Esercizi di vedovanza

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Quando Ilaria Martini iniziò a sospettare che suo marito la tradisse, decise di convincersi che egli fosse tragicamente scomparso in un incidente d’auto.

Senza nessuna spiegazione, da un giorno all’altro, si trincerò in un inspiegabile e cupo silenzio, intervallato solo dalla laconica ripetizione sottovoce delle parole: “E’ morto. Mio marito è morto e mi ha lasciata sola”.

Nei primi momenti, tuttavia, quell’ingrato compito non le fu affatto facile: l’uomo la incalzava di continuo e, incapace di comprendere le ragioni del suo comportamento, seguitava a domandarle come stesse di salute e se fosse successo qualcosa che l’avesse turbata in quel modo. Ma purtroppo, nonostante i reiterati tentativi, le risposte che riceveva erano sempre e solo mugugni inarticolati e sguardi fugaci, nulla di più. Giorno dopo giorno, l’ingegnere Franco Paoletti, uomo integerrimo che non aveva mai tradito la moglie, iniziò quindi a pensare che quella donna un tempo tanto tenace, fosse improvvisamente uscita di senno, diventando tragicamente incapace di comunicare razionalmente quanto stava accadendo nel profondo del suo spirito.

Una sera, dopo una giornata di lavoro particolarmente intensa, stanco ma decisamente più provato dalla preoccupazione, finita la cena, la prese per un braccio e le chiese di sedersi sul divano insieme a lui: “Che cosa ti sta succedendo, Ilaria?” le domandò con un atteggiamento perfino supplichevole.

La donna fissò il suo vuoto per parecchi istanti, lasciando che gli occhi del marito cercassero di intravedere una luce nel fondo di quella nebbiosa galleria; poi, inspiegabilmente, scoppiò a piangere.

Donna che piange per il tradimento del suo amante

Ma che hai?” gridò l’ingegnere sentendo crescere la sua impotenza “Perché adesso piangi?

Non ottenne nessuna risposta, a parte quell’eloquente espressione di disagio. La moglie si alzò lentamente e si diresse in camera da letto, intervallando i suoi passi trascinati con un singhiozzo che raccontava le sue strane storie in una lingua sconosciuta.

Paoletti passò la notte pensando ossessivamente al peggio: “E’ sicuramente malata…” continuava a ripetere tra sé mischiando sonno e veglia “E non ha la forza di dirmelo. Non può esserci altra spiegazione…”.

L’indomani mattina, giunto a fatica in ufficio, prima di iniziare suo malgrado le attività che gli competevano, decise di chiamare il medico di famiglia: “Dottore” esordì col tono tremolante di chi sta per cedere sotto il peso della stanchezza “Se a mia moglie è capitata una disgrazia, lei ha il dovere di dirmelo. Nascondermi la verità è del tutto inutile, benché mi renda conto che lei abbia un segreto professionale da tutelare. Ma si metta nei miei panni… Un marito ha il diritto di sapere!

Certo ingegnere…” rispose pazientemente il medico, abituato ormai alle bizzarrie dei suoi pazienti arteriosclerotici “Ma io non so proprio di cosa stia parlando. Ho incontrato sua moglie un paio di settimane fa ed era in perfetta salute. Di cosa si preoccupa? E’ successo qualcosa in questi ultimi giorni?

La risposta fu nel medesimo tempo sia un sollievo che un motivo in più per giustificare la sua preoccupazione: “Ma allora…” balbettò l’uomo con ancora la cornetta in mano “Non capisco… Perché è così strana? Non capisco davvero…

Il dottore, dall’altro capo, non sapendo proprio cosa poter rispondere e temendo che il suo assistito fosse in uno stato confusionale dovuto all’eccessivo lavoro, cercò di imporre la sua perentorietà: “Ingegnere, la prego, io ho molti pazienti in ambulatorio… Se ha da dirmi qualcosa, lo faccia, altrimenti mi lasci al mio lavoro. Se non è successo nulla a sua moglie, io posso assicurarle che la sua preoccupazione è del tutto fuori luogo”.

Certo, certo…” biascicò l’uomo rimettendo giù il telefono “Ma allora cosa le prende? Cosa?” e si lasciò andare riverso sulla scrivania come se volesse abbandonarsi ad un sonno capace di esentarlo per un po’ dal vivere quell’incomprensibile realtà.

Ancora immerso nei suoi pensieri, come una mosca all’interno di un armadio, l’ingegner Paoletti fu convocato dal suo capoufficio per un incarico particolare. La direzione aziendale aveva deciso di inviare uno dei suoi funzionari ad un corso di specializzazione a Praga, e la scelta, dopo varie richieste e rinunce, era caduta su una persona con una spiccata attitudine all’apprendimento.

Dopo aver udito le entusiastiche parole del suo superiore, l’uomo, disarmato e stanco, balbettò poche sillabe stropicciandosi gli occhi: “Sì, certo, dottore… Ci andrò”.

Il capoufficio lo squadrò senza rispondere: di fronte a lui vedeva un uomo allucinato, perso in chissà quale labirinto di immagini e pensieri. Rimase per qualche secondo in balìa della sorpresa e si pentì perfino di averlo incautamente segnalato per quell’incarico.

Paoletti” esclamò d’un tratto “Ma lei non sta bene!

Io?” rispose l’ingegnere con la stessa meccanicità di un registratore “No, no… Io sto benissimo, non si preoccupi”.

Ci fu un altro intervallo di reciproca osservazione e poi, malvolentieri, il capoufficio, alzando un po’ il tono della voce, gli disse: “D’accordo. Allora ritiri i biglietti dalla segretaria e oggi pomeriggio vada a preparare il suo bagaglio. L’aereo parte domattina presto. Sono certo che quest’esperienza l’aiuterà anche a smaltire un po’ di stress…

Paoletti annuì e si congedò come un cane bastonato.

Quanto può essere spietata la sorte con colui che, più d’ogni altra cosa, desidera rimanere a contemplare il minuzioso particolare di un dipinto mentre l’altoparlante annuncia la chiusura del museo! Allontanarsi in quel momento, benché liberatorio, appariva come un atto diabolico, un invisibile pungolo per buoi costantemente aizzato contro la sua vittima.

Proprio adesso!” pensò lasciandosi cadere nuovamente sulla poltrona “E chissà cosa accadrà durante la mia assenza…

L’indomani mattina, dopo un’altra notte tormentata, udì la sveglia con sollievo. Si alzò senza fare troppo rumore, andò in cucina per consumare una veloce colazione e iniziò a prepararsi per il viaggio. La sera prima aveva comunicato ad Ilaria quel suo impegno improvviso, ma l’effetto era stato quello di sentire l’eco della sua voce confermargli la solitudine in cui era sprofondato.

Mentre chiudeva la valigia e indossava il cappotto, vide la moglie entrare nel bagno. Si avvicinò alla porta e attese. Desiderava salutarla più d’ogni altra cosa, e poi sentirsi salutato, osservato negli occhi, desiderato, ma come non gli accadeva da anni, era invaso da un pudore quasi religioso.

La bacerò non appena esce. Non bisogna aspettarsi risposte per quello…” pensò.

Passarono alcuni minuti. Paoletti guardò preoccupato l’orologio: rischiava davvero di fare tardi. Sentì il panico risalirgli dallo stomaco alla testa e avvicinò una mano tremante alla porta di noce che lo separava da quell’universo incomprensibile.

Ormai deciso a bussare, ascoltò per un attimo il cuore accelerare, ma non appena i suoi occhi tornarono a puntare quell’insulsa distesa di legno, udì lo scroscio dell’acqua della doccia. Ilaria non desiderava alcun commiato. Deluso e amareggiato, prese la valigia e si lasciò alle spalle una casa colma solo di ombre ammutolite.

Non appena la porta blindata emise il suo sordo segnale di via, la donna chiuse il rubinetto e uscì dal bagno. L’appartamento vuoto la rassicurò, ma immediatamente, non appena entrò nel soggiorno per adagiarsi sul divano, capì di essere in balìa dell’assurdo: di chi aveva atteso con tanta ansia la partenza?

Franco è morto!” pensò osservando un dipinto acquistato un anno prima da un rigattiere del centro storico “E’ morto. Vuoi convincertene?” ripeté come una pazza.

Eppure sapeva che quell’intimazione rivolta a se stessa era solo uno sprone già fallito. L’ingegner Paoletti doveva essere considerato come un morto da piangere o piuttosto come un marito fedifrago? Ripensò improvvisamente alle parole udite la sera prima: “Ilaria, domani devo partire per un viaggio di lavoro a Praga. L’azienda mi ha scelto per partecipare ad un corso che durerà tutta la settimana. Mi dispiace andare via in questo momento, ma non ho potuto rifiutare. Spero che tu capisca…

Certo, ciò che la donna avrebbe dovuto capire era proprio la conferma del suo iniziale timore: suo marito la tradiva spudoratamente con un’altra donna e addirittura partiva con lei facendo finta di lavorare.

Ha un’amante…” disse a voce alta “Me l’ha detto lui! Sì… Me l’ha confessato proprio lui prima di morire! E io, per non farlo affaticare, gli ho detto di non preoccuparsi… Che idiota che sono stata!

Dunque l’uomo era morto con il peso di un gravissimo torto e lei, magnanimamente, gli aveva fatto credere di averlo perdonato, anche se in cuor suo covava un odio profondo che neanche quella morte tanto dolorosa riusciva a dissipare.

Ma allora perché temerlo? Perché si sforzava così tanto per evitare di incontrarlo e per non udire quelle lamentose parole?

E’ il ricordo” esclamò annuendo come se qualcuno fosse di fronte a lei “Ogni vedova continua a pensare al marito come se fosse ancora presente e questo sta succedendo anche a me. Passerà, come è già successo a zia Lucia, povera donna. Ricordo ancora i suoi pianti tra le braccia di mia madre…

Rassicurata da quella parvenza di certezza, fece su e giù lungo l’appartamento. Entrò in ogni stanza, aprì gli armadi e i cassetti, uscì fuori nei balconi e rientrò. Il vuoto la circondava. Un vuoto stracolmo di ricordi, di oggetti, di vestiti, ma pur sempre un vuoto, un’assenza che solo lei avrebbe potuto colmare di nuovo.

Si vestì e uscì a fare una passeggiata. L’aria era fresca e acuì subito i suoi sensi; tutto appariva diverso, nuovo e perfino il pallore cupo del cielo mattutino le donava l’ebbrezza della serenità. Attraversò la strada e imboccò un lungo viale parallelo alla viuzza dove abitava.

La gente si muoveva veloce; per lo più si trattava di madri che accompagnavano i figli a scuola e impiegati che raggiungevano in fretta i loro posti di lavoro. Si fermò di fronte ad un bar; normalmente non ci entrava mai, ma quella mattina si sentì spinta dalla necessità di fare proprio ciò che la sua precedente vita le aveva precluso. Benché banale, quel gesto la riempì di sicurezza. Ordinò un caffè e un croissant, si sedette e iniziò a sfogliare un quotidiano lasciato sul tavolino.

Dopo cinque minuti che le sembrarono un’eternità, pagò e lasciò il locale. Camminò velocemente tra le persone che si muovevano in direzione opposta: ogni volta che ne superava una, si sentiva più leggera, perfino euforica. Passò un furgoncino che vendeva ortaggi e frutta e giunse nel piccolo spazio antistante ad una chiesa moderna. Si fermò di scatto, come se avesse investito in pieno un muro invisibile. Proprio di fronte alla porta d’ingresso c’era un lungo carro funebre, contornato da tre corone floreali e da un gruppo di persone che attendevano la salma per entrare in chiesa.

Già… Il funerale” pensò passandosi un mano tra i capelli scompigliati dal vento “Com’è stato il funerale di Franco? C’era molta gente? E quali parole aveva pronunciato il prete prima di benedire per l’ultima volta il feretro?

Con quegli interrogativi in testa, attraversò la piccola folla e si diresse verso una bancarella di piante e fiori. Fissò un’orchidea che pareva farle un inchino di riverenza e, senza rendersene pienamente conto, si domandò cosa si provasse realmente nell’accompagnare il proprio marito al cimitero.

Deve essere come la strana sensazione che mi ha invaso poco fa…” pensò muovendosi lentamente lungo un tratto di marciapiede completamente spoglio “Sì, ne sono certa. Deve essere proprio così”.

Eppure qualcosa ancora non quadrava. Provò ad immaginare la scena: lei seduta al primo banco, a pochi centimetri dal catafalco contornato da rose gialle, giacinti e crisantemi. Tutt’attorno amici, parenti, gente sconosciuta. In fondo, in piedi tra due colonne, perfino l’amante del defunto marito. La vide perfettamente: era alta, con lunghi capelli castani e vestiva un abito scuro nascosto dalle pieghe di un cappotto nero.

Deve essere stata così l’amante di quel maledetto!” pensò stringendo i denti “Come se io fossi da meno! Ma adesso chi è in prima fila? Chi deve piangere e si deve mostrare triste e desolata? Chi? Lei? No… Certo che no! Lei è lì in fondo, serena e già adocchia altri uomini da attirare!

Presa dalla rabbia, accelerò il passo e raggiunse un grande incrocio, al di là del quale si ergeva un ponte che sovrastava le ferrovie. Iniziò a muoversi verso di esso, decisa ad attraversarlo e proseguire la sua passeggiata dall’altra parte, quando si accorse che alla sua destra c’era la vetrina spartana di un’impresa di pompe funebri.

Si avvicinò lentamente, come se si trattasse di un cane che ringhiava. Non c’era nulla di appariscente, al di là di qualche scritta, un paio di numeri di telefono e un grande spazio semivuoto. Nella stanza principale si trovava una scrivania, alcuni lumi dorati e, di fronte, forse più per mancanza di spazio che per reale necessità, una bara di mogano di cui veniva mostrata la sofisticata imbottitura di raso avorio.

Ilaria osservò quella scena in silenzio, completamente dominata dal potere simbolico delle immagini. Poi, fissando lo sguardo su una maniglia d’ottone, pensò: “E’ questa la mia sorte. Vedova con una bara vuota. Potrei perfino organizzare un funerale, far venire la gente, chiedere ad un prete di spendere parole di conforto, ma sia io che l’amante di mio marito, sapremmo certamente che stiamo seppellendo solo un vuoto. Quali lacrime si possono versare per un’assenza che si sottrae perfino alla morte? Quali?

L’idea del tradimento era divenuta, infatti, un vero e proprio esercizio di vedovanza: l’esperimento mentale di una donna che si era convinta di aver perso quell’esclusività che rendeva se stessa l’unico oggetto capace di porre fine all’incompletezza del marito.

Che differenza c’è tra una vedova e una donna tradita?” si chiese sentendosi impaurita dal vuoto evocato da quella scena così spoglia e asettica “Una vedova abbraccia quel senso di vuoto che desiderava svegliare proprio nell’animo del marito, quel vuoto che, donato al proprio amante, crea un’indissolubile attrazione, ma che tenuto per sé svela le fattezze della morte. Tale e quale…” rigettò lo sguardo sui pochi oggetti presenti “…Tale e quale allo squallore di questo ambiente. Non c’è nemmeno un quadro alle pareti. Solo un tavolo, due sedie e pochi oggetti commemorativi dei defunti. Una vedova è davvero una donna tradita! Tradita e umiliata da questo spazio reso muto da un vuoto mai accettato”.

Ondeggiò sulle gambe, sentendo il freddo del mattino celebrare il suo stato d’animo. Chiuse gli occhi. Pensò. Rabbrividì, ma non risolse ad aprirli ancora. Nel buio la sua solitudine aveva trovato un senso.

Quando l’ingegner Paoletti, ignaro della sua sorte, aveva deciso di tradirla, Ilaria era ancora una donna decisamente desiderabile, piena di vitalità, attenta ad ogni necessità: una moglie invidiabile, a suo dire. Perché dunque quello schiaffo? Senza spiegazioni, senza alcuna ragione, Franco, un uomo sempre calmo e riflessivo, era divenuto un pezzo di ghiaccio. Cupo, desideroso solo di evadere: “…come per il suo ultimo viaggio a Praga…” pensò la donna sentendosi drammaticamente esclusa da quel meritato godimento.

Staccò gli occhi dalla vetrina e osservò nuovamente il ponte rilucente sotto un cielo macchiato di bianco. Cercò di spingersi in avanti, ma capì di non aver più alcuna voglia di oltrepassarlo. Si voltò, stanca come se avesse percorso ogni possibile strada di Roma e, cautamente, iniziò a dirigersi verso casa. Passò accanto ad un altro bar, più accogliente di quello in cui era entrata. Scrutò l’interno quasi come se temesse che anche lì si stesse mettendo in scena la spoliazione della sua vita. Un paio di avventori erano seduti ad un tavolino e chiacchieravano tranquillamente; dietro al bancone, un giovane con una giacca bianca e lo sguardo annoiato sfogliava un giornale da metropolitana.

No!” disse sottovoce Ilaria tornando a fissare la superficie irregolare del marciapiede.

Quel mondo non le apparteneva. Si sentiva perfino respinta. Cercò di accelerare il passo pur sentendo le caviglie pesanti come mattoni di cemento e fece ritorno a casa poco prima delle undici.

La stessa sera, a migliaia di chilometri di distanza, l’ingegner Paoletti, per nulla attirato dal contenuto delle lezioni ma governato da una lotta intestina di pensieri, iniziò a sospettare che sua moglie non lo amasse più e che forse aveva addirittura un altro uomo. Terminata la prima sessione del corso, si liberò dai colleghi che desideravano coinvolgerlo in attività goliardiche e decise di restare da solo, per poter finalmente cercare di capire cosa stava accadendo nel marasma della sua vita.

Non ha il coraggio di dirmi che desidera lasciarmi” pensò lasciandosi sferzare dalle folate gelide di vento che entravano nella hall “…E magari pensa che trincerarsi in quel silenzio sia il modo più elegante per chiedermi di farmi da parte…

Uscito dall’hotel poco dopo il tramonto, si diresse verso Staré Město, un luogo frequentato da residenti e turisti anche durante le sere invernali. Le viuzze erano illuminate dalle vetrine dei ristoranti tipici, dove gente di ogni sorta consumava ricchissimi piatti accompagnati da fiumi di birra. Si immaginò lì con Ilaria, fermi davanti al menu esposto accanto alla porta di un locale per capire cosa facesse al caso loro. Notò alcune giovani coppie che si comportavano proprio in quel modo, le osservò con rabbia e delusione e poi, preso da un impeto di ribellione, aprì la porta della prima taverna che aveva di fronte ed entrò senza pensarci due volte.

Il locale conservava i tratti tipici della Praga antica ed emanava quel calore che si può percepire solo nel contrasto con il freddo della strada. Si sentì per un attimo rinfrancato e chiese un posto singolo dove poter cenare e cercare di dimenticare quel tarlo che attirava ogni sua attenzione. Gli diedero un tavolo riparato ma con un’ottima visuale d’insieme, alla cui destra si innalzava un lungo specchio su tutta la parete. Accettò sorridendo alla bionda cameriera e ordinò la cena.

Mentre stava terminando il suo pasto, osservandosi riflesso allo specchio, notò di essere l’unico cliente solo: “Chissà perché” pensò “in certi ristoranti ci sono soltanto persone in compagnia… Forse per marcare con ancora più enfasi la solitudine degli sprovveduti. O perché quando si è soli si vedono gli altri sempre uniti in gruppo…

Eppure l’ingegner Paoletti non era propriamente “solo”: aveva una bella moglie e, se non fosse stato per quel comportamento inizialmente così assurdo, in quel momento poteva essere in compagnia dei suoi colleghi, magari pensando di ritornare in futuro in quei posti proprio con la sua compagna di vita.

Ma la donna in cui lui aveva riposto ogni speranza, non solo aveva palesemente deciso di tradirlo, ma non era più neanche disposta a discutere con lui, a spiegargli le sue ragioni e magari anche a metterle in dubbio alla luce della fedeltà del marito.

Uscì dal ristorante e tornò ad immergersi nell’aria gelata della strada. L’indomani avrebbero iniziato presto ma Paoletti non aveva sonno e temeva perfino di addormentarsi per evitare di trovare, al suo risveglio, la comunicazione di una notizia ancora peggiore.

Lasciò Staré Město e si avviò, insieme ad altri turisti, verso l’imboccatura del celeberrimo Ponte Carlo. La Moldava scorreva lenta e a tratti pareva addirittura ferma. Paoletti si avvicinò al parapetto e si fermò ad osservare le luci di Malá Strana che brillavano poco distanti. L’imperturbabile fluire del fiume gli fece tornare in mente il racconto del Vangelo dove Gesù redarguiva gli apostoli che avevano temuto per la loro incolumità durante una tempesta nel mare. Anche lui, forse meno realista di Pietro, si era adagiato su una barca trasportata dalle correnti e si era addormentato, perché, in fin dei conti, considerava Ilaria l’unica certezza che avrebbe potuto dar senso a qualsiasi altra realtà. Lo stesso che aveva sperato sin a quel momento essere il pensiero della moglie, ma evidentemente la forza dei flutti, nella sua vita, era stata ben più perentoria delle vacue parole di un assonnato messia.

Si incamminò sul ponte, tra gruppetti di persone che osservavano alcune semplici attrazioni e coppie che si tenevano per mano contando le poche stelle visibili nel cielo. Ogni cinquantina di metri c’era una statua a carattere religioso: le osservò tutte con attenzione benché la luce fosse scarsa e i suoi occhi stanchi si lasciavano cullare di più dalle ombre.

Ebbe l’impressione che quella nazione, una volta così oppressa dal comunismo più becero, conservasse invece un’anima spirituale che andava ben oltre le parate e i proclami, e che quel ponte, simbolo del collegamento tra due realtà diverse, fosse consacrato, passo dopo passo, dalla storia molto spesso triste di santi e martiri, proprio come quei ribelli che durante la Primavera di Praga avevano compreso quanto strane fossero le fattezze della libertà.

L’eguaglianza, tanto osannata dai teorici del comunismo, era logora e lacera quasi come quella nata dalla finta ricchezza del capitalismo: solo quei santi, attraverso le loro mute e fredde effigi, testimoniavano, come i volti del Caravaggio, la possibilità di un cammino al di sopra del turbinare convulso delle passioni e delle idee ottuse, un percorso che, forse per un caso fortuito, univa proprio la città vecchia con il quartiere più moderno, quasi a testimoniare che se l’uomo poteva andare avanti era solo perché in quel moto veniva svelato, lentamente ma senza sosta, il senso più profondo degli eventi.

Si strinse il bavero del cappotto e continuò a camminare verso il quartiere moderno. L’aria era umida e pungente, ma Paoletti era ormai risoluto nel raggiungere l’altra sponda del fiume, come se quel passaggio rappresentasse un rito simbolico per dimenticare quanto gli stava succedendo. Eppure nel suo animo sentiva una morsa inspiegabilmente sadica e vorace: non appena allungava la gamba in uno slancio di liberazione, rivedeva di fronte a sé l’immagine vivida della moglie che, in silenzio proprio come le statue che costeggiavano il ponte, gli parlava, senza rimorso né trasporto, dell’ineluttabile destino.

Perché?” si chiese rendendosi conto subito di quanto fosse inutile quell’interrogativo.

Immediatamente, una voce dal suo profondo tuonò: “Lascia stare. Passerà… Lo sai bene che anche queste cose passano…

Ma io voglio capire!” protestò il Paoletti più razionale “Almeno desidero sapere le ragioni del suo tradimento. Cos’è successo? Sono stato io ad averla trascurata, o forse ha semplicemente trovato un altro uomo che le ha fatto dimenticare di essere sposata?

Non arrivò nessuna risposta e il silenzio ebbe di nuovo la scena.

Vista di Praga, dove l'uomo si reca dopo essere stato sospettato di tradimento

E’ proprio come quando si muore…” disse tra sé Paoletti avvertendo una fitta all’altezza dello stomaco “Finché si è vivi, gli altri possono anche andare contro la nostra volontà, ma la libertà dona sempre la possibilità della risposta. Quando si è morti, invece, no… Quando si è morti, le proprie spoglie, il proprio ricordo, tutto ciò che ci è appartenuto, diventano merce silenziosa. Lo scomparso, chissà, vede tutto da un altro piano, ma per gli altri, compresi coloro che dicono di averlo amato, semplicemente non è più… Le sue urla possono attrarre solo un lunghissimo silenzio senza eco…

Si avvicinò ad una statua dall’aspetto familiare: una rappresentazione della Pietà con Maria che sosteneva il corpo esanime di Gesù e, dietro di lei, San Giovanni, Maria Maddalena e un grande crocifisso. La osservò con attenzione, ma il suo sguardo era costantemente attratto da quel corpo martoriato e contemplato nella sua immobile divinità.

Non credo che Gesù Cristo abbia desiderato pietà per se stesso” pensò Paoletti e, per un attimo, ripetendo mentalmente il significato della scritta INRI, non poté che constatare quanto bizzarro e incontenibile fosse il fato con i re e le regine di questo mondo.

Quell’uomo steso per terra, con le braccia ciondolanti e il capo abbandonato come un fiore spezzato, fu uno specchio ben peggiore delle sue congetture. Ilaria era Maria, o forse addirittura la Maddalena, infinitamente lontana dal suo dolore ma china su di lui per mostrare al mondo intero quanta pietà era serbata nel suo cuore tradito.

No!” disse a voce alta “Io non voglio alcuna pietà! E nessun funerale! Non voglio che pensino di me come ad un derelitto a cui poter dire qualsiasi cosa senza l’attesa di una risposta! Assolutamente no!”.

Si avvicinò al parapetto e si sporse in basso. Il fiume, mai stanco della sua vita monotona, lo fissava spruzzando acqua come un prete cieco con il suo aspersorio. Era ormai notte fonda sia a Praga che a Roma.

A quell’ora Ilaria stava forse dormendo, voltata su un fianco, come faceva di solito, e si accingeva ad iniziare un sogno che la realtà le aveva sempre nascosto: avere una vera famiglia, dei figli, una grande casa e un marito fedele che potesse donarle le gioie della quotidianità.

Ma la verità era ben diversa: lei aveva una malformazione congenita all’utero e solo un miracolo le avrebbe potuto donare il piacere di una gravidanza. Franco lo sapeva bene e, da padre defraudato del suo diritto, si era trasformato in marito dedito solo al piatto regime di una vita priva di frutti: un albero immenso, senza fiori, senza semi, senza luoghi d’attrazione per le api o per le folate del vento primaverile. Ma egli non si lamentava, aveva accettato quel ruolo e si prodigava per recitarlo con il massimo impegno. Ogni tanto osservava i figli degli altri, i padri che tenevano per mano i bambini quando dovevano attraversare la strada o che li rincorrevano nei parchi per farli tornare a casa. Si immaginava egli stesso in quel ruolo e sorrideva come se veramente stesse giocando con il suo bambino, ma alla fine chiudeva gli occhi, pensava ad Ilaria e tornava alle sue attività come se non fosse successo nulla.

Può dunque una pianta siffatta vivere gloriandosi solo di se stessa? Forse in un mondo dominato dalla completezza, dall’assenza del desiderio, dalla calma che non segue il disordine, ma che è ogni cosa al tempo stesso. No di certo in una vita impregnata del tanfo delle latrine e sordidamente attaccata ad un minuscolo frammento luminoso, come se esso fosse realmente il più grandioso e perfetto smeraldo colombiano. No, le illusioni non facevano per l’ingegner Paoletti, neppure le più seducenti. Egli preferiva l’essenza, qualunque essa fosse, brillante come la lava o nera come il petrolio, purché fatta sempre e solo di genuina sostanzialità.

C’era stato davvero un tradimento, anche se nessuno dei due se ne rendeva conto e seguitava a credere nell’inverosimile piuttosto che nella semplicità degli eventi: la rinuncia reciproca ad un ruolo che nessuno dei due riusciva più a credere reale.

Ilaria, che per una volta desiderava splendere di luce propria, e Franco, che gli anni avevano reso sempre più duro e disilluso e che, in cuor suo, sperava ancora di poter desiderare senza conoscere già a menadito ogni battuta del copione affidatogli dalla sorte.

Su quel ponte, affiancato da statue che commemoravano virtù prive di storia, egli aveva perfino pensato di cercare una prostituta con cui trascorrere la notte. Se ne vedevano in abbondanza accanto ai lussuosi ingressi degli alberghi, ma ognuna di esse, bionda, mora, alta, minuta, gli ricordava Ilaria. Non la donna con cui si era sposato, ma piuttosto la fiamma che ardeva solo per attirare su di sé ventate di aria fresca, ventate che potessero aizzare ciò che era sempre in procinto di spegnersi in un lungo e silenzioso serpente di fumo.

Sono dunque morto” mormorò Paoletti ad una piccola onda che correva verso il mare “Vedovo tradito e anche morto…

Ogni timido sciabordio si spense nel buio e la luna si lasciò cadere tra le braccia rinsecchite e stanche delle ultime, sparute nuvolaglie.


Depositato per la tutela legale presso Patamu: certificato


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