Il siderale silenzio di John Cage

Desidero continuare la disanima della musica d’avanguardia e sperimentale, analizzando alcune delle sue più iconiche composizioni. In questo caso, si tratta del celebre (famoso e, in un certo senso, anche “famigerato”, considerando certa critica) brano di John Cage intitolato 4′ 33”. Per chi non lo conoscesse, stavolta non c’è alcuna necessità di provvedere all’ascolto. Infatti, la partitura è composta da una serie di battute di pausa con un tempo fissato per far sì che l’esecuzioni termini esattamente dopo 4 minuti e 33 secondi.

Se qualcuno non avesse pienamente afferrato il concetto, sarò più chiaro. Il brano è puro silenzio. Non ci sono note, nè recitativi. Solo silenzio. A questo punto, sembra evidente che Cage abbia voluto fare una sorta di scherzo, ma, tradendo ogni evidenza, possiamo dire che non è propriamente questo il suo scopo. Anzi, la semantica della composizione è pregnante e, senza la necessità di troppe istruzioni verbali, essa può guidare l’ascoltatore verso un tipo di esperienza musicale unica e irripetibile.

John Cage, durante la sua carriera, ha provato svariate forme di sperimentazione e, al pari di Stockhausen, non si è mai sentito limitato dalle circostanze. Sono famosi i suoi esperimenti sonori all’interno di camere anecoiche – piccole stanze completamente insonorizzate e tappezzate di pannelli anti-rifesso sonoro, capaci cioè di assorbire le onde di pressione, riflettendone solo una minima parte. In quel silenzio assoluto (talmente spinto da poter perfino portare a disturbi mentali se la permanenza fosse eccessivamente prolungata), Cage, seduto al centro della stanza, ha ascoltato il battito del suo cuore, l’aria che fluiva nella trachea, il diaframma che si muoveva ritmicamente, i suoi tendini produrre piccoli schiocchi e ogni altro suono che normalmente non supererebbe la soglia dell’attenzione.

L’idea del brano 4′ 33” deve certamente essere stata una conseguenza di quell’esperienza. Egli, infatti, ha probabilmente “osservato” il mondo attorno a sè in uno stato di profonda quiete e ha implicitamente creato una linea di demarcazione tra un soggetto ascoltatore (egli stesso) e un universo assorto in un “religioso” silenzio. Ciò, per quanto strano, ha una sua logica fisica (che, tuttavia, non può essere compartimentalizzata, ovvero limitata a sotto-sistemi, troppo facilemente – per questo, drovremmo fare uno sforzo immaginativo) che si esplica del concetto di zero assoluto.

La temperatura di -273,15 °C è un limite fisico teorizzato dalla termodinamica. Sebbene non raggiungibile in un alcun modo (sarebbe necessaria un’energia infinita per raffreddare anche solo una piccola molecola), essa rappresenta il limite in corrispondenza del quale la maggior parte dei processi fisici e chimici raggiungono uno stato di arresto o “minima sopravvivenza” (un residuo di energia rimane, secondo quanto dimostrato dall fisica quantistica). In termini più filosofici, possiamo dire che lo zero assoluto rappresenta la stasi totale, una condizione di immobità che investe ogni oggetto, rendendolo incapace di produrre qualsivoglia reazione. In una sola parola: la morte.

Affascinato da questo concetto, John Cage decise di comporre un brano della durata di 273 secondi (i 15 centesimi sarebbe stati troppo complicati da replicare), ovvero 4 minuti (60 × 4 = 240 secondi) più 33 secondi (240 + 33 = 273). Questa è la più ragionevole spiegazione del titolo e della durata dell’opera. Ma che dire del silenzio? Ebbene, poco prima abbiamo accennato alla dicotomia tra ascoltatore (microcosmico) e universo in equilibrio stabile (macrocosmico). Metaforicamente, la suddetta relazione può rappresentare la struttura di un teatro o area da concerto, separato in palcoscenico (il luogo dove origina la musica) e la platea (il luogo dove la musica viene fruita dal pubblico).

La semantica di 4′ 33” è perciò un ribaltamento della relazione musicisti-pubblico. Chi dovrebbe emettere onde di pressione secondo un ordine e una dinamica stabilita dal compositore, tace. Chi dovrebbe recepirle, eccitarsi, goderne, limitando il più possibile i rumori estranei, invece diventa la sorgente principale di ogni forma di suono udibile. Inconsapevolmente (soprattutto, la prima volta), il pubblico, meglio se indisciplinato, diviene orchestra senza direttore nè partitura. In tal senso, 4′ 33” è pura performing music, in quanto essa esiste solo ed esclusivamente nelle sue interpretazioni.

In più, ogni interpretazione è unica, irripetibile, mai soggetta a schemi o scuole di pensiero. Una volta che l’interprete “congelato allo zero assoluto” si siede davanti al pianoforte, la vera orchestra può donare alla vita musicale ogni colpo di tosse, starnuto, bisbiblio, movimento sulle poltrone, scricchiolio, etc. E, nei casi estremi, come ad esempio in uno stadio, la folla può esibirsi nella produzione di un rumore ancora più variegato e consistente. Qualunque suono/rumore prodotto dagli astanti è ben accetto (al contrario dell’interprete, la cui stasi è un fattore imprescindibile). Ci potrebbe benissimo essere qualcuno che riproduce altra musica sul proprio smartphone, chi urla, e perchè no, anche chi decide di lanciare oggetti sul palco per ravvivare l’atmosfera.

La ragione principale dietro a questa libertà è insita nella “prigione musicale” in cui è rinchiuso volontariamente l’esecutore. Così come un uomo in una camera anecoica, o, nel caso estremo, un sistema allo zero assoluto, non vi è via di scampo alla passività. La musica scritta deve tacere, ma ciò non implica che coloro che godono ancora della libertà (i.e., che hanno energia e vitalità) debbano soggiacere a questa regola. Anzi, sono proprio questi ultimi ad avere l’onere e l’onore di completare il senso della composizione.

Così come di fronte a un monocromo di Mario Schifano e a un taglio di Lucio Fontana, è compito dell’osservatore colmare i vuoti, anche gli ascoltatori di 4′ 33” sono chiamati a divenire parte attiva del processo. E perfino un ignaro pubblico educato che attende in “silenzio” l’inizio della performance, si troverebbe a essere inconsapevole interprete, poichè l’unico sistema allo “zero assoluto” è situato sul palcoscenico. Tutto il resto è materia viva e quindi anche rumorosa. L’unica differenza tra un colpo di tosse durante un concerto di Arturo Benedetti Michelangeli e un’esecuzione di 4′ 33” è che, nel primo caso, si tratterebbe di un fastidioso disturbo, mentre nel secondo di una parte strutturale e puramente improvvisativa dell’opera stessa.

A questo punto, non mi resta che invitarvi a immergervi nell’ascolto del brano, con impegno e senza distrazioni di sorta. Il vostro ruolo non è più quello a cui siete abituati. Dall’universo allo zero assoluto, dove un orchestra cristallizzata osserva con occhi vitrei, ci si aspetta di godere di un’opera d’arte ineguagliabilemnte unica: uno degli infiniti compimenti di 4′ 33”. Non deludete chi nutre una fiducia sconfinata nelle vostre innumerevoli possibilità espressive!


 

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