100 metronomi sono musica? Estetica e semantica di un esperimento di Ligeti

György Ligeti è famoso per le sue sperimentazioni musicali, per una spiccata atonalità e per la sua ricerca di una musica “statica”. A lui si deve anchel l’originalissimo poema sinfonico dei 100 metronomi. Per chi non l’avesse mai ascoltato, ho inserito il video originale:

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A questo punto, vorrei pormi alcune domande che concernono la filosofia della musica. La prima riguarda il risultato finale: si tratta davvero di un poema sinfonico? Per tentare di dare una risposta adeguata, bisogna chiarire un punto fondamentale. Un poema sinfonico è un’opera fortemente tematica, ovvero, essa non dovrebbe essere annoverata tra gli esempi di musica assoluta, in quanto il compositore ha scelto un riferimento poetico o narrativo che deve essere evocato, ampliato e, in ultima analisi, descritto dalla sua musica. L’elemento fondamentale è proprio il tema extra-musicale. Al contrario della musica assoluta, che non contiene quasi nessuna informazione “narrativa”, un poema sinfonico nasce e si sviluppa a partire da un’altra opera. Per così dire, esso germina da un lavoro altrui e diventa una sorta di omaggio all’artista e alla sua opera.

Cosa dire del poema sinfonico di Ligeti? Per quanto ne sappia, esso non è ispirato da alcuna opera poetica (d’altronde, quale dovrebbe mai essere?), dunque potremmo dire che il compositore abbia usato una sorta di licenza per definire i “100 metronimi” come un poema sinfonico. Al contrario, un’eventuale obiezione riguardante l’organico (non si tratta certo di un’orchestra regolare), dovrebbe essere respinta, in quanto i metronomi, pur non essendo strumenti musicali, potrebbero essere assimilati ad oggetti percussivi. Quindi, anche se obtorto collo, possiamo dire che l’orchestra sia monostrumentale, con 100 “strumenti” uguali.

Detto questo, si ripropone la domanda iniziale: si tratta propriamente di musica? Un metronomo produce un suono metallico molto povero (il suo compito è quello di essere udito mentre si suona) e non è un azzardo dire che sia timbricamente meno dotato di un timpano. In ogni caso, esso produce un suono e quindi, il risultato di una successione di battiti è ipso facto una sequenza musicale, anche se omoritmica e costituita sempre dalla stessa nota. Quindi mi sembra superfluo spendere ulteriori parole per sostenere la causa della musicalità. Il poema sinfonico di Ligeti è musica. Semplice, monotona, fastidiosa, sentitevi liberi di aggiungere qualunque aggettivo vi aggradi, ma pur sempre musica.

Arriviamo adesso alla semantica. Non c’è alcun testo di accompagnamento, nè poetico, nè prosastico, ma ciò non toglie che un’analisi attenta della dinamica della composizione può svelarne il significato implicito. Ogni metronono è caricato con una riserva (i.e., tempo di vita) e una velocità differenti. Una volta che il marchingegno è stato avviato, tutti i metronomi iniziano a battere insieme. La durata (ovvero, il numero di battute non di pausa) di ogni “strumento” è quasi-casuale e così il suo tempo ritmico (in linguaggio musicale, potremmo dire che esistono minime, semiminime, crome, semicrome, etc.). L’intento di Ligeti è quello di simboleggiare una moltititudine con caratteristiche ben precise:

    • La moltitudine è inizialmente omologata (tutti gli strumenti sono identici e con medesime possibilità)
    • Ogni esemplare, tuttavia, presenta tratti distintivi naturali (riserva di carica e tempo)
    • All’inizio della performance, la moltitudine si manifesta ricreando una sorta di omologazione collettiva. Essa, cioè, si fondo in un tutt’uno timbricamente monotono (i.e., la vita di una collettività alienata e rappresentata solo da un vorticoso vociare senza nè forma, nè tantomeno contenuto intelligibile)
    • Ogni metronomo è soggetto ad un’obsolescenza “personale”. Le diverse cariche si esauriranno in tempi differenti, trasformando il vociare ronzante in un sempre più silenzioso ensemble di rintocchi. Infine, ogni metronomo sarà “morto”, lasciando solo un silenzio, anch’esso omologato, ma pur sempre più forte di qualsiasi ideologia.

La semantica dell’opera è quindi chiarissima e, al pari di un vero poema sinfonico, esprime una serie di concetti filosofici extra-musicali. Da questo punto di vista, nulla può essere addotto per screditare Ligeti. Così come Strauss musicò il “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche senza riuscire ad evocare con grande precisione le singole scene, Ligeti mette in scena una performance che lascia all’ascoltatore il compito di far vagare la sua mente tra tutte le implicazioni che scaturiscono dalle suddette considerazioni generali.

L’ultimo punto che resta da esaminare riguarda l’estetica. Si può dire che questo poema sinfonico sia bello? Questo è un problema arduo che non può certo esaurirsi in poche, lapidarie affermazioni. Io non sono un critico musicale, quindi eviterò ogni elucubrazione “pericolosa”. Tuttavia, credo fortemente che il problema possa essere ricondotto ad una questione di fondo: al di là della semantica, la musica assoluta è piacevole all’orecchio? Se ne può trarre un godimento?

I 100 metronomi battono con tempi diversi; ciò crea una sfasatura tra le pulsazioni, dando vita a quello che può essere assimilato ad un processo quasi-stocastico (in realtà, è perfettamente deterministico poichè siamo a conoscenza di ogni informazione necessaria per predire esattamente il futuro), caratterizzato da un comportamento molto simile a quello del rumore. In effetti, l’ascoltatore avrà presto la sgradevole sensazione di un tormentoso frastuono, analogo a quello che si può ascoltare nei locali affollati distogliendo l’attenzione dai nostri interlocutori. Tale sensazione non può essere certo fonte di godimento e, senza troppi indugi, mi spingo anche ad affermare che essa è decisdmente spiacevole ed esteticamente brutta.

Ma riferimendomi alla scuola di Schoenberg, se l’arte deve esprimere la verità oggettuale (che non può essere sempre bella), essa deve assumersi la piena responsabilità di essere anche molto brutta ogni volta che ciò si renda necessario. L’obiettivo di Ligeti non è quello di allietare, nè di dipingere paesaggi bucolici (come nella sinfonia pastorale di Beethoven), ma piuttosto quello di esprimere musicalmente una realtà inesorabile, spiacevole e, cosa ancor più grave, manipolata politicamente per favorire l’omologazione. Va da sè che il risultato sonoro non può che essere “brutto”. Deve esserlo! Qualunque tentativo diverso sarebbe destinato al fallimento in relazione alla sua semantica.

Quindi, possiamo concludere dicendo che il poema sinfonico dei 100 metronomi è una forma alternativa di tale genere musicale (porta in sè il contenuto semantico, invece di rimandare ad un testo diverso), è a tutti gli effetti una composizione musicale (nonostante faccia un uso molto limitato delle note, dei timbri e del ritmo) ed è giustamente brutto, in quanto perfettamente coerente con il contenuto rappresentato. Ovviamente, quanto detto possiede un forte carattere di soggettività, per cui non posso che invitare i lettori ad ascoltare, ri-ascoltare, e giungere infine al loro personale giudizio.


 

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