Bach: Soli Deo gloria e la perfezione di un’armonia che unisce gli uomini con l’universo

Quando si desidera parlare di Bach (1685 – 1750), esistono solo due possibili strategie: la prima, laconica, si limita all’epiteto “Maestro assoluto della polifonia”. La seconda, al contrario, richiede centinaia di pagine contenenti dettagli sulla sua formazione, sulle esperienze giovanili, le vicissitudini, il suo carattere spigoloso, le opere maggiori, e così via. John E. Gardiner, nel suo libro “La musica nel castello del cielo“, ha chiaramente scelto la seconda strada, producendo un’opera a dir poco monumentale.

La musica nel castello del cielo - la vita e le opere di Johann Sebastian Bach, scritto dal direttore d'orchestra John Eliot Gardiner
La musica nel castello del cielo – la vita e le opere di Johann Sebastian Bach, scritto dal direttore d’orchestra inglese John Eliot Gardiner, la cui specializzazione interpretativa è proprio la musica barocca.

Che Bach sia sempre stato un personaggio onnipresente nel pantheon dei grandi compositori del passato è fatto noto ai più. Tuttavia, non sempre le ragioni sono chiare. Si pensa al nome, a quante volte è stato ripetuto, magari si ricorda un brano famoso (come la celeberrima Aria sulla quarta corda) e ciò è sufficiente a liquidare la faccenda.

Ma questo, oltre a non rendere giustizia a Bach, finisce per precludere ogni possibilità di scoperta a chi, più o meno interessato alla musica, desideri veramente acquisire una conoscenza non certo esaustiva, ma sicuramente non superficiale. La principale “colpa” del compositore, infatti, è quella di essere stato eccezionalmente prolifico, avendo lasciato ai posteri più di mille opere, numero che sarebbe di certo maggiore se tanti manoscritti non fossero andati persi o usati perfino per accendere il camino.

Innanzi tutto, è bene comprendere in che periodo storico Bach si forma e compone la sua musica. Nato nel 1685, egli recepì in pieno lo spirito del tardo barocco, evitando le innumerevoli dispute che videro le scuole italiana e francese scontrarsi ripetutamente su quale approccio fosse il più elegante. Se, infatti, la scuola veneziana (e italiana, in genere) prediligeva il virtuosismo, gli abbellimenti e le contorsioni polifoniche più ardite, la scuola francese, il cui maggiore rappresentate è sicuramente Rameau, desiderava onorare la sobrietà, evitando tutte quelle complicazioni ritenute da alcuni perfino volgari.

E’ però giusto precisare che, nonostante gli sforzi di “evangelizzazione” puritana, la musica italiana (in particolare, le opere liriche ai loro primordi) attraeva molto più di quella francese e trovò numerosi sostenitori d’oltralpe. D’altro canto, la scuola tedesca aveva sempre mostrato un’apertura verso i diversi influssi che, una volta recepiti, confluivano in un patrimonio musicale a cui attingere a seconda della specifica circostanza compositiva.

Bach può essere inquadrato esattamente come il prototipo del musicista tedesco che, avendo ormai a disposizione i lavori dei maggiori colleghi europei, non disdegna nulla e, anzi, trae spunti da ogni opera, memorizzandoli indelebilmente e tenedendoli sempre pronti per quando si fosse presentata la necessità di rendere musicalmente un particolare contesto.

Inoltre, se la Chiesa Cattolica Romana, pur apprezzando la musica, non nutriva uno spiccato interesse nel suo sviluppo (al contrario delle arti visive), l’influenza del pensiero luterano rese la chiesa protestante un ricettacolo di compositori sacri, dediti per tutta la vita, al servizio liturgico. Lo stesso Lutero, infatti, esaltava il canto, considerandolo come un “moltiplicatore della preghiera” e scrisse egli stesso testi destinati al culto domenicale.

Bach, formatosi in un ambiente fortemente luterano, non potè che assimilare questo approccio alla religiosità, divenendo egli stesso parte del coro della sua parrocchia e ammiratore di quelle intricate polifonie corali che risuonavano nel grande spazio della chiesa. Il suo destino fu segnato dalla nascita: egli avrebbe onorato la tradizione di famiglia (i Bach erano conosciuti da tutti come musicisti), portando alla più nobile delle forme la polifonia armonica e, nel contempo, divenendo un “umile” (un palese ossimoro, in quando Bach non era affatto umile) servitore di Dio.

Pur non entrando nei dettagli storici (per i quali rimando al sopracitato libro di Gardiner), è sufficiente ricordare il suo proposito di comporre per due anni consecutivi una cantata per ogni domenica e giorno festivo dell’anno liturgico. Per comprendere quanto arduo e snervante questo lavoro potesse essere, è necessario immaginare la vita all’inizio del 1700, senza mezzi di stampa veloci, nè luce elettrica o registratori.

Ogni domenica veniva celebrata la messa (la cui durata media di circa quattro ore, oggi scoraggerebbe anche i più devoti), di conseguenza, il sabato era dedicato alle prove. Perciò, Bach aveva a disposizione cinque giorni per pensare, strutturare ed elaborare la successiva cantata e, per di più, era spesso anche costretto a prestare attenzione ai copisti (studenti, figli e moglie) che preparavano gli spartiti a partire dalla partitura completa.

Manoscritto della partita per violino n.3 BWV 1006 di Bach
Manoscritto della prima pagina del preludio della partita n.3 per violino solo “senza basso accompagnato” di Bach BVW 1006 in Mi Maggiore.

E’ bene precisare (per coloro che non le conoscono) che una cantata di Bach ha una durata media di venti minuti ed è divisa in parti strumentali, corali, arie, duetti e recitativi. Il tutto, ovviamente, a servizio di un testo che richiamasse il vangelo della domenica. Se poi aggiungiamo che Bach, maestro assoluto dell’armonia e della polifonia, costruiva intrecci di voci e timbriche strumentali in ogni movimento, si può facilmente immaginare quanto arduo fosse il compito preposto. Non c’è da stupirsi se, di tanto in tanto, egli “riciclasse” un’opera profana e la riadattasse al contesto di una cantata (ad esempio, il preludio della partita per violino BWV 1006 è anche trascritto per liuto, BVW 1006a, e utilizzato nella sinfonia d’apertura della cantata BWV 29).

D’altrande, l’abilità di Bach consisteva anche nel saper fare tesoro dei risultati ottenuti e di non “archiviare” mai nulla. Nelle cantate, infatti, troverete gighe, correnti, sarabande e ogni sorta di danza tipicamente inserita nel contesto delle suites. Perchè pensare che la musica sacra dovesse sempre ricercare un carattere di solennità? L’elemento più importante era sicuramente il tema (e quindi, il testo), che Bach assimilava profondamente al fine di rendere la sua musica una vera e propria teologia artistica.

Ma Bach non si limitò soltanto alla musica sacra. I suoi sforzi trovavano applicazione in ogni ambito e perfino i contesti più semplici (come, ad esempio, le melodie popolari) venivano nobilitate dal suo talento. Ovviamente, come spesso accade, anche Bach trovò la sua forma privilegiata e, se per Beethoven essa era certamente la forma-sonata – che eloborò senza sosta sino alla morte, per il compositore di Lipsia, si trattava della fuga.

Bach non soltanto era capace di comporre fughe con quattro, cinque e, perfino, sei soggetti, ma sapeva farlo così bene da riuscire anche a improvvisare al clavicembalo su un tema fornitogli sul momento. Esistono fughe praticamente ovunque, sia in contesti sacri che profani, e il loro uso è sempre azzeccato.

Ogni volta che era necessario, ad esempio, rendere musicalmente un rapporto dialettico (e.g., tra Gesù e Pietro), Bach faceva riferimento alla fuga, con una straordinaria capacità di tessere l’intreccio tra le voci (talvolta impegnate in un duetto con basso continuo) e di porre l’enfasi ora su un verso, ora su un altro, sino a giungere al compimento, momento in cui il primo soggetto “esce”, con l’affermazione di un’armonia che non poteva non far pensare all’inscindibile rapporto trinitario.

Alla fine dei suoi giorni, nell’Arte della Fuga (BWV 1080), Bach condensò la sua maestria, partendo da un tema molto semplice e rielaborandolo svariate volte, in modo sempre diverso, ma con una capacità di fondere dissonanze e consonanze all’interno di un tappeto armonico che delizia l’udito anche dei meno esperti. Non c’è quindi da stupirsi se i compositori classici, a partire da Beethoven e Mozart, pur scegliendo un approccio musicale diverso (le cui origini sono da attribuire proprio al figlio di Bach, Carl Philipp Emanuel), vedessero in Bach un “padre spirituale” la cui eredità rappresentava il loro tesoro nascosto.

In conclusione (ma tornerò diverse volte sull’argomento, dato il mio amore per questa musica), non posso che invitare tutti i musicofili alla piacevolissima lettura del testo di J. E. Gardiner e, soprattutto, di ascoltare in modo metodico le opere di Bach, partendo dalle cantate più famose (come la sublime BWV 147), per poi passare alle Passioni (secondo Marco e Giovanni) e, non ultime, alle partite, suites, ai concerti e al caposaldo della formazione pianistica (anche se l’odierno pianoforte, con la sua perfezione e le possibilità dinamiche, non esisteva ancora), il Clavicembalo Ben Temperato (BWV 846-893).


Brevissima biografia di Johann Sebastian Bach

Johann Sebastian Bach (1685 – 1750), un importante compositore tedesco del periodo barocco, ha lasciato una vasta eredità musicale che continua a ispirare e ad affascinare il pubblico di tutto il mondo. Nato nel 1685 in una famiglia di musicisti, la prolifica produzione di Bach comprende oltre 1.000 composizioni che vanno dalle opere corali sacre ai brani per tastiera solista.

Tra le sue opere musicali più importanti ci sono i Concerti Brandeburghesi, una raccolta di sei concerti strumentali che mettono in mostra la maestria di Bach nel contrappunto e nell’orchestrazione. Anche il “Clavicembalo ben temperato”, una serie di due volumi contenenti preludi e fughe in tutte le tonalità maggiori e minori, è considerato una pietra miliare della letteratura per tastiera.

Monumento di Bach accanto alla chiesa di San Tommaso a Lipsia
Monumento di J.S. Bach accanto alla chiesa di San Tommaso a Lipsia, il luogo ove egli concepì ed eseguì moltissime tra le sue opere più importanti.

La “Messa in si minore” di Bach è una delle più grandi opere corali mai composte, fondendo un’intricata polifonia con una profonda spiritualità. La sua “Passione secondo Matteo” e la “Passione secondo Giovanni” sono venerate per la loro profondità emotiva e ricchezza musicale, consolidando la reputazione di Bach come maestro della musica sacra.

Attraverso le sue composizioni innovative e la sua genialità tecnica, la musica di Johann Sebastian Bach continua a influenzare e ispirare musicisti e ascoltatori, consolidando il suo posto come uno dei più grandi compositori della storia.


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