Magnati del cartone

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Erano passate le nove ed io avevo appena terminato un lunghissima riunione di lavoro tenuta presso la sede di un partner commerciale nei pressi di Via Marsala. Tutti i partecipanti erano usciti esattamente come erano entrati: ognuno convinto di avere ragione e, soprattutto, imperterriti nell’affermare che dell’intera torta gli spettassero i tre quarti. Chiaramente il conto non tornava mai e la fantasia aveva ben presto preso il posto del buon senso e dell’utilità. Dopo un paio d’ore durante le quali la mia partecipazione aveva avuto un senso, trascorsi il tempo restante immerso nei miei pensieri, scarabocchiando o leggendo le notizie sul computer.

Una volta fuori dagli uffici, non decisi, come facevo spesso in quel periodo, di chiamare un taxi per tornare a casa, ma preferii fare due passi a piedi e raggiungere la stazione della metropolitana di Termini.

Il clima era freddo e le folate di vento mi sferzavano le uniche parti scoperte: il viso e le mani. Accelerai il passo, mentre una leggera pioggerellina, più simile all’umidità che ad un temporale, cominciava a formare rivoletti sulla mia fronte. Quando giunsi nel marciapiede destro di Piazza dei Cinquecento, coperto dal rumore dei molti autobus e dei clacson, udii una voce che pareva rivolgersi a me: “Hai una sigaretta da darmi?

Mi voltai verso le aiuole che separano la strada dai parcheggi a pagamento e vidi un uomo di colore, grigio di capelli e con una barba riccia e brizzolata. Sorrideva e si muoveva, zoppicando leggermente, verso di me.

Ammetto di non essere solitamente espansivo con gli sconosciuti che si incontrano per strada; se capita, gli do qualche moneta e tiro dritto, ma quell’uomo mi apparve diverso, come un aristocratico decaduto che non riusciva, suo malgrado, a rinunciare all’eleganza.

Tirai fuori il pacchetto, c’erano tre sigarette: glielo porsi.

Prendile tutte, ne ho un altro nella borsa” risposi.

Seguì il mio invito, ne estrasse una e mi chiese di accenderla. Ero sul punto di lasciargli anche l’accendino, ma poi mi ricordai che quello mi sarebbe servito e lo riposi nella tasca dei pantaloni. Lo salutai senza interesse e tentai di andare via.

Hai molta fretta!” esclamò lui.

In realtà non avevo alcuna fretta: vivevo solo e nessuno mi aspettava. Capii che quel mio gesto era stato più istintivo che razionale e mi fermai come se un dubbio m’avesse d’improvviso assalito.

Sono stanco” gli dissi “Ho finito adesso di lavorare”.

Lo vedo che sei stanco…” borbottò in perfetto Italiano “Ti si legge in faccia”.

Al contrario, il suo viso sembrava molto rilassato e benché fosse palesemente un barbone, pareva tranquillo, perfino soddisfatto e sereno anche nella malasorte.

Che fai qui?” gli chiesi per tagliare corto.

Ci vivo! In Francese ci chiamano ‘clochard’, in Inglese ‘homeless’, in Italiano raffinato, ‘senza-tetto’, ma io credo che i più onesti siano gli inglesi. L’italiano è troppo poetico: a me non manca un tetto… Potrei andare giù nella metro o farmi una copertura col cartone… In realtà, io vivo senza una casa. Quella dove tu sei diretto. Quella che ti spinge a correre come una lepre impaurita verso la sua tana… In questo momento, se proprio vuoi saperlo, io sono solo prigioniero della Terra!

Rimasi stupito dalla sua padronanza della lingua, anche se era altrettanto indubitabile che le sue origini fossero africane. Ogni tanto l’accento diveniva più nasale e, soprattutto, era impossibile ricondurlo a qualsiasi inflessione che diviene familiare a chi vive per lungo tempo in una qualsiasi regione italiana.

Posso immaginarlo” dissi per poi subito pentirmi di quella stupida superficialità.

L’uomo non fece caso alle mie parole, forse ormai troppo comuni per lui, ma mi poggiò una mano sul braccio e, contraendo il viso in una smorfia, aggiunse: “Sono di pelle dura. Però ultimamente ho passato delle notti all’addiaccio e ho creduto veramente di non farcela…

Di fronte al mio trasecolato silenzio aggiunse: “Un paio di settimane fa, uno di noi ha tirato le cuoia… Non era malato, non era anziano… Era semplicemente uno di noi. Sai cosa vuol dire?

Che certamente non ve la passate bene…” risposi lasciando trapelare il mio imbarazzo.

No… Quello è certo, ma ciò che intendevo dire è che quando muore uno di noi, è come se morissimo tutti… Non per solidarietà o sciocchezze simili, ma semplicemente perché siamo tutti uguali. Dopo che la polizia ha rimosso il corpo, qualcuno ha detto che era già cardiopatico… Idiozie! Lo conoscevo bene Pietro il Cartonaio… Stava benissimo. E’ morto semplicemente perché di notte qui si muore… E come lui, possiamo morire tutti. Nessuno escluso. Nessuno!”.

Ma, hai detto tu che sei di pelle dura… Sono certo che saprai resistere” borbottai a mezza voce.

Adesso mi rendo conto della banalità delle mie argomentazioni ma, credetemi, in quel momento ero davvero in difficoltà. Si può controbattere con un pari, con qualcuno che rischia esattamente ciò che rischi tu, ma come si fa a trovare motivazioni convincenti con qualcuno che vive soltanto con poche monete in tasca e dorme stirato tra le pozzanghere del marciapiede?

Siamo tutti uguali…” rispose lui dissipando ogni mio dubbio “Siamo uguali e giochiamo allo stesso modo. Ogni volta che mi addormento, coperto con stracci vecchi o con uno scatolone, inizio a pensare ai primi raggi del sole. Li aspetto e poi chiudo gli occhi, immaginandoli salire lentamente all’orizzonte. Quando comincia ad albeggiare, con i toni delicati del rosa, ebbene, so di poter tirare avanti un altro giorno… Quando invece è tutto grigio, come se il tempo non volesse scorrere, capisco che dovrò patire il freddo e inizio a fare su e giù per la strada come un disperato. Certe volte arrivo perfino a San Pietro, guardo la gente con i volti sorridenti e sorrido anch’io… Poi ritorno qui, lentamente, mangiando qualche fettina di pizza o, molto spesso, nulla…

Ma non staresti meglio se chiedessi un posto-letto in un dormitorio?” domandai io leggendo (forse erroneamente) un orgoglio un po’ eccessivo nel tono di quell’uomo.

Lui fece un gesto con la mano, come se volesse scacciare un cattivo odore: “I dormitori sono per i bambini piccoli e per i vecchi veri… Io non ho fatto questa scelta per poi elemosinare come un miserabile! Tu non mi conosci, ma io qualche tempo fa andavo in giro vestito come te, in giacca e cravatta. Adesso mi vedi così, rappezzato come un cencio, ma una volta era tutto diverso…

Mentre prendeva un’altra sigaretta, lo osservai e iniziai a spazientirmi. Ero stanco e quelle chiacchiere, per quanto capissi che fossero più uno sfogo che un capriccio, cominciavano ad irritarmi.

Ti credo” gli risposi con noncuranza “Ma adesso devo proprio andare…

Hey!” esclamò lui “Non ti va proprio di conoscere la storia di Kamil Emmanuel?

Provai un notevole disappunto per quell’ennesimo sconvolgimento dei miei progetti, ma non seppi dire di no, anche se dentro di me continuavo a desiderare più d’ogni altra cosa tornare a casa a rilassarmi nel mio divanetto.

Cercai di sfidarlo, così, tanto per rendere più piacevole quello scambio così inusuale: “E cosa avrebbe di tanto interessante la tua vita?” gli chiesi con spavalderia.

L’uomo si mise a ridere: “Nulla…” esclamò gettando fuori una nuvoletta di fumo.

Però ci tieni tanto a raccontarla! Lo fai per cercare compagnia?

Non la racconto a tutti…” rispose lui in modo un po’ più serio e compassato “La maggior parte della gente tira dritto. Se riesco a sganciargli qualche spicciolo, è grasso che cola… Figurati se desiderano ascoltare le mie avventure…

E invece io…

Continuò lui: “Tu ti sei fermato e questo già mi rinfranca… Se poi non vuoi ascoltarmi, va’ pure. Tua moglie ti aspetta?

No” risposi con un lieve imbarazzo, come se quella fosse una domanda scabrosa “Vivo solo”.

Io stavo quasi per sposarmi invece” incalzò lui “Tanto tempo fa, quando vivevo ancora a Lagos, in Nigeria. Sai dov’è?

Sì, certo…” mormorai accompagnando le parole con un gesto del capo.

Kamil chiuse gli occhi per qualche istante, come se stesse rivedendo un film nella sua mente, poi mi prese nuovamente il braccio: “C’era una ragazza che mi faceva impazzire, figlia di un grosso mercante di tessuti. Io l’aspettavo come adesso attendo i raggi del sole: mi nascondevo dietro ad un muretto e pregavo perché passasse… Ero timido, molto timido… Vivevo bene in quel periodo, capisci, e quindi potevo anche permettermi di essere timido…

Ma non le hai mai parlato?” gli chiesi stupito.

Lui scoppiò a ridere: “No… Ti sembra assurdo, vero?

Di quante donne ci si innamora (o, forse, sarebbe meglio dire, ci si invaghisce) senza neanche conoscerle? Nella metropolitana ne avevo viste a centinaia: di alcune mi affascinavano le mani, di altre i capelli, di altre ancora (poche, a dire il vero) il viso. Alcune mi avevano tanto colpito, che anch’io avevo sperato di rivederle, pur sapendo che non sarebbe successo altro, anche perché forse qualsiasi approccio avrebbe materializzato ciò che doveva restare pura essenza, vuoto incolmabile che richiamava a sé l’oggetto per poi fuggire nuovamente.

Non mi sembra affatto assurdo” gli risposi “Succede… Ma perché allora te la passavi bene e adesso, invece… Sì, insomma, adesso…

Mi tolse d’impaccio lui: “…Adesso sono un barbone?

Esatto…

Poco fa non t’interessava la mia storia… Volevi fuggire a casa!” esclamò come una donnina che dopo essere stata respinta, viene richiamata a sé.

Io non risposi. Tirai fuori un altro pacchetto di sigarette dalla borsa, lo aprii e iniziai a fumare. Quella risposta gestuale fu decisamente più eloquente di un’affermazione linguistica.

Mio padre era un diplomatico in Nigeria” iniziò Kamil “Fino alla mia adolescenza lavorò come funzionario governativo a Lagos e, come puoi immaginare, i soldi non ci mancavano… Tieni presente…” disse alzando leggermente il tono della voce e prendendomi il braccio come se quell’atto servisse a trasferire maggior pathos “…Che quando dico ‘bene’ in Nigeria, non intendo il ‘bene’ che conosci tu… Noi potevamo permetterci i lussi di un alto borghese italiano, con la differenza che la mia famiglia viveva in una nazione dove c’era davvero gente che si trovava morta per strada…

Ho visto qualcosa di simile in India” dissi io.

L’uomo sbuffò: “In India, in India… La Nigeria non è l’India. Da noi chi muore perché non è riuscito a rimediare del cibo o perché si prende il tifo, la meningite o qualsiasi altra orribile malattia, non accetta di buon grado quella sorte… No! Le madri tengono i figli morti tra le braccia sino a quando iniziano a puzzare. Da noi un dono della natura non è un prestito senza garanzie!

Io annuii immaginando una donna che tiene un bambino esanime tra le braccia, attendendo forse che il miracolo gli apra di nuovo quella boccuccia rattrappita per cercare ancora il suo capezzolo. Rabbrividii. Sentivo il freddo sferzarmi con più violenza, forse perché avevo intravisto, sospeso nella pioggerellina, il suo volto pallido che attendeva famelico le prossime vittime.

E poi, come sei finito qui?” chiesi per rompere la monotonia patetica di quello strazio.

Dopo un lungo periodo di lavoro interno” ricominciò Kamil “Il ministro propose a mio padre un salto di qualità: gli chiese se desiderasse svolgere la sua mansione di funzionario presso l’ambasciata della Nigeria a Roma. Puoi immaginare… Per me e per mio fratello fu una notizia straordinaria. Noi consideravamo l’Europa come un luogo dove la felicità veniva distribuita al pari dell’acqua… Anche se poi, quando arrivammo, di tali magiche fontane non ne trovammo nessuna…

Feci una smorfia: “Da noi si dice che l’erba del vicino è sempre più verde… Ma io credo che esistono tipi d’erba che si prendono gioco degli uomini: da qualsiasi lato le si guarda, appaiono scure verso di noi e brillanti dall’altra parte…

Kamil rise e mi stupii ancora nel constatare come comprendesse perfettamente l’italiano: doveva veramente essere stato un uomo istruito, adesso disgraziatamente caduto in miseria.

E’ proprio così, amico” rispose “Ma mio fratello la pensa diversamente… Io capii subito di essere straniero in una terra in fin dei conti ospitale ma pur sempre lontana dal luogo dove tutto mi era familiare. Mentre lui no… Lui amava divertirsi e bruciare i soldi quando era ancora in Nigeria e iniziò a fare lo stesso anche qui. Per lui, l’erba era sempre verde, anche quando era giusto che fosse secca e brunita…

E’ stato lui quindi a ridurti così?

In un certo senso” rispose Kamil “Ma finché erano vivi i miei genitori, lui cercava di rigare dritto. Il guaio è successo dopo…

Ogni tanto faceva delle pause, come un temporale che attende nuove nubi. Io mi accesi un’altra sigaretta, ormai rassegnato a dover rimanere ad ascoltarlo sino alla fine.

Quando arrivammo qui a Roma, mio padre ebbe subito un incarico importante. Guadagnavamo bene e, anche se mia madre non lavorava, nel giro di qualche anno ci siamo potuti permettere un appartamento a Piazza Bologna. Mi ricordo ancora il senso di trionfo di quell’uomo quando firmò l’atto d’acquisto… Diceva che a Lagos l’avrebbero invidiato in molti e ci conveniva fare gli opportuni scongiuri!

Devo ammettere” dissi io, forte di una certa, inusuale confidenza “Che è la prima volta che parlo con un figlio di diplomatico come te… Anzi, ad essere esatti, è la prima volta in assoluto!

Ma cosa credi” rispose Kamil sorridendo e indicando il nodo Windsor della mia cravatta “Anch’io qualche anno fa camminavo per strada con vestiti di sartoria e cravatte Marinella fatte venire apposta da Napoli… Ogni volta che vedevo il conto, mi prendeva un magone allo stomaco… In Nigeria ci avrebbero mangiato dieci famiglie per almeno tre mesi… Mio fratello, al contrario, era sempre sorridente quando poteva spendere i suoi quattrini e, più le cose costavano, più lui era felice…

In effetti era indubitabile che quell’uomo avesse tutte le caratteristiche esteriori di una persona agiata che, nonostante la miseria, conservava un savoir-faire e un modo di parlare normalmente raro negli ambienti dei clochard.

Un giorno” continuò senza che io lo incitassi “Come accade sovente agli uomini che lavorano come somari nel mondo della felicità, mio padre venne colto da un infarto e cadde senza vita a pochi metri dall’ambasciata, con le chiavi della macchina in mano e il suo completo gessato blu…

Si fermò un attimo e poi, sottovoce, aggiunse: “Fui io a identificarlo”.

Mi dispiace. Deve essere stato un brutto colpo” dissi con l’ottusa banalità di chi non può mai conoscere l’altrui dolore “In fondo voi tutti dipendevate da lui…

In realtà io dipendevo sempre meno… Studiavo e avrei presto ottenuto la laurea in giurisprudenza. Mio fratello, scavezzacollo dalla nascita, si dava da fare nei night club e mia madre… sì, forse lei era l’unica veramente dipendente. Ma non per i soldi… L’ambasciata le concesse subito un indennizzo mensile con cui poter vivere degnamente. No… Mia madre era dipendente perché credeva che il matrimonio fosse una scelta, una via nella quale si entra senza poter mai tornare indietro. Amava mio padre e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e con lui… Da sola, invece, si è sentita persa. Io cercavo di consolarla, dicendole che tutto sarebbe passato e che, in fin dei conti, noi avevamo una casa e una pensione con cui vivere… Lei mi guardava come se parlassi una lingua sconosciuta, strizzava leggermente gli occhi, sorrideva e poi, accarezzandomi la mano, ripeteva che ero troppo giovane per capirlo…

Compresi il senso di quell’immagine molto tempo dopo. In quel momento, purtroppo, le associai solo il volto della disperazione, all’assurda idea che non si possa andare avanti in modo diverso.

Succede” mormorai “Non sei il solo…

Succede solo a coloro che pensano che il coniuge sia il polo opposto del loro universo” intervenne con veemenza Kamil “Per mia madre, lunare, meditabonda, suo marito era l’unico sole possibile. Era il Sole. Perderlo significò per lei iniziare una gravitazione impazzita, senza fulcro, senza meta… Morì due mesi dopo. I medici ci dissero che si era nutrita sempre meno. Aveva lasciato che il suo corpo facesse venir fuori uno spirito rinsecchito: il suo terzo parto, lo definii io, mentre asciugavo altre lacrime nel paradiso della felicità”.

Angelo della morte di William StoryBrutta storia…” ripetei immaginando una coppia di anziani che si tiene per mano sino alla fine. Subito mi tornò in mente la triste storia dello scultore William Story, che scolpì la famosa statua chiamata “L’angelo del dolore” per ornare la tomba della moglie nel cimitero acattolico di Roma. Poco dopo averla ultimata, quando gli ultimi colpi di scalpello avevano impresso in quel blocco così freddo tutto il calore di un rapporto spezzato, Story morì, forse perché consapevole che la sua luna lo attendeva sorridente, al di là del varco. Per qualche istante fece vagare i miei pensieri in uno spazio iperboreo dove ogni desiderio arde in eterno per potersi continuamente donare come una favilla fuggita dal cuore delle fiamme.

Fu Kamil a riportarmi bruscamente alla realtà di una serata invernale in Piazza dei Cinquecento: “Da quel momento è cominciata la mia sfortuna…

Perché?” chiesi incuriosito, visto che, in genere, alla morte di entrambi i genitori, i figli diventano più ricchi o, nella peggiore delle circostanze, meno poveri.

Io e mio fratello, ovviamente, ereditammo tutto… Tutto” ripeté l’uomo sorridendo sarcasticamente “In verità, questo ‘tutto’ si rivelò solo la casa e poco altro. Mio padre aveva infatti investito ogni risparmio per comprarla e senza il suo stipendio, era di fatto impossibile tirare avanti. Con i pochi soldi rimasti riuscimmo a vivere decentemente per meno di un anno, ma un giorno, impettito come un gallo, mio fratello mi disse che la casa andava venduta e i ricavi suddivisi in due”.

Fece una pausa. I suoi occhi brillavano di un tenue bagliore, come se la pioggerellina si fosse depositata nei lunghi solchi del suo viso, facendo scintillare quei bulbi bianchissimi su di un fondo di pregiato palissandro.

Rifiutai!” esclamò stringendo il pugno come se volesse tenere stretto un desiderio ormai sfuggito “Mio padre aveva fatto enormi sacrifici per comprare quella casa e adesso quell’idiota voleva venderla come un pastrano pieno di tarme! Mi andò il sangue al cervello e mi avventai su di lui… Fu forse mia madre a fermarmi, altrimenti l’avrei pestato come un cane rabbioso”.

Lessi un odio sepolto sotto una pelle indurita dal gelo, ma dopo quella dichiarazione, iniziai anche a non capire quale fosse il vero dramma: “Ma quindi tu hai ancora la casa a Piazza Bologna?” gli chiesi senza nascondere un’indisponente sorpresa.

Non ci credi?” disse Kamil con un tono di sfida.

Sì, sì… Ci credo” risposi “Ma allora mi spieghi perché fai questa vita? Non puoi abitarci insieme a tuo fratello?

Sbuffò come un bollitore saturo: “Con mio fratello? Figurati… Non lo vedo da almeno un anno… E comunque, dopo innumerevoli battibecchi, decidemmo di affidarci alla giustizia, col risultato che l’appartamento è chiuso e disabitato e io ho fin troppo orgoglio per chiedere di poterci dormire… perlomeno quando fuori si gela”.

Ma non ha senso!” esclamai come se la vicenda mi toccasse personalmente “Tu rischi la vita restando di notte all’aperto, quando invece potresti vivere in una delle zone più lussuose di Roma! E’ assurdo!

Kamil sorrise e mi mostrò il pacchetto vuoto delle sigarette. Gliene porsi delle altre, anche se in cuor mio l’avrei colpito in pieno viso, proprio come lui aveva desiderato fare con suo fratello.

Mi sta bene così” sentenziò “Quando il tribunale avrà deciso cosa fare della casa, forse, tornerò alla mia vecchia vita. Fino a quel momento, dormirò all’addiaccio, come gli alberi e gli animali selvaggi. Cosa siamo in fin dei conti? In Nigeria ho visto molto di peggio e nessuno se ne curava. Qui…” si fermò un istante “Qui… E’ lo stesso. Quante persone pensi che si preoccupino di noi senza prima averci ridotto a derelitti senza speranza? Pensi che non gradirei un letto vero e tre pasti al giorno? Sicuramente ci sono centri per senzatetto, ma fintanto che saranno appunto ‘Centri per senzatetto’, essi non differiranno molto dai campi di concentramento. Non si paga, è ovvio. Ma invece del denaro, ti chiedono in cambio la dignità. Ed io, figlio di un funzionario d’ambasciata, non mi piego a questo ricatto. Guadagno quel che basta per vivere suonando il pianoforte jazz. Sono bravo, sai? Alcuni gestori di piano bar mi conoscono e quando sono a corto di soldi, passo da loro per vedere se la serata può essere scaldata un po’. In genere rimedio cinquanta euro: una fortuna per un barbone…

Ma il tribunale vi costringerà a vendere la casa e spartirvi il ricavato!” risposi io come se volessi mostrare a quell’uomo una verità che invece egli aveva, non solo compreso, ma anche fatto evolvere in insindacabile e banalissima realtà.

Non m’importa. Quando me la strapperà via la legge, accetterò di venderla, ma sino ad allora, resterà chiusa”.

Iniziai ad innervosirmi. Sentivo in quel tono un’arroganza che faceva a pugni con l’evidenza.

Ma scusami, poco fa mi hai detto che siete tutti uguali! Io non credo proprio che Pietro il… come lo chiamavate, possedesse una casa!

Neanch’io!” rispose Kamil con la freddezza d’uno scoglio d’inverno “Se è per questo, quella casa non esiste…

Cosa diavolo vuoi dire?” esclamai irritato da tanta serafica leggerezza “Che è tutta una balla?

Assolutamente. Non c’è nulla di falso in quello che ti ho detto. L’appartamento è sempre a Piazza Bologna. Vuoto. Disabitato. Freddo. In questo momento, forse, potrebbe essere un tetto, così come quello di un dormitorio pubblico… Ma non è casa mia”.

Le possibilità erano due: o avevo di fronte un barbone straordinariamente bravo a recitare, oppure l’orgoglio di quell’uomo lo aveva inghiottito sino a renderlo folle.

Mentre ripensavo alle assurdità che mi erano state raccontate, vere o false che fossero, Kamil, con movimenti lenti e calibrati, si accese un’altra sigaretta, mi sorrise e mi fece il cenno del cinque con la mano.

Non capii e rimasi in silenzio. Vedendo la mia incertezza, l’uomo, con tono pateticamente autoritario, mi disse: “Ora mi dai cinque euro per la storia che ti ho raccontato!

Cosa?” sbottai improvvisamente “Io non t’ho chiesto di raccontarmi alcunché. Sono rimasto per farti una cortesia e, anzi, adesso è proprio tardi. Riguardati Kamil, il tempo peggiorerà…” e iniziai ad incamminarmi verso la scala mobile della metropolitana.

Ma io ti ho fatto un dono!” esclamò lui “Non lo capisci?

Mi fermai nuovamente, come se fossi ipnotizzato. In un altro momento avrei tirato dritto senza voltarmi, ma allora fu come se una forza sconosciuta m’avesse costretto a non essere indifferente.

Con tono pacato risposi: “Se mi hai raccontato una storiella, mi sta bene. Ma se dici la verità, non capisci quanto sia indegna la tua pretesa?

Mi sembra di vedermi quando cercavo di convincere mia madre dell’inutilità del suo comportamento” disse lui “Ma se ti avessi chiesto direttamente cinque euro per non restare digiuno anche stasera, me li avresti dato?

Ti ho già dato le sigarette e l’accendino” risposi seccamente io cercando di mal celare l’interesse che quella storia aveva suscitato in me.

Me li avresti dato… Lo so” aggiunse con sicurezza Kamil “Leggo nel tuo sguardo un animo nobile. E sono certo che anche tu agiresti proprio come me…

Forse aveva ragione: se si fosse limitato a raccontarmi la sua sciagura senza andare oltre, probabilmente non avrei avuto troppe remore, ma l’idea che quell’uomo possedeva un casa di pregio lasciata a marcire per un capriccio mi mandava in bestia, anche se non ne comprendevo la vera ragione. Eppure di fronte a me non c’era né un ricco, né un vero folle.

L’uomo, che adesso notavo incerto sulle sue gambe, era emaciato e debole, vestito con abiti scadenti e del tutto inadeguati a quel clima e non era affatto fuori discussione che rischiasse la vita notte dopo notte, quando ormai le temperature toccavano gli zero gradi.

In tasca avevo tre euro, il resto di una bibita acquistata subito dopo essere uscito dall’ufficio. Li presi e glieli porsi: “Ho solo questi. Non mi chiedere altro”.

Kamil mi strizzò l’occhio e mi ringraziò. Poi si voltò e, zoppicando, ritornò al bordo dell’aiuola dove aveva steso il suo giaciglio.

Nella metropolitana, ormai poco affollata e silenziosa, trovai posto in un vagone semivuoto. Le poche facce che si muovevano di fronte a me parevano specchi incrinati e in ognuno di essi riuscivo a scorgere i tratti stanchi e sbiaditi della mia persona.

In quel ritorno, ogni cosa diveniva eterea: le maschere di cera si scioglievano, i costumi sfilacciati erano ormai logori e le poche battute di quel dramma sfuggivano come sillabe mute e si lasciavano coprire dallo stridere del treno sui binari.

Di fronte a me, notai una giovane donna bruna. Era ben vestita, con una gonna marrone e un maglione sottile color avorio. Teneva adagiati sulle gambe il cappotto e la borsa e continuava a rigirare nell’anulare sinistro un anello vistosamente largo.

La osservai con pudore, come faceva forse Kamil con la sua fantastica amante e, dopo qualche attimo, ne incrociai lo sguardo. I suoi occhi verdi davano un tono fresco a quel volto, come se la sua vera giornata stesse iniziando proprio in quel momento. Eppure una nota stonata continuava a tintinnare nel fondo oscuro di quell’anima. Cercai stupidamente di udirla, ma, senza rendermene conto, iniziai a ridere come un bambino e abbassai lo sguardo per non farmi notare dagli altri viaggiatori. Mi sentivo come un ragazzino che, udendo una parola a lui vietata, preso dallo sconvolgimento emotivo, si rifugia nella reazione più istintiva: il riso. Ridevo senza comprenderne la ragione, ma in cuor mio ero più che convinto di possedere la chiave di quel segreto, benché snaturata, sfuggente, nascosta dalla sua stessa palese apparenza.

La donna scese lentamente alla fermata di Ponte Lungo. La osservai andare via: era bella nelle movenze e in quello strano silenzio appariva ancora più affascinante. Scomparve in pochi attimi dietro lo schiamazzo di un cartello pubblicitario.

Smisi bruscamente di ridere non appena le porte furono richiuse. Di fronte a me, riflesso sul vetro appannato, vidi solo un cupo sguardo stralunato, come accade sovente al mattino, quando la sveglia, senza alcuna eleganza, mette inesorabilmente fine alla sterminata prigionia del sonno.


Depositato per la tutela legale presso Patamu: certificato


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