregua dell’attuale e renderlo, in tal modo, convertibile simbolicamente con esso: senza questo “stratagemma” ogni possibilità di giustificare l’azione diventa nulla, o meglio, si nientifica per rapportarsi con un’ineffabilità inattuale e inautentica.

In parole più immediate, la cessione del rischio è possibile solo pensando quest’ultimo nella sua attualità, ma tale condizione è impossibile in quanto il rischio è sempre e solo potenziale, quindi, per evitare un problema non da poco, l’uomo si “preoccupa” e preoccupandosi unisce, attraverso un meccanismo simbolico, il potenziale con l’attuale.

D’altronde, chi pagherebbe per un “niente attuale“? Tale scambio andrebbe a configurarsi automaticamente nell’ambito della cessione pura che, come scritto in un precedente post, è impossibile almeno tanto quanto l’ipotesi precedentemente enunciata.

Quindi, per limitare l’azione penalizzante e deteriorante della preoccupazione, l’unico mezzo che l’uomo possiede è quello di rinunciare a parte della propria libertà (intesa come possibilità concreta nel momento della transazione) per lasciare che qualcun altro (o qualcos’altro) si prenda carico dell’onere della preoccupazione.

Facendo ciò, tuttavia, il soggetto non “riporta il bilancio in pareggio” perchè, come è ovvio constatare, ancora una volta, l’atto del preoccuparsi è sempre orientato ad un potenziale (a questo punto perfino indebolito), mentre la libertà è attualmente persa.

Quindi, la conclusione che se ne può trarre, è che il rischio è necessario per qualsiasi attività di progettazione e lo sforzo di mitigarlo o eliminarlo non può che essere pagato ad un prezzo sempre maggiore della sua accettazione. Mi riprometto, tuttavia, di ritornare sull’argomento in modo più esaustivo, riallacciandomi a quanto scritto nel saggio sopra citato.


Considerazioni filosofiche sul non-ente (niente) di Heidegger

Nelle sue opere filosofiche, in particolare  nel suo capolavoro “Essere e tempo“, Heidegger (1889 – 1976) contempla il concetto di “non-essere” o “nulla” in modo profondo. La comprensione di Heidegger del niente (non-ente) va oltre le tradizionali nozioni di assenza o vuoto. Secondo Heidegger il niente non è una mera negazione o mancanza, ma piuttosto un aspetto essenziale dell’esistenza umana e del mondo stesso.

Heidegger sostiene che il niente non è un mero vuoto o nulla da temere o evitare, ma piuttosto un elemento fondamentale che rivela la vera natura dell’essere. Abbracciando il niente, gli individui possono acquisire una comprensione più profonda della propria esistenza e dell’interconnessione di tutte le cose.

L'essenza del niente è un concetto fondamentale per Heidegger. Solo la concezione del vero niente può permettere all'uomo di raggiungere una vita più autentica, dove la libertà di scelta cede parte della sua inesorabilità al naturale desiderio di cura privo di ogni tornaconto.
Il niente (non-ente) ha, per Heidegger (1889 – 1976), una dignità pari a quelli di ogni altro ente e solo riuscendo a concepirlo in modo positivo, è possibile superare la crisi esistenziale che vede l’essere in rapporto alla sua mancanza e “intrappolato” in una libertà inautentica.

Per Heidegger il niente è strettamente legato al concetto di “essere-nel-mondo”. Suggerisce che è attraverso il niente che possiamo veramente sperimentare il mondo e interagire con gli esseri e i fenomeni che lo abitano. Il niente ci consente di trascendere le superficialità della vita quotidiana e percepire le verità e i significati sottostanti che modellano la nostra esistenza.

Dal punto di vista di Heidegger, il niente non è qualcosa che può essere afferrato o compreso attraverso il pensiero razionale tradizionale. Richiede invece un profondo cambiamento nella percezione e un’apertura ai misteri dell’esistenza. Abbracciando il non-essere, gli individui possono coltivare un senso di meraviglia e stupore, permettendo loro di interagire con il mondo in un modo più autentico e significativo.

In conclusione, la concezione del niente di Heidegger sfida le nozioni tradizionali di nulla e invita gli individui a scavare più a fondo nei misteri dell’esistenza. Abbracciando il niente, gli individui possono acquisire una profonda comprensione del proprio essere e dell’interconnessione di tutte le cose, portando a un’esistenza più autentica e appagante.


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La non-libertà di essere liberi

La ricerca della libertà può intrappolare tra le sue spesse mura

La libertà è come uno zaino che viene donato al viandante che si incammina lungo una via ignota: esso è pieno di cibo e utensili e ciò, unitamente alla volontà di andare avanti, garantisce al soggetto la possibilità di esplorare terre sempre più lontane.

Gli permette di restare nei boschi più a lungo, di poter alimentarsi e di procacciarsi il cibo man mano che le sue riserve si vanno esaurendo. In altre parole: questo zaino consente al viaggiatore di essere libero. La libertà ha un’unica, grande e ingiudicabile virtù: quella di rendere liberi.

Quello appena enunciato non è tuttavia un gioco di parole: la libertà non è oggettuale, non si possiede, nè tantomeno si può cedere. La libertà è una forma particolare di essere-nel-mondo e quindi si palesa attraverso gli enti (gli uomini) che, grazie ad essa, hanno la possibilità o il dovere di comportarsi in un determinato modo.

In verità, il primo caso è solo illusorio; concordemente con il pensiero di Sartre (espresso magnificamente nel suo capolavoro “L’essere e il nulla“), l’uomo non ha alcuna possibilità nè di scegliere, nè di rinnegare la libertà. L’uomo è costretto, una volta consapevole del suo stato, ad essere libero sino alla sua morte. Il sol fatto di poter pensare l’ipotesi opposta è frutto di quella stessa libertà che permette di essere colta.

Se Sartre diceva che l’uomo è condannato ad essere libero in quanto è chiuso nella gabbia della libertà stessa, noi possiamo giungere alla conclusione che non si è liberi di essere liberi, poichè se ciò fosse falso e, se quindi l’uomo avesse la possibilità di usare la propria libertà contro se stessa, egli starebbe innanzi tutto basando il suo attacco sul medesimo esercito designato a vincere una guerra contro i medesimi soldati.

Per poter, teoricamente, rinunciare alla libertà, bisogna prima vivificarla con la consapevolezza e poi, tramite il potere che essa conferisce, cercare di definire una condizione ove tale potere non ha più alcuna valenza. Ovviamente ciò determina un circolo vizioso senza alcuna via di fuga.

Ma perchè, in fin dei conti, preoccuparsi così tanto dell’impossibilità di rinnegare la libertà? L’uomo ha sempre lottato per la sua affermazione, al punto da tributarle ogni forma di celebrazione: artistica, poetica, musicale, filosofica, etc. Pur tuttavia, ad un certo punto della sua riflessione, l’uomo “libero” (caricato, cioè, con uno zaino capiente e pieno di utili strumenti, e quindi anche pesante) si è misurato con il trauma dello sforzo necessario per poter continuare ad essere libero.

Infatti, l’identificazione uomo-libertà, essendo esistenziale, ha ipso facto trasformato l’essere-uomo in essere-uomo-libero e quindi, il non essere-uomo-libero in non-essere-affatto. Prendere atto di ciò è disarmante; il “non-potere” viene distrutto nella sua essenza da un “potere-e-quindi-dovere“, annullando anche l’illusione psico-drammatica di uno stato soggettivo nel quale il soggetto si poteva prima barricare.

Un depresso che viene posto di fronte alla condizione di poter-non-essere-depresso, così come uno schiavo che, liberato, viene di fatto reso irreversibilmente libero in quanto non-più-schiavo, è come il Tommaso dei Vangeli che, vedendo e toccando, è ormai costretto a credere, a meno di non distruggere tutto se stesso pur di non accettare ciò che si palesa di fronte a lui.

Ecco perchè la libertà, fascinosa e attraete, se-duce (ovvero, conduce a sè) per legare, così come le sirene che, nel loro canto nascondevano l’ineluttabilità della condizione di poter e quindi dover udire. Ulisse resiste, ma facendo ciò è comunque vittima di quel canta ammaliatore, poichè rimanendo legato all’albero della nave egli riconosce e ammette la sua impossibilità di sottrarsi liberamente a quel pericolo.

Concludo osservando (e, sperando di fare anche osservare) che la libertà è ingiudicabile, ovvero si sottrae a qualsiasi giudizio di valore. Essa non è nè positiva, nè negativa; non si situa nè nel versante del bene, nè tantomeno in quello del male. Data la sua natura, essa è oltre ogni dualismo in quanto, solo grazie ad essa, il dualismo può aver luogo.

Essere condannati ad essere liberi” non ha quindi alcuna accezione assimilabile ad un giudizio: essa è l’osservazione priva di voce che l’uomo “vive” di fronte ad un non-luogo ove perfino la sua innata “condizione linguistica” non riesce a regnare con pienezza.


Breve nota biografico-filosofica su Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo

Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) fu un eminente filosofo francese che giocò un ruolo significativo nello sviluppo dell’esistenzialismo. La sua filosofia era incentrata sul concetto di esistenza che precede l’essenza, sottolineando la libertà e la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita.

Uno dei contributi chiave di Sartre all’esistenzialismo è l’idea dell’esistenza che precede l’essenza. Secondo Sartre gli esseri umani non nascono con una natura o uno scopo predeterminato. Invece, prima esistono e poi si definiscono attraverso le loro azioni e scelte. Questo concetto sfida la visione tradizionale secondo cui gli individui hanno un’essenza fissa o un destino predeterminato. Sartre credeva che gli esseri umani fossero costantemente in divenire e che la vita fosse un progetto continuo di autodefinizione.

Centrale nell’approccio esistenziale di Sartre è la nozione di libertà radicale. Sosteneva che gli individui hanno completa libertà di scegliere le proprie azioni e sono responsabili delle conseguenze che ne seguono. Questa libertà, tuttavia, comporta un grande fardello di responsabilità. Sartre credeva che gli individui dovessero assumersi la responsabilità delle proprie scelte e accettarne pienamente le conseguenze, anche se sono scomode o difficili da sopportare.

Jean-Paul Sartre in un ritratto moderno, i cui contorni confusi possono evidenziare il percorso tortuoso dell'esistenzialismo verso la ricerca dell'essere
Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) in un ritratto moderno

Sartre ha sottolineato anche il concetto di autenticità dell’abitare. Credeva che gli individui dovessero sforzarsi di vivere in modo autentico essendo fedeli a se stessi e ai propri valori. Ciò implica il rifiuto delle aspettative sociali o delle influenze esterne che potrebbero ostacolare la crescita personale e l’espressione di sé. L’autenticità richiede che gli individui affrontino l’incertezza e l’ansia intrinseche dell’esistenza, facendo scelte in linea con la propria verità personale piuttosto che conformarsi alle norme sociali.

L’esistenzialismo, come propagato da Sartre, tocca anche l’idea di angoscia esistenziale o terrore esistenziale. Sartre sosteneva che gli individui provano un senso di angoscia quando si confrontano con il peso della loro libertà e con la responsabilità di fare scelte significative. Questa angoscia nasce dal riconoscimento che non esiste una fonte esterna di guida o uno scopo predeterminato. Tuttavia, Sartre credeva che abbracciare e affrontare questa angoscia fosse una parte essenziale dell’esperienza umana, poiché apre la possibilità alla vera libertà e all’esistenza autentica.

In conclusione, la filosofia dell’esistenzialismo di Sartre ruota attorno ai concetti di esistenza che precede l’essenza, libertà radicale, autenticità e angoscia esistenziale. Le sue idee sfidano le nozioni tradizionali di destino predeterminato e sottolineano la responsabilità dell’individuo nel creare il proprio significato nella vita. Abbracciando l’approccio esistenziale alla vita, gli individui sono incoraggiati a vivere in modo autentico e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, nonostante l’incertezza e l’angoscia intrinseche che possono sorgere.


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Aggiornamento: nuova prosa poetica: “Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele”

Mucchio di bottiglie: il vizio del bere alcolici è certamente in cima alla lista dei piaceri e dei vizi

Ho appena aggiunto una nuova prosa poetica intitolata “Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele”. E’ un inno al piacere, alla vita e a difesa di tutte quelle attività che il moralismo più becero tende a stigmatizzare e relegare nella “cantina dei vizi”.

Bacco, Tabacco e Venere: nei secoli fedele

Entra nell’universo della stravaganza e dei piaceri della vita! Un inno al vizio che trafigge il moralismo e innalza una lode alla gioia di vivere!


Nota sul culto del dio Bacco

Bacco, noto anche come Dioniso nella mitologia greca, era il dio del vino, delle celebrazioni e dell’estasi. Fu spesso associato alle feste gioiose e sfrenate che celebravano il suo nome. Queste feste, conosciute come Baccanali, erano raduni vivaci ed energici che lodavano Bacco e si dedicavano al consumo di vino.

Una delle caratteristiche principali di Bacco e delle feste organizzate per onorarlo era l’enfasi posta sul vino. Il vino aveva un ruolo centrale in queste festività, simboleggiando l’essenza dello stesso Bacco. Si credeva che il consumo di vino durante le feste provocasse uno stato di estasi e di gioia sfrenata.

Una scena di un baccanale (festa in onore del dio Bacco) dipinta da W. Bouguereau (1825 - 1905)
Una scena di un baccanale (festa in onore del dio Bacco) dipinta da W. A. Bouguereau (1825 – 1905)

Un altro aspetto notevole di queste celebrazioni era la loro natura vivace ed esuberante. Le feste di Bacco erano note per la loro atmosfera vibrante ed energica, piena di musica, balli e baldoria. I partecipanti indossavano costumi elaborati, si adornavano con edera e viti e si impegnavano in danze e canti estatici, tutto in onore di Bacco.

Queste feste non erano limitate a un luogo particolare. Bacco e i suoi seguaci erano noti per vagare per le campagne, celebrando in vari ambienti come foreste, montagne e paesaggi naturali. Spesso conducevano processioni, conosciute come “processioni bacchiche”, dove marciavano per le strade, cantando e ballando in onore di Bacco.

Oltre ai festeggiamenti veri e propri, i baccanali avevano anche un aspetto spirituale. Si credeva che partecipando a queste celebrazioni gli individui potessero raggiungere uno stato di comunione divina con Bacco. Si pensava che questa connessione apportasse benedizioni, fertilità e un senso di liberazione.

Nel complesso, Bacco e le feste organizzate per lodarlo con il vino erano caratterizzate dal focus sulla celebrazione, sull’estasi e sull’indulgenza. Hanno offerto ai partecipanti l’opportunità di lasciare andare le proprie inibizioni, godersi la gioia della vita e connettersi con il divino attraverso il consumo di vino e feste esuberanti.


 

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Verità, miti e fantasie su Segovia: un breve viaggio tra le note della chitarra classica

Andrés Segovia (1893 – 1987) è stato indiscutibilmente uno dei più grandi e influenti musicisti del secolo scorso, dedito con tutto lo spirito alla diffusione della chitarra classica e, come spesso accade in questi casi, la sua fama è diventata multiforme, arricchendosi di leggende, false attribuzioni e di una mitizzazione quasi accecante, che ha reso estremamente difficile l’esercizio dell’attività critica da parte di molti fruitori della sua musica.

In questo articolo, desidero mettere in evidenza alcuni aspetti peculiari dell’opera segoviana e, nel contempo, cercare di demolire alcuni dei miti più infondati. Da chitarrista classico, non riesco, infatti, a tollerare la diffusione di giudizi superficiali e falsi che finiscono sempre per essere di nucumento alla musica stessa. Solo con la franchezza, è possibile ridare a Segovia il posto che gli spetta ed evitare che idee del tutto sbagliate prendano piede senza che alcuno si adoperi per correggerle.

Andrés Segovia mentre suona presso il palazzo dell'Alhambra a Granada
Andrés Segovia mentre suona presso il palazzo dell’Alhambra a Granada (un film integrale è disponibile).

Segovia e il patrimonio musicale per chitarra

La prima tesi che vorrei mettere in evidenza riguarda un giudizio che mi è spesso capito di sentire: “Segovia è il padre della chitarra (classica) come strumento nobile“. Innanzi tutto, ci tengo a precisare che, secondo me, parlare di strumenti nobili e plebei non è certo un buon modo di iniziare una trattazione. Svariati compositori del calibro di Beethoven e Mahler hanno “nobilitato” ogni sorta di strumento, inserendolo nelle loro sinfonie per ottenere particoli timbri che gli organici tradizionali non contemplavano.

Ma, anche volendo accettare la contrapposizione tra uso popolare e concertistico della chitarra, resta sempre il problema della veridicità della suddetta affermazione. Suffragarla a cuor leggero è infatti, non soltanto pericoloso per la storia della musica, ma anche terribilmente ingiusto nei confronti di svariati compositori che hanno dedicato la loro vita alla chitarra.

Se è vero che questo meraviglioso strumento, data la sua duttilità, è divenuto estremamente popolare in ambienti non eccessivamente colti, ciò non toglie che, tra la fine del settecento e l’ottocento, siano esistiti musicisti propriamente “colti” che hanno pubblicato metodi, studi progressivi, studi da concerto, sonate, concerti, etc.

Fernando Sor, Dionisio Aguado, Mauro Giuliani, Ferdinando Carulli, Matteo Carcassi, Francisco Tarrega, etc. sono solo alcuni dei protagonisti del fiorire della chitarra durante il periodo romantico. Se poi, aggiungiamo anche Niccolò Paganini (sì, il violinista), che amava la chitarra, si esercitava su di essa e ha composto decine e decine di sonate da concerto, credo che sia abbastanza chiaro che prima del 1893, anno di nascita di Segovia, il panorama chitarristico fosse già molto ben nutrito.

Francisco Tarrega mentre suona la chitarra con l'impostazione classica tradizionale.
Francisco Tarrega (1852 – 1909) mentre suona la chitarra con l’impostazione classica tradizionale.

Dunque, perchè si chiudono gli occhi di fronte all’evidenza e si continua a pensare che tutto il merito sia del maestro? La risposta, pur basandosi anche su alcune deduzioni, spezza una lancia in favore degli osannatori di Segovia.

Il destino della chitarra durante e dopo il Romanticismo

Per cominciare, è doveroso fare una precisazione: la chitarra, come molti altri strumenti (pianoforte, in primis) non è sempre esistita nella sua conformazione attuale. Essa ha, al contrario, subito numerosi mutamenti sulla base delle esigenze espressive che venivano richieste dai musicisti.

Senza fare una ricostruzione storica che esula da questo articolo, posso dire subito che l’antenato più famoso della chitarra è uno degli strumenti rinascimentali e barocchi (soprattutto durante il primo periodo) più famosi: il liuto. Esso, non soltanto, era a tutti gli effetti uno strumento “nobile”, ma ha anche permesso di far giungere a noi un’ampia letteratura di musica antica che oggigiorno, nonostante l’esistenza di numerosi liutisti, trova nella chitarra la sua più naturale collocazione.

Le opere, tanto per fare un esempio, di Luis de Milán, John Dowland, Sylvius Leopold Weiss e, soprattutto, Johann Sebastian Bach (anche se alcune suite sono trascrizioni fatte dallo stesso compositore, e.g., BWV 1006a), forniscono ai chitarristi un patrimonio di elevatissima qualità che non può che contribuire a nobilitare questo strumento così affascinante e arricchire il repertorio concertistico con musicalità caratteristiche in grado di ammaliare anche coloro che non hanno una conoscenza approfondita del periodo storico.

Dama che suona il liuto, in un dipinto del 1530 attribuito alla scuola di Bartolomeo Veneto
Dama che suona il liuto, in un dipinto del 1530 attribuito alla scuola di Bartolomeo Veneto

Tuttavia, il Romanticismo, periodo che, seppur alla fine, vide i natali di Segovia, elesse a strumento par excellence il pianoforte. Decini di compositori più o meno famosi si recarono a Parigi per comporre e cercare di diffondere le loro opere. Ovviamento non mi riferisco a personaggi come Chopin, che sembrò destinato al pianoforte sin dalla culla, ma a compositori come Albéniz, che, dalla Spagna, giunsero nella capitale francese e, pur desiderosi di “esportare” la musicalità della loro terra, scelsero senza pensarci due volte il pianoforte.

La celeberrimo suite espanola di Albéniz (contenente brani conosciutissimi in ambito chitarristico, come Asturias – Leyenda o Sevilla) venne scritta per lo strumento a tastiera, pur contenendo al suo interno dei richiami fortissimi alla chitarra. Non è un caso che le trascrizioni della suite si siano diffuse così tanto e che molti pezzi sembrino in realtà originari per chitarra. Infatti, se l’arrangiamento di un notturno di Chopin è sempre un azzardo, la versione chitarristica di Asturias (lo dico senza remore) è musicalmente più “compiuta” sulla chitarra (dove, in particolare, l’arpeggio di apertura e chiusura si stende come un tappeto dai toni crepuscolari) che sul pianoforte.

A partire da tale contesto, Segovia si trovò con uno strumento dalle infinite possibilità e una cultura dominante che sembrava accecata dai tasti in ebano e avorio. E’ vero che esisteva una letteratura molto nutrita di opere di qualità (e.g., le Rossiniane di Giuliani, il Gran Solo di Sor e, senza dubbio, molte sonate di Paganini), ma ciò che Segovia avvertì fu una netta mancanza di continuità. Il suo presente, infatti, sembrava aver trasposto la chitarra a domini sempre più lontani dai grandi palcoscenici dei teatri e, nel contempo, sempre più immersi nelle atmosfere rumorose dei bar, delle taverne.

Un altro fatto non secondario era legato alla diffusione della musica pop (odiata da Segovia): se il pianoforte era stato la roccaforte dei romantici, la chitarra (sopratttuto, nelle sue versioni acustiche con corde in metallo e elettriche) stava prendendo piede nella musica blues, jazz, etc. e, poco più tardi, sarebbe anche diventata lo strumento per antonomasia della musica rock.

Non è affatto strano, quindi, che Segovia, dopo aver sviluppato una tecnica sopraffina basata su un campionario timbrico straordinario, si fosse trovato di fronte a un problema ben più annoso. Pur non disprezzando la letteratura esistente (anche se, come spesso accade, i suoi giudizi erano affetti da svariate idiosincrasie), egli capì che era quasi impossibile tenere un concerto in una grande sala di Parigi o New York con solo quel repertorio. Ciò che mancava alla chitarra era la continuità compositiva da parte di musicisti “colti”.

Per questa ragione, egli iniziò un’opera di richiesta di nuove composizioni e di trascrizione di opere che, secondo il suo gusto, potevano adattarsi bene alla chitarra. In tal senso, bisogna dire che il suo lavoro è stato notevole e sicuramente degno di lode. Nonostante la sua forma mentis alquanto rigida, egli riuscì a convincere diversi compositori a scrivere nuova musica per chitarra, arricchendo, così, in poco tempo il patrimonio a disposizione dei concertisti.

Programma di un concerto di Andrés Segovia del 1935
Programma di un concerto di Andrés Segovia del 1935

E’ altresì vero che il suo carattere non certo facile (paradigmatico è il caso del suo rapporto con Barrios, a cui chiese senza successo di dedicargli la sonata “La Catedral” e che, per ripicca, decise non solo di non suonare ma anche di screditare con tutti i suoi studenti) e la sua mancanza di interesse per gli esperimenti atonali (che si stavano diffondendo sempre più) lo portò a isolare del tutto molte opere che sarebbero state riscoperte solo più tardi, ma ciò non toglie che senza i suoi sforzi, la chitarra classica non avrebbe mai più ripreso il volo.

Segovia e la tecnica chitarristica

Un altro aspetto controverso riguarda la tecnica chitarristica. In tal senso, è bene chiarire che Segovia non inventò alcunchè. Nell’ottocento, compositori come Aguado e Sor avevano pubblicato i loro metodi, dove spiegavano i fondamenti della tecnica, dando anche vita a una diatriba sull’uso delle unghie (Aguado era a favore, mentre Sor preferiva i polpastrelli “nudi”).

Particolare della mano destra di Segovia
Particolare della mano destra di Segovia. Si notino le unghie sporgenti, ma abbastanza corte, per permettere di far scivolare la corda anche sul polpastrello.

Ciò che Segovia fece, fu quello di studiare tali fondamenti e di “scoprire” elementi che sulla carta potevano essere descritti solo in modo molto sommario. In particolare, il merito più grande fu quello relativo alla ricerca timbrica. Egli capì che i migliori risultati potevano essere ottenuti con unghie relativamente corte, tali da permettere di percuotere le corde, ma, nel contempo, di ammorbidire il tocco, se necessario, con il polpastrello. Inoltre, Segovia sviluppò una spiccata abilità nel muovere la mano destra dalla buca al ponte, per ottenere rapidi cambiamenti timbrici.

Il suo suono caratteristico (un orecchio mediamente esperto lo riconosce subito) fu il risultato di una serie di fattori che non derivavano dalla tecnica in sè, ma dall’esplorazione delle possibilità offerte dallo strumento. E’ quindi inesatto attribuire a Segovia elementi di impostazione già riscontrabili nei musicisti precedenti, ma è assolutamente corretto (partendo dal presupposto che non esistono registrazioni di Sor o Giuliani) dire che l’enfasi che egli pose sulla timbrica fu un elemento distintivo che contribuì enormemente al suo successo mondiale.

Inoltre Segovia accolse con favore la proposta di utilizzare corde in nylon (“nude” per i tre acuti e rivestite in metallo per i bassi). Questa nuova “configurazione” gli permise di aumentare la portata timbrica della chitarra con una differenziazione “verticale” (le voci basse hanno già un suono più cupo, mentre gli acuti sono più brillanti) che risultò estremamente proficua soprattutto nell’esecuzione di musica polifonica (e.g., Bach o Scarlatti).

La scuola di Segovia e i “segoviani”

Un capitolo fondamentale della vita di Segovia riguarda la sua attività didattica. Pur non avendo mai insegnato stabilmente in un conservatorio, il maestro teneva spesso masterclass dove si sono formati alcuni dei più famosi chitarristi (e.g., Julian Bream, John Williams, Eliot Fisk, Cristopher Parkening, Oscar Ghiglia, etc.). E’ dunque corretto parlare di una schiera di “segoviani”?

A mio parere, non c’è nulla di più sbagliato. Questo è infatti uno dei territori più accidentati e pericolosi da affrontare, ma io cercherò lo stesso di sintetizzare le mie idee. Segovia ha trasmesso ai suoi allievi le sue idee interpretative, aiutandoli a raggiungere un’articolazione che sfruttasse appieno le potenzialità della chitarra. Tuttavia, nessuno dei suoi più illustri pupilli ha sviluppato uno stile imitativo, nè dal punto di vista di sonorità, nè tantomeno per quanto riguarda il repertorio.

E’ sufficiente ascoltare Bream o Williams per rendersi subito conto che il loro modo di suonare è “unico” e non si basa affatto su uno studio pedissequo del modo di esperimersi del loro maestro. In altre parole, usando una metafora, possiamo dire che Segovia è stato più una scintilla che un’esplosione vera e propria. Gli studenti più acuti hanno imparato come raggiungere la medesima ricchezza del loro maestro, ma hanno poi seguito la strada a loro più congeniale. Sono stati, cioè, “segoviani”, ma non affatto segoviani (spero che l’uso strumentale delle virgolette sia chiaro).

Julian Bream, uno dei più grandi chitarristi contemporanei
Julian Bream (1933 – 2020), uno dei più grandi chitarristi contemporanei e allievo “prediletto” di Segovia.

Purtroppo, se i più valenti hanno saputo valorizzare le idee con il giusto spirito critico, una folta schiera di pseudo-segoviani ha iniziato a “scimmiottare” Segovia, focalizzandosi prevalentemente su due elementi: il repertorio e la tecnica. Nel primo caso, il risultato è stato un appiattimento della produzione interpretativa chitarristica (in un certo senso, l’opposto di quanto desiderato dal maestro), con programmi che sembravano stampati sempre con lo stesso cliché. Nel secondo, si è completamente travisato l’insegnamento di Aguado, Sor, Giuliani, etc. e transitato attraverso Segovia, arrivando a osannare la pedanteria più insopportabile.

Esistono decine e decine di chitarristi (incluso il sottoscritto) pronti a raccontare come passassero mesi di lezioni aggiunstando millimetricamente la posizione delle mani, riducendo o aumentando l’inarcamento della schiena, e così via. Tutto ciò, tanto inutile quanto dannoso, era il frutto di un tentativo di imitazione privo di ogni significato logico. Invece di sistematizzare i concetti tecnici cum grano salis, spesso si preferiva rifugiarsi in un’ottusità a dir poco indisponente, rendendo centrale, non la musica, ma una forma di ginnastica posturale.

Nota biografica riassuntiva

Andrés Segovia, nato il 21 febbraio 1893 a Linares, Jaén, Spagna, è stato un leggendario chitarrista e compositore classico (anche se, in realtà, la sua produzione si è limitata a pochi studi). È ampiamente considerato uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi e ha svolto un ruolo significativo nell’elevare la chitarra a uno strumento classico rispettato.

Segovia iniziò a suonare la chitarra in giovane età e dimostrò rapidamente un talento eccezionale. Ha ricevuto la sua educazione musicale formale presso la Scuola di Belle Arti di Granada e successivamente al Conservatorio Reale di Madrid. Nonostante lo scetticismo iniziale dei tradizionalisti che credevano che la chitarra non fosse adatta alla musica classica, la dedizione e la perseveranza di Segovia lo portarono a diventare un pioniere per questo strumento.

Nel corso della sua carriera, Segovia fece numerose tournée, affascinando il pubblico di tutto il mondo con le sue performance virtuosistiche e interpretazioni uniche di composizioni classiche, barocche e contemporanee. La sua tecnica eccezionale, il suo timbro e il suo stile esecutivo stabilirono nuovi standard per i chitarristi di tutto il mondo, dando vita a una generazione di “seguaci” che trassero spunto dal suo modo di rapportarsi con lo strumento.

Oltre alla sua straordinaria carriera da artista, Segovia è stato determinante nell’espansione del repertorio di chitarra classica. Ha collaborato con rinomati compositori come Manuel PonceMario Castelnuovo-Tedesco e Heitor Villa-Lobos, ispirandoli a scrivere musica appositamente per la chitarra. Segovia ha anche trascritto e arrangiato numerosi brani originariamente composti per altri strumenti, dimostrando la versatilità e le capacità della chitarra.

L’influenza di Segovia sulla chitarra classica si estendeva oltre le sue esecuzioni e composizioni. Dedicò la sua vita alla promozione del valore artistico e didattico dello strumento. Ha organizzato masterclass, insegnato a innumerevoli studenti e scritto libri didattici che sono diventati risorse fondamentali per i chitarristi.

Il contributo di Andrés Segovia alla chitarra gli è valso numerosi riconoscimenti e onorificenze, tra cui dottorati onorari, cavalierati e il prestigioso Grammy Lifetime Achievement Award. La sua eredità continua a ispirare generazioni di chitarristi e le sue registrazioni rimangono dei classici apprezzati nel mondo della musica classica.

Andrés Segovia è morto il 2 giugno 1987 a Madrid, in Spagna, lasciando un profondo segno nel mondo della chitarra. La sua dedizione, passione e influenza trasformativa hanno consolidato il suo posto come una vera leggenda nel regno della chitarra classica.

Necrologio di Segovia sulla prima pagina del New York Times. In foto è mostrato il maestro mentre suona ad un concerto per chitarra solista
Necrologio di Andrès Segovia sulla prima pagina del New York Times.

Conclusioni

Parlare di Segovia richiede molto spazio e non ci si può concentrare su tutti gli aspetti della sua arte. Il mio obiettivo era quello di trattare qualche elemento che troppo spesso è stato frainteso o mal interpretato. Sicuramente tornerò in futuro a scrivere articoli riguardanti il suo stile in rapporto a specifici compositori, concentrandomi maggiormente sui dettagli più importanti.

Per il momento, non posso che invitare tutti i musicofili ad ascoltare le svariate registrazioni di Segovia, a godere del suo timbro straordinario e, in ultima analisi, ad apprezzare il lavoro svolto per valorizzare la chitarra ben oltre ogni possibile aspettativa.

Ovviamente, sarò lieto di rispondere alle vostre domande e commenti, affinchè la memoria del maestro resti sempre viva. Al di là del fatto che molti dei suoi più fedeli allievi hanno forse (come è consueto) superato il loro mentore, ciò non implica che le sue interpretazioni debbano cadere nell’oblio. Ogni chitarrista dovrebbe ascoltarlo, possibilmente insieme a Williams, Fisk, Bream, etc., proprio per ampliare i propri orizzonti e riuscire a cogliere tutte quelle sfumature che rendono la chitarra un meraviglioso (e chissà, ineguagliabile) strumento musicale!

Desidero infine includere la playlist di Spotify dove sono presenti parecchie registrazioni di Segovia, così da poter immediatamente iniziare ad ascoltarlo:


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La punteggiatura poetica: la musica e l’ermetismo di Ungaretti

“E’ il mio cuore                                 
il paese più straziato.” (G. Ungaretti)

Perché è così inimmaginabile una musica priva di indicazioni temporali (dichiarazione del tempo, durata delle note, pause, etc.)? Anche le avanguardie e le sperimentazioni più bizzarre hanno sempre (e giustamente, direi) fatto uso di tutte quelle informazioni necessarie per determinare il ritmo, la dinamica e, talvolta, anche il timbro delle singole note o di interi accordi.

Una foto di uno spartito musicale. Le informazioni di tempo, ritmo, melodia e armonia formano un tutt'uno inscindibile in musica
Un esempio di spartito musicale. Le informazioni di tempo, ritmo, melodia e armonia, etc. formano un tutt’uno inscindibile.

In linea di principio (errato – con buona pace di Hanslick), il contenuto “semantico” della musica è espresso principalmente dall’altezza delle note e dalla loro successione, pertanto chiunque dotato di un sistema di decodifica dovrebbe poter accedere al significato di una produzione musicale semplicemente valutando la sequenza di frequenze che il compositore ha voluto rappresentare.

Prima di discutere le ovvie ragioni per cui tale assunto è banalmente inaccettabile, desidero fare una sorta di contro-esempio per supportare per attimo questa tesi. Se prendiamo, ad esempio, il Preludio della partita per violino/suite per liuto di Bach BWV 1006(a), notiamo subito che, a parte un paio di battute iniziali e un paio finali, l’intera composizione, in ritmo ternario di ¾, è basata su battute composte da tre gruppi di quattro semicrome.

In pratica, il ritmo “formale” (non quello interpretativo – che, pur trattandosi di una composizione barocca, possiede sempre una certa libertà) è “piatto”: l’interprete, alle prime letture, può procedere senza pensare poi tanto. Il metronomo batte un ritmo monotono e, ad ogni battito, corrisponde una nota. In questo caso, per forza di cose, le uniche vere informazioni (in senso stretto) sono fornite esclusivamente dalle altezze dei suoni (e da qualche rara indicazione dinamica). Qualcosa di simile, ma opposto, è l’esperimento del poema sinfonico per 100 metronomi di G. Ligeti (1923 – 2006).

La musica è inconcepibile al di fuori di un contesto sintattico ad hoc

Ovviamente questa tesi è del tutto fallace per diversi motivi. Il primo è ovvio: l’informazione completa deve, per forza di cose, tenere conto di tutti gli elementi riportati nello spartito. Tempo, ritmo, melodia, armonia, dinamica, timbrica e, naturalmente, ogni sorta di indicazione interpretativa (e.g., cantabile, con enfasi, sforzando, etc.) formano un tutt’uno inscindibile, che il solo a meritarsi l’appellativo di “composizione musicale”. La rimozione di uno o più di questi elementi non può che provocare un’alterazione inaccettabile che, spesso, rende perfino impossible l’esecuzione.

Il secondo motivo, più filosofico e speculativo, è che la musica (così come, la poesia e la narrativa) non esiste nel “puro spazio” (a meno di non considerare l’effetto vibrazionale staticizzato – una condizione attuabile in matematica, non di certo in natura) ma piuttosto in una dimensione che percettivamente viene definita “tempo” (o, per meglio dire, nella congiunzione di spazio e tempo). Nel saggio “Il dispiegarsi del tempo psicologico” scritto qualche anno fa, ho cercato di valutare un’ipotesi del perché l’uomo “senta” il fluire del tempo ma in questa sede preferisco far riferimento all’ipotesi filosofica teorizzata da P.D. Ouspensky (1878 – 1947) nel suo famoso libro “Tertium Organum”.

In tal senso, il tempo è l’effetto di una limitazione dell’apparato percettivo fenomenico dell’uomo che, limitato da uno spazio tridimensionale, è costretto a “diluire” la quarta dimensione in una sequenza di blocchi tridimensionali. Qualsiasi fenomeno, il cui noumeno trascende quindi la stasi di una percezione materialistica, deve necessariamente svilupparsi anche nel tempo e, in tale processo, espandere i propri confini in un luogo che gli sforzi ci fanno intravedere qualcosa, ma mai del tutto afferrarla.

Il tempo, espresso in forma grafica, strutturata, è pertanto “conditio sine qua non” non soltanto dell’interpretazione musicale (la cui semantica poggia le vere basi sull’articolazione delle sequenze frequenziali – tempo a tutti gli effetti), ma anche di tutte quelle forme di comunicazione ove l’obiettivo si estende al di là della mera trasmissione di informazioni funzionali alla sola sfera fenomenica.

Costruzione teorica di un ipercubo
Costruzione teorica di un ipercubo (o tesseratto se in 4D). Gli esseri umani hanno un apparto percettivo che non può “vedere” oltre la terza dimensione. Tuttavia, la matematica è in grado di trattare spazi multidimensionali (perfino con infinite dimensioni) senza alcun problema.

La poesia, così come la musica, spinge i suoi obiettivi verso la percezione consapevole dei noumeni nascosti in forme espressive apparentemente illogiche, destrutturate e talvolta anche di difficile comprensione. Elencare in successione le parole che compongono i versi di una lirica (così come, al limite, si potrebbe fare con la prosa) senza alcuna interruzione di riga o segno di interpunzione, equivale a tutti gli effetti all’appiattimento dimensionale del componimento, con l’ovvia conseguenza di “abbassare” il livello “bersaglio”, dall’umano che trascende verso l’infinito, a quello di creature limitate ad una conoscenza bidimensionale che, tutt’al più, può lasciar immaginare le forme solide così come gli umani pensano agli iperspazi (di quattro o più dimensioni).

La punteggiatura poetica quale veicolo semantico

Questa doverosa premessa, per quanto lunga, è indispensabile per chiarire il ruolo metafisico che la punteggiatura ricopre nell’ambito poetico, con un’enfasi particolare sulla figura di Ungaretti: grammatica e sintassi, infatti, possono essere assimilabili al puro spazio che, attraverso l’elaborazione cromatica e strutturale, permette di saturare la fruizione delle prime tre dimensioni, mentre il ruolo dei segni di interpunzione diventa a tutti gli effetti l’unico e solo strumento in grado di codificare il tempo come vera e propria quarta dimensione.

Se in prosa, ad esempio, la separazione tra soggetto e predicato effettuata con una virgola è considerata un errore, in poesia essa non può che lasciare aperto un enorme spazio all’interpretazione della relazione che intercorre tra il soggetto e l’azione – fisica o immateriale – che viene compiuta. La pausa forzata diventa strumento di enfasi, un luogo immaginario ove il lettore può collocare l’espansione delle sue stesse emozioni, con-creando il significato che il poeta stesso ha “disperso” tra le maglie dei suoi versi.

Ritratto di Giuseppe Ungaretti
Ritratto di Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970), il massimo esponente italiano dell’ermetismo poetico.

D’altronde, anche l’utilizzo di righe differenti è finalizzato a creare spesso un distacco tra due componenti la cui “liaison” non può che ricercarsi nella pura trascendenza verso una dimensione a noi fenomenicamente preclusa. Per comprendere a fondo questo aspetto della creazione poetica, è sufficiente leggere una delle più celebri ed ermetiche poesie di Ungaretti (1888 – 1970), “Mattina” (per un’antologia basata sull’opera omnia del poeta, consiglio il libro “Vita di un uomo“):

M'illumino
d'immenso.

Il primo verso è di per sé auto-sufficiente: il soggetto (che è e non è lo stesso Ungaretti) si dichiara implicitamente e afferma la sua tendenza ad espandere la sua percezione attraverso un processo di “illuminazione”; d’altronde, quest’ultima realtà implica un oggetto “standard”, la luce, la cui acquisizione è appunto definita “illuminazione”. Ma il poeta non desidera comunicare soltanto una sua percezione: egli desidera che il lettore inizi ad esperire l’effetto della luce su di sé e si prepari, quindi, a comprendere il simbolismo nascosto in questo concetto: l’immensità, l’infinità, la non delimitazione noumenica che solo la luce, con la sua effimera inafferrabilità, può rappresentare.

La separazione in versi, quindi, “espande” l’ambito d’azione, trasformando una frase molto gradevole ma inutilmente scevra di concretezza (“M’illumino d’immenso”) in un trampolino di lancio che apre le porte della percezione e lascia che l’ego si immedesimi pienamente con la luce, pervasiva e indistruttibile, prima di “esplodere” nell’immensità, proprio come l’”Ain” cabalistico (un concetto assimilabile al nulla) diventò “Ain Sof” (ovvero la fine del nulla), trasformando la potenzialità nell’inizio dell’intera creazione.

Considerazioni analoghe sono possibili per un altro capolavoro ermetico di Ungaretti, la poesia “Soldati”:

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

Anche in questo caso, l’unica informazione non linguistica è la suddivisione in versi. Tuttavia, in quella che sembra una banale suddivisione, si cela la natura più profonda e struggente della poesia di Ungaretti. Il contenuto semantico potrebbe rimanere inalterato se i versi fossero semplicemente concatenati in una frase, ma il poeta non desidera scrivere un aforisma. L’incipit “Si sta come” implica con forza una condizione esistenziali di stasi forzata. L’impersonalità, unita all’uso della preposizione “come”, crea determina un chiaro contesto semantico, un’apertura netta su uno scenario dove gli uomini, come burattini forzati in posizioni innaturali, “stanno”, senza neppure tentare di ribellarsi (atto che risulterebbe di certo vano).

Gli altri versi mostrano la stessa pregnanza e, addirittura, riescono, con una scelta “ritmica” azzeccatissima, a porre tutta l’enfasi ora su un aspetto e, subito dopo, su altro, creando un’interconnesione dove i singoli elementi non cedono nulla al contesto, ma contribuiscono alla sua struttuazione senza snaturarsi in alcun modo. Il secondo verso (“d’autunno”) è simile ad un accordo isolato che libra nell’aria e rimane sospeso, proprio come un paesaggio autunnale ritratto da un pittore impressionista.

Ungaretti pesa ogni parola, ogni frammento infinitesimale capace di trasportare un significato. In questo caso, “d’autunno” non è una semplice dichiarazione temporale; al contrario, il poeta desidera fortemente sottolineare che al pari dell’essere del primo verso, esiste anche una modalità che appesantisce la condizione di passività. L’autunno è una stagione terminale, ma capace ancora di far riflettere, voltare le spalle e vedere l’estate, con i suoi schiamazzi gioiosi. Esso è intrinsecamente crudele, perchè condanna sì alla stasi, ma, nel contempo, alla piena consapevolezza di essa.

Gli ultimi due versi coronano lo sforzo descrittivo dei primi due. Musicalmente parlando, essi sono come una cadenza: dopo la tensione, essi hanno il compito di rirportare l’armonia a uno stato fondamentale. Ciò che è precariamente statico è proprio la foglia, “partorita” dall’albero-madre, che, dopo un’intera esistenza trascorsa aggrappandosi al genitore con un “cordone ombelicale” mai reciso, scopre la cruda verità. L’autunno porterà lo svezzamento, la separazione, la morte. Costretta all’immobilità, proprio come i burattini nascosti nelle trincee, mossa solo dai capricci del vento, la foglia lentamente avvizzisce, cede il suo verde alle screziature dorate e sente sempre più il flagello dell’aria.

Senza alcuna “punteggiatura”, Ungaretti riesce a marcare i confini, a creare una tessitura sia sintattica che semantica. Egli oltrepassa il confine della pura formalità per giungere in un luogo ove le regole accademiche decadono per cedere il posto alla pura percezione che non si lascia addomesticare. In quell’etereo spazio che, nel contempo, è così grave e materiale, egli disegna con singoli frammenti linguistici interi paesaggi dell’anima e supera le barriere del descrittivismo massimalisma con un’eleganza senza pari. Egli riesce a creare la vera punteggiatura poetica proprio attraverso la sua assenza, poichè, come ci insegnano i grandi interpreti musicali, non è il valore di una nota a determinarne la genesi e la morte, ma la profondità della sua essenza, della sua unicità e del suo apparire in un certo spazio e in un certo tempo.

La guerra nella poesia di Ungaretti

La poesia di Ungaretti costituisce una toccante testimonianza dell’impatto travolgente della guerra sulla psiche umana. Come soldato, ha vissuto in prima persona gli orrori e la brutalità delle trincee durante la prima guerra mondiale. Tuttavia, le sue composizioni poetiche vanno oltre la semplice descrizione del campo di battaglia; approfondiscono le sue emozioni e la sua condizione esistenziale di soldato.

Nella sua poesia, Ungaretti traspone magistralmente il caos e l’angoscia della guerra in immagini vivide e metafore profonde. Attraverso versi concisi e frammentati, cattura la natura fugace e frammentata della vita in prima linea. Le sue parole evocano un senso di immediatezza e urgenza, fornendo uno sguardo sulle emozioni crude vissute dai soldati.

Truppa dell'esercito italiano in una trincea durante la prima guerra mondiale. La poesia di Ungaretti è stata compagna anche in quei terribili momenti.
Truppa dell’esercito italiano in una trincea durante la prima guerra mondiale.

La capacità di Ungaretti di esprimere la fragilità della vita nello spietato contesto della guerra è davvero notevole. Esplora i temi della perdita, del dolore e della disperazione, riflettendo la sofferenza collettiva di coloro che si trovano nel fuoco incrociato. Le sue poesie diventano una liberazione catartica, un modo per elaborare le proprie esperienze dando voce agli innumerevoli soldati che hanno sopportato difficoltà simili.

È attraverso lo stile poetico unico di Ungaretti che riesce a trasmettere efficacemente la condizione umana nel contesto della guerra. I suoi versi creano un ponte tra il personale e l’universale, trascendendo le barriere linguistiche e trovando risonanza tra lettori di ogni ceto sociale. La poesia di Ungaretti funge da potente promemoria dell’impatto duraturo che la guerra lascia sugli individui e sulla società nel suo insieme.


Considerazioni sui concetti di Ain e Ain Soft nella Kabbalah

Il concetto di “Ain” è cabalistico e ha grandi implicazioni filosofiche all’interno della Kabbalah ebraica. “Ain” si riferisce allo stato del nulla o del non essere, che rappresenta l’assoluta trascendenza divina. Denota la fase iniziale della creazione in cui l’esistenza di Dio è nascosta e incomprensibile alla comprensione umana.

Andando oltre “Ain”, la Kabbalah introduce il concetto di “Ain Sof”, che significa “senza fine” o “infinito”. Questo termine indica la natura infinita di Dio, che comprende tutta l’esistenza e trascende ogni limitazione. “Ain Sof” rappresenta l’essenza divina e funge da fonte ultima di tutta la creazione.

Le implicazioni filosofiche di questi concetti sono profonde. “Ain” sottolinea la natura trascendentale di Dio, sfidando l’intelletto umano a cogliere l’essenza incomprensibile del divino. Incoraggia i ricercatori della Kabbalah a trascendere i limiti del mondo fisico e ad approfondire le profondità della spiritualità.

Frammento di un testo cabalistico
Frammento di un testo cabalistico del XVI secolo

Il concetto di “Ain Sof” rivela la natura infinita di Dio, suggerendo che ogni aspetto della creazione è un’espressione del divino. Ispira gli individui a riconoscere l’interconnessione di tutte le cose e la scintilla divina all’interno di ogni essere. Da questa prospettiva, la Kabbalah incoraggia il perseguimento della crescita spirituale e la realizzazione della propria divinità interiore.

Esplorando i concetti di “Ain” e “Ain Sof” all’interno della Kabbalah ebraica, gli individui acquisiscono intuizioni sulla natura di Dio, sull’universo e sul proprio viaggio spirituale. Apre le porte a esperienze mistiche, profonda saggezza e una comprensione più profonda dell’interconnessione di tutta l’esistenza. Attraverso lo studio e la contemplazione, si possono scoprire le verità nascoste e le implicazioni filosofiche racchiuse in questi concetti cabalistici. Per ulteriori informazioni e dettagli filosofico-teologici sulla Kabbalah ebraica, consigli il libro “La Cabala” di G. Scholem.


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La parola squadrante di Montale

Un animo informe, privo di regolarità, incapace di adattarsi ai rigidi confini che la quadratura impone è ciò che Eugenio Montale (1896 – 1981), nell’incipit della sua celeberrima raccolta “Ossi di seppia”, considera coma la sua più intima e inalterabile essenza.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non perfezione di contorni, luccicanti lettere poste in cima ai grattacieli ma piuttosto una disarmante naturalità che si esprime definendo innanzi tutto i canoni estetici e morali attraverso i quali ogni valutazione dovrà avere luogo. Non regole auree o acmi di greca perfezione ma semplicemente l’io, nudo ed esposto a tutte le intemperie e mai timoroso di manifestarsi anche nell’ombra, dove i consensi si spengono in un interminabile silenzio.

Neanche la “parola”, quel seme così spesso trasformato nelle più multiformi creature linguistiche dallo stesso Montale, sembra poter acquisire il diritto a squadrare un animo così colmo di dubbiosa inquietudine. Anzi, proprio per scongiurare il rischio di dover fronteggiare la deludente scoperta che nessun “Logos” o “Verbo” può riuscire in un così gravoso intento, il poeta esordisce con un monito quanto mai perentorio: un animo informe non può mai schizzare del suo violaceo entusiasmo il monotono distendersi del campo dell’esistenza. In esso solo la polvere, l’infinitesima divisione d’ogni già frammentaria esperienza, può adagiarsi senza remore né pretese.

La "parola", scritta o scolpita, è per Montale quell'inarrivabile limite che, pur ingabbiando l'uomo, lo costringe ad un'incolmabile incompletezza
La “parola”, scritta o scolpita, è per Montale quell’inarrivabile limite che, pur ingabbiando l’uomo, lo costringe ad un’incolmabile incompletezza.

Ma quali sono queste straordinarie “lettere di fuoco” attraverso le quali l’animo dovrebbe essere “dichiarato”? Forse neanche Montale le conosce; magari ne avverte l’esistenza, ne presagisce l’immane fascino sui più volubili, ma non riesce affatto a possederle. Forse, al contrario, nella penombra d’un tramonto estivo, egli ne ha sentito il calore, mentre veniva “abbagliato” da un Sole spietato che svela l’inespugnabile solitudine riverberando tra i “cocci di bottiglia” posti a guardia di un’interiorità condannata all’esilio eterno.

Se tali lettere dovessero realmente esistere, esse diverrebbero la sintesi di una vita “costretta” nel turbinoso tentativo di osservarsi dall’esterno, un animo consapevole della perenne “ennui” che, elevandosi al di sopra delle nubi e degli astri stessi, diviene capace di non percepire più i contorni grezzi della pietra “interiore”, costringendo l’uomo, tuttavia, al passaggio dall’auto-realizzazione (zenit spirituale) alla rischiosissima perdita di ogni aggancio con la realtà (nadir).

La sicurezza è appunto vista come il peggiore dei pericoli: fintantoché l’uomo sarà illuminato dal Sole, avrà costante bisogno dei suoi raggi e dovrà appoggiarsi al suolo o ad un muro, egli lascerà sfuggire, volente o nolente, un’ombra che “macchierà” indelebilmente la realtà circostante.

Nessun uomo può pertanto passare inosservato: chi tenta l’occultamente della proprio esistenza o chi pensa di non interferire con alcunché, è destinato alla sconvolgente presa di coscienza di non essere solo!

Informe, scalcinato o coperto da cocci di vetro, il muretto che seguitiamo a tenerci accanto, sarà nostro testimone, proprio come la Pietra Nera della Mecca che, avendo assorbito tutti i peccati dell’uomo, è mutata da un bianco candore al più buio dei colori visibili. L’ombra macchia, penetra in profondità e si radica sino a trasformare l’essenza della roccia stessa: a troppo poco serve la superficiale sicurezza dell’uomo distratto.

Le ombre proiettate dal sole su uno "scalcinato muro" rappresentano per Montale le più genuine realtà della nostra esistenza come "essere-nel-mondo"
Le ombre proiettate dal sole su uno “scalcinato muro” rappresentano per Montale le più genuine realtà della nostra esistenza come “essere-nel-mondo”, un “luogo” in cui è solo l’Altro a legittimare i nostri passi verso l’ineluttabile.

E’ molto meglio, quindi, limitarsi a un più morigerato ardire: se squadrare è la tendenza dell’uomo che desidera elevarsi, egli può sempre cercare la soluzione attraverso un processo “negativo”, cercando cioè, ciò che non si lascia afferrare, quelle idee e quei modelli che “sfuggono” e la cui natura non si riflette in alcun modo sulla superficie imperfetta dell’individualità.

Il poeta può perciò arrivare ad una conclusione: la potenza di definizione si adatta perfettamente ad esseri ormai trascesi verso una realtà ove nulla potrà mai essere adombrato da “egoici” istinti incontrollati, ma è quasi del tutto inadeguata in un mondo ove nessuna formula potrà mai partorire nuovi universi e dove soltanto poche, “storte”, disanimate “sillabe” possono dare forma ai pochi, effimeri bagliori che talvolta ci appaiono come inestinguibili incendi.


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