Un orologio ticchetta

Primo piano di un orologio da taschino Omega

Un orologio ticchetta. Io lo ascolto e il mio silenzio si flette sinuoso, tra le sistole e le diastole che solcano il dorso dell’etere immortale.

All’esterno si sente a malapena una commistione di voci: motori assonnati, canti del vento, foglie e cartoni che rotolano graffiandosi.

Gli smagriti ingranaggi dell’orologio sono più tenaci stasera e urlano il loro moto come baritoni sul palcoscenico.

Non m’annoio, nè sprofondo nel godimento. A tratti, senza eccessiva difficoltà, riesco perfino a non pensare, benchè subito mi renda conto di dipinto quel vuoto con le stesse parole ad esso rubate.

Poi, quando le orecchie si sono stancate, muovo il mio sguardo verso una minuscolo punto. E’ rosso, fatto, a sua volta, da milioni di sfere che saltano nel vuoto, senza nemmeno salutare i parenti.

Quale luce si potrebbe mai afferrare se la natura fosse stata più umana? Oceani di onde, abbracciate prima del viaggio, perse in sè stesse come sabbia tra le dune dorate?

E noi? Immobili, senza fiato nè forza, a fissare come dementi la rivolta degli ultimi schiavi.

Un orologio ticchetta. Io lo ascolto.

Adesso, ditemi voi, dove dovrei cercare l’anima che una volta fu mia? Sotto la pelle? O forse tra le minuscole ruote dentate che si mordono con incondizionata lussuria?


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