Come stai? Te lo chiedo, ma tu non dirmelo…

Mi è capitato di riflettere sull’uso comune dell’espressione “Come stai?” Si tratta di un saluto? Di una manifestazione di interessamento? Di una curiosità? … (La lista potrebbe infruttuosamente continuare per molto tempo, ma preferisco tagliarla all’essenziale visto che il problema non è certo destinato a trovare una così banale soluzione).

In verità, lo iato che divide l’espressione dal significato è sempre colmato dal ruolo che l’altro svolge all’interno della comunità umana, ragione sufficiente per rinunciare a qualsiasi sforzo autonomo e cercare rifugio nel marasma linguistico che la cultura, volente o nolente, continua a determinare.

Cartellone che riporta la scritta "Come stai?"

Se qualcun altro mi domanda “Come stai?”, sia che si tratti di un saluto, sia che esso rientri in un quadro di interessamento finalizzato a qualcosa di ignoto, l’unica cosa che posso dedurre è che costui mi ha riconosciuto come essere in grado di fornire una risposta alla domanda (opzione ottimistica) o, nella maggior parte dei casi, come un “pari” che farà finta di non percepire affatto il punto interrogativo finale e magari risponderà in modo del tutto incoerente (chi è in fondo il detentore finale della coerenza?)

La prima ipotesi è decisamente rara. Ci si accorge subito quando l’interlocutore attende una risposta: se, infatti, tendiamo ad evaderla, egli (o ella) la solleciterà e magari aggiungerà qualche osservazione sul nostro aspetto esteriore, così da rendere più pregnante il senso che tale interrogativo era destinato a dischiudere.

La seconda opzione, invece, è la più comune (purtroppo). Certe volte mi è capitato perfino di trovarmi di fronte ad interlocutori che non attendevano neanche uno straccio di risposta e passavano direttamente alla seconda affermazione/domanda (Come stai? Oggi sento proprio caldo…)

Questo è indubbiamente un capolavoro di significazione: visto che è impossibile distaccare l’espressione dal senso, quest’ultimo viene compresso come una sardina e situato in quel minuscolo interstizio che separa l’esternazione di un’idiozia dalla successiva. Insomma… è solo questione di velocità. Ma dato che il dono del tempo è comunemente considerato come un metro del livello di vero interessamento, in questo caso, siamo di fronte al passaggio al limite (tendente a zero) della spesa che si desidera sostenere nel rapporto in questione.

Io, per mia natura/cultura, non riesco proprio a far parte del secondo insieme e, lo confesso, patisco enormemente la banalizzazione della domanda, soprattutto nella misura in cui essa, attraverso il riconoscimento dell’altro, nasconde la sua vera natura: “Visto che io mi sto interessando a te chiedendoti come te la passi, desidererei ardentemente che anche tu lo facessi con me”.

Apparentemente ciò potrebbe sembrare un comportamento interessato, ma la verità più profonda (e imprescindibile) è che esso sottende alla struttura fondamentale dei rapporti umani. L’altro non deve chiedermi come sto per arricchire il suo bagagli di conoscenze, ma piuttosto per donare a me il senso del mio essere costantemente soggetto ad esso (l’altro).


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