Commedia contemporanea (Parte III)

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Parte III

Quando Fausto tornò al centro medico per i controlli di routine, il primario, vedendolo seduto nell’anticamera del suo studio, scosse il capo e lo salutò chiedendogli: “Sa, signor Marinelli, qual è il mio peggior cruccio?

Si, si… certo” rispose Fausto innervosito per quell’approccio reiterato senza alcuno scrupolo “Me l’ha già chiesto… L’impotenza di fronte al suo stesso oggetto di studio

Oh no!” esclamò il medico “Il mio vero dramma è non riuscire più a completare le parole crociate! Ha idea di quanti termini sono stati tirati in ballo negli ultimi anni? Mi chiedo davvero se valga la pena perdere tempo a studiare visto che ogni cosa è destinata a precipitare prima o poi nell’obsolescenza… Ma piuttosto mi dica, lei come si sente?

Perdo peso e mi sento sempre più stanco. Non può prescrivermi un tonico per sopportare meglio la fatica?

Il primario sembrò rinsavire improvvisamente: “Le sue analisi parlano molto chiaramente… Le posso prescrivere un tonico, certo. Potrebbe perfino prendere delle amfetamine, ma ciò non risolverebbe alcunché… Le ho già detto, e mi rincresce doverlo anche solo ricordare, che i suoi sintomi purtroppo continueranno a peggiorare. Lei è sposato, signor Marinelli?

Convivo”.

E la sua compagna cosa ne pensa della sua decisione?

Fausto tentennò ma alla fine capì che non aveva alcun senso mentire: “Lei non sa nulla”.

Uomo in jeans seduto da solo su un muretto

Nulla?” chiese sbigottito il medico “Le sta nascondendo una tale evidenza? Ma come fa a non accorgersene? Dall’ultima volta che l’ho visitata lei ha perso almeno dieci chili!

Le ho detto che mi era stata diagnosticata una forte gastrite, in modo da poter giustificare la mia alimentazione”.

Gastrite…” ripeté il medico scacciando quell’idea balzana con un gesto della mano.

Sì… Ci ha creduto. Mi ha consigliato di iscrivermi in palestra. Pensa che un po’ di sport possa farmi bene”.

Oh mio Dio! Ma è assurdo! Perfino un cartellone pubblicitario si accorgerebbe che lei sta male. Molto male!

Fausto annuì. Il medico gli posò una mano sulla spalla e lo invitò a seguirlo nello studio per completare la visita. Aggiustò i dosaggi e gli prescrisse uno stimolante per ridurre il senso di spossatezza. Al termine, poco prima di congedarlo, lo fissò con uno sguardo serio, fin troppo serio per quell’uomo così bizzarro, e, con tono paterno, gli disse: “Mi auguro solo il suo bene, signor Marinelli. Qualunque esso sia…

Irene era molto diversa dalla cugina: con i capelli neri e una pelle chiarissima, magrolina e sempre sorridente, pareva incarnare in pieno la polarità preclusa a Cora. Aveva accettato di buon grado l’invito di Fausto, nonostante i due non si fossero mai conosciuti prima e si era presentata puntuale all’appuntamento davanti all’ingresso di un famoso caffè nei pressi del Pantheon.

Ero certa che Cora non sarebbe venuta” esclamò mentre Fausto le stringeva la mano “Mi odia… e forse ne ha pure le ragioni”.

Se pensi questo potresti chiamarla o scriverle. Non vedo nulla di irreparabile nel vostro rapporto. Comunque, piacere di conoscerti, io sono il compagno di tua cugina”.

Piacere mio, Fausto. Ma dimmi, se non sono troppo indiscreta, il che è sicuramente falso… Sei stato buttato giù dal letto? Non hai un aspetto riposato… Sembri davvero malandato”.

L’uomo trasalì. Dunque era possibile accorgersi del suo stato di salute, così come gli aveva ripetuto il dottore. Cora quindi fingeva con il suo atteggiamento distaccato? Sapeva molto più di quello che dava a vedere e cercava in tutti i modi di dissimulare la sua preoccupazione? Oppure, chissà come, non ci prestava alcuna attenzione?

Posso dire senza dubbio che questo non è proprio il periodo migliore della mia vita…” rispose fingendo un sorriso.

Lo vedo…” mormorò lei “Ma dai, entriamo. Qui si muore dal caldo”.

Presero posto in un tavolino appartato, ordinarono due aperitivi e iniziarono vicendevolmente a studiarsi. Cora non gli aveva detto che Irene aveva uno sguardo magnetico. Ne era forse invidiosa? O magari non si era accorta nemmeno di quello? La ragazza di fronte a lui era tutt’altro che insignificante e, anzi, osservata nelle sue movenze e nelle espressioni del viso, si svelava molto più affascinante di quanto fosse possibile immaginare a partire dalle tristi descrizioni di Cora.

Tua zia ci ha parlato di te” esordì Fausto cercando di entrare nel cuore della questione “Dei tuoi trascorsi e delle ragioni che ti hanno spinta a tornare in Italia”.

Già… I miei trascorsi sono un argomento privilegiato di mia cugina. Cosa ti ha raccontato? Che le ho rubato dei gioielli per fuggire a Londra?

In un certo senso…

In un certo senso un corno!” esclamò lei stringendo i pugni “Non ti ha detto che due di quelle collanine erano destinate a me e che lei le ha avute solo perché io mi ero rifiutata di partecipare ad una riunione di famiglia?

Fausto allargò le braccia: “Veramente no… Ma non credo che abbia molta importanza. A me interessa…

Ce l’ha eccome!” sbottò Irene “Io non sono una ladra! Forse una stupida, ma non ho mai rubato nulla e, anzi, ho difeso coloro i quali venivano quotidianamente derubati senza alcuna possibilità di riscatto!

Stavo dicendo…” riprese pazientemente Fausto “Che a me non importa ciò che hai fatto quando vivevi insieme a Cora. Sono qui solo per cercare di capire come ti posso, anzi ti possiamo… aiutare. Tutto qui”.

E’ stata nostra zia a ideare tutto questo. Io non ho bisogno di alcun aiuto. Sto lavorando come donna di servizio… Mi basta per adesso. Senti, ma sei sicuro di stare bene? A me sembri così pallido…

Non preoccuparti per me. Sto bene. Ma come mai tua zia ha pensato bene di chiedere a Cora di fare qualcosa per te?

Perché è una vecchia stronza!” esclamò con tutto il sarcasmo di cui era capace “E perché sarà invasa dai sensi di colpa…

I genitori di Irene erano morti in un incidente stradale quando lei aveva sedici anni. Fu un duro colpo, ma la ragazza riuscì a reagire e, con l’aiuto dei nonni, andò avanti sino alla maggiore età. Terminato il liceo, si era avvicinata a Cora che, sino a quel momento, era soltanto una cugina lontana, una di quelle persone che si incontrano ai matrimoni e ai funerali.

Dal principio i rapporti erano stati buoni e pareva che le due giovani potessero aiutarsi vicendevolmente in quel periodo così importante delle loro vita, ma ben presto Cora, che vantava un’estrazione sociale ben diversa, iniziò ad escludere Irene dalle sue attività, lasciando che questa, per nulla spaventata, trovasse la sua strada nell’impegno politico. L’unica zia che le accomunava, moglie senza figli, era proprio Caterina, la quale, senza spendersi in alcun tentativo di smentita, preferiva decisamente Cora alla “scapestrata cugina”.

Non mancava occasione per mettere in evidenza il buon senso dell’una rispetto alla banalità dell’altra e, anche se sempre in modo pacato, Caterina continuava a ripetere ad Irene che aveva avuto una grande fortuna ad incontrare Cora e che non doveva sprecare quell’occasione. Avrebbe potuto imparare tutto ciò che sino a quel momento era stato trascurato o considerato del tutto inutile e, soprattutto, avrebbe avuto l’occasione di esercitare la sua umiltà accettando senza protesta tutti i richiami della cugina.

Perfino toglierle il regalo che le era destinato per darlo a Cora, doveva essere visto come un gesto di grande umanità, affinché lei, anche se tardi, potesse comprendere la differenza tra ciò che era giusto e ciò che invece era “suo”. Suo, non sbagliato, perché per Irene non valeva la pena tentare alcuna cernita. Doveva vomitare via tutto il suo passato e suggere il capezzolo rubizzo della sua nuova madre spirituale.

Io non condanno le tue idee” disse Fausto “Credo che siano giuste e che impegnarsi per esse sia un gesto più che nobile”.

Sai cosa ti dico?” rispose la donna spalancando gli occhi “Che sono tutte sciocchezze! Da bambina andavo a letto per fare dei bei sogni. Poi ho capito che per sognare bisognava essere desti e andare tra la gente. Adesso sono convinta che l’unico modo per vivere e non morire di sonno è quello di rimanere soli…

Sì, lo so, sembra assurdo, ma è così. La gente è così abituata all’egoismo che quando qualcuno si sforza di fare qualcosa per loro, viene preso per matto. E’ quello che mi è successo a Londra. Immagino che ti abbiano raccontato che sono stata arrestata per furto, non è vero?

Più o meno…

Hai detto bene… Più o meno, perché non lo sapevano neanche loro quale fosse la mia vera accusa! Parlo degli inglesi, naturalmente. Comunque, perché tu lo sappia, la realtà è molto diversa, così assurda che nemmeno la polizia ha saputo come gestirla… Sono andata via io, non sono stata cacciata! Ma sei stanco? Ti sto annoiando?

Ancora una volta Fausto si sentì a disagio. La naturalezza di quella donna era disarmante: ebbe l’impressione di essere un bambino nudo di fonte ad una dottoressa, preoccupato di mal celare con tutte le sue forze il pudore.

Figurati” esclamò impegnandosi in una finzione imbarazzante “Mi fa piacere ascoltarti… Sono qui per questo

Bene… Allora sappi che ho cercato di difendere un idiota dello Zambia, Nigeria o di un recondito paese africano. Lavorava come lavapiatti in un ristorante, lo conoscevo bene perché ci ero passata anch’io. Un posto normalissimo, pieno di gente squattrinata che serve cibo a macchine digestive che non sanno distinguere un uovo vero da un pezzo di plastica. Questo tipo, non ricordo neanche il nome, un giorno, di punto in bianco, è stato accusato di aver rubato dei soldi dalla cassa.

Un’accusa ridicola, considerando che il personale della cucina entrava dal retro e rimaneva confinato lì per tutto il tempo, ma la padrona, una strana filantropa bigotta, non volle sapere ragioni… Aveva sottratto soldi e doveva restituirli o andare via. Il ragazzo negò tutto ma alla fine, preoccupato di perdere anche il permesso di soggiorno, diede alla signora i soldi che gli chiedeva.

Quando l’ho saputo non ci ho visto più! Sono andata a trovarlo e gli ho detto che i sindacati avrebbero crocifisso quella stronza… Bastava solo un po’ di coraggio. Lui mi disse che avevo ragione e io montai un casino senza eguali. Purtroppo, però, al momento di iniziare la vertenza, il sindacalista mi disse che era tutto annullato perché il ragazzo aveva ritirato ogni accusa.

Capii che la padrona l’aveva convinto e un suo collega, un ragazzo con il quale ero pure stata a letto, mi confermò che, non solo egli era stato dissuaso, ma che la titolare gli aveva anche restituito i soldi con gli interessi. Lo cercai, ma si fece negare. Lo attesi e, dopo due ore nel retro del ristorante, il nero venne fuori. Non potrai crederci… Appena mi vide, si mise a correre come un pazzo! Come se lo stessi inseguendo!

Che razza di idiota… Ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da chi è stato cresciuto per essere uno schiavo! Mi vergognai di me stessa e tornai a casa. L’indomani la polizia venne a cercarmi. La proprietaria del ristorante, forse vedendomi il giorno prima, mi aveva accusato di aver orchestrato quel casino solo per inguaiarla… Scoppiai a ridere di fronte ai poliziotti e… il resto lo sai già. Ma senti, io non riesco a persuadermi… Stai bene? A me non sembra proprio…

Che storia ridicola!” esclamò Fausto facendo finta di non aver udito l’ultima domanda “Ma perché sei andata via se non correvi alcun rischio?

Mi sono stancata. Tutto qui”.

Ti sei stancata… Certo. Ma, al di là dei lavoretti precari, cosa fai adesso per vivere?

Vivo…

Non ho dubbi in proposito, ma hai una prospettiva?

Irene sorrise: “Se la domanda è finalizzata a sapere se ho bisogno di Cora, la risposta è no. Se invece è pura curiosità, ti posso dire che mi guadagno quel poco che mi serve per tirare avanti”.

Fausto non capì più chi dei due fosse la persona più rassegnata, anche se lui aveva una buona ragione, mentre lei pareva del tutto indifferente a qualsiasi possibilità.

Ti andrebbe di mangiare qualcosa?” le chiese di getto.

Devo prendere l’autobus per tornare al paese” rispose Irene abbassando leggermente la testa.

Fausto inizialmente annuì, ma poi, improvvisamente, rispose: “Al diavolo l’autobus. Andiamo a mangiare qualcosa. Ti riaccompagnerò io”.

Tu? Ma non devi tornare da Cora?

Io non devo tornare da nessuno…” disse l’uomo “E poi, credimi, non posso più permettermi il lusso di sprecare il mio tempo”.

D’accordo” rispose Irene ammiccando “Sono nelle tue mani… Ma prometti di riaccompagnarmi. Non vorrei restare sola e senza un tetto…

Risero entrambi come due vecchi amici e lasciarono il bar. La sera era ormai scesa e i contorni dei palazzi più lontani parevano perdersi in una bruma invisibile. Un venticello caldo si avviluppava attorno agli alberi e alle persone ferme a chiacchierare, mentre i bagliori soffusi delle insegne ottenevano finalmente la scena dopo un giorno di sottomissione incondizionata.

Cenarono in un ristorante messicano nei pressi di Campo de’ Fiori. L’idea era stata di Irene: disse che aveva una voglia matta di Guacamole e che in paese non si trovavano gli ingredienti. Fausto accettò senza riserve, ma poco dopo aver varcato la soglia del locale, si rese conto che correva un grosso rischio. L’eccesso di peperoncino che, mesi prima avrebbe gradito, adesso poteva essere intollerabile. Andò subito in bagno e ingoiò il doppio della dose di farmaci prevista.

I timori si rivelarono comunque infondati. Lo stomaco continuava a dolergli, ma non vomitò e Irene, l’unica ragione per cui ormai si preoccupava maggiormente, non si accorse (o fece finta) del suo disagio.

Cora non lo chiamò. Forse si rese conto di essere quanto mai inopportuna o, molto più probabilmente, pensò ad una vendetta molto più feroce. Fausto, dal canto suo, non si preoccupò e, non vedendo né chiamate, né messaggi, capì che quello era il segno evidente di una necessità che ormai aveva spodestato la possibilità.

Di fronte a lui, sorridente e per nulla malinconica, Irene fece le medesime considerazioni. Perché temere di non ritornare a casa in tempo? Perché angustiarsi per il rapporto compromesso con la cugina? Perché preoccuparsi della zia che l’aveva sempre tenuta in disparte? Perché… Solo il silenzio concedeva le risposte più convincenti e la giovane, chiudendo i suoi occhi marroni, poteva udirne i meravigliosi motivi senza alcuno sforzo.

Bastava pensare e poi invertire ogni idea: al dovere succedeva il piacere, alla ripetizione la novità, all’inettitudine la perfezione di intenti e di capacità. Era meraviglioso, come se un mondo nascosto fosse stato svelato per errore e a nulla servivano i goffi tentativi della maestranza per coprire ciò che ormai era palese perfino nel buio di una catacomba.

Sto morendo” disse Fausto senza rendersi conto di aver scoperto tutte le sue carte.

Sì, l’avevo capito” rispose la donna “Ma non sapevo come comportarmi…

Cora non sa nulla e non voglio dirglielo”.

Oh…” esclamò Irene sorpresa “Con me puoi stare tranquillo! Anche se mi dispiace per quello che ti sta succedendo”.

Sì, un po’ dispiace anche a me… Non sempre, ma ogni tanto mi capita di pensare stupidamente a tutte le cose che avrei potuto fare e mi prende la malinconia”.

Capisco… Ma i medici non ti hanno dato speranze?

Diagnosi nefasta” sentenziò Fausto corrugando la fronte “La mia dipartita è programmata tra sei mesi e un anno. Detto così può davvero sembrare una cosa triste, ma anche tu morirai tra venti, trenta, quaranta o cinquant’anni… Soltanto che non lo sai e quindi hai tutto il diritto di considerarti immortale…

La donna annuì in silenzio. Come negare quelle verità così ovvie? Certo, doveva pur esistere una qualche differenza tra chi muore giovane e chi invece raggiunge la vecchiaia, ma forse solo in punto di morte tale segreto sarebbe stato svelato, il che significava che era solo un trucco da prestigiatore, un’illusione inutile perché destinata a rimanere tale in virtù della sua stessa natura.

Facciamo due passi?” gli chiese Irene “Con questo tempo è veramente piacevole passeggiare di notte”.

Certo” rispose Fausto “Ma non qui. Andiamo verso il paese. Conosco un piccolo bosco dove si appartano le coppiette. Ah… Non fraintendermi… Preferisco solo stare in un luogo lontano da luci e rumori, non ho intenzione di provarci impudentemente, non…

Calma!” lo interruppe la donna sorridendo “Non ho detto nulla! Per me il boschetto va benissimo”.

I due uscirono dal ristorante e si avviarono verso la campagna. La sera aveva ormai ceduto il posto alla notte e Cora non si era preoccupata di chiamare Fausto.

Spense il telefono, lo ripose nel portaoggetti della macchina e partì. Accanto a lui, Irene appoggiò la testa al vetro e chiuse gli occhi. Ogni tanto sospirava sibilando come l’ultimo soffio di vento che scivola sotto una porta. Fermo ad un semaforo, Fausto la osservò: era gradevole sederle accanto, anche se fino a quel momento la sua identità era stata occultata da un cumulo di sciocchezze.

Al verde ripartì. Si sentiva euforico e sollevato: averle raccontato della sua malattia lo aveva sgravato di un peso e inoltre sapere che Irene non aveva alcuna ritrosia a passeggiare con lui in bosco di notte, gli aveva ridonato la fiducia perduta.

Poco prima di scendere dall’auto, la donna, che probabilmente non aveva affatto dormito, si rivolse a Fausto e gli chiese: “Hai mai fatto qualcosa di proibito?

Proibito da chi?

Ah sì, scusa” si corresse Irene “Non mi riferivo ad atti illegali… Intendevo qualcosa che qualcun altro, i tuoi genitori, i maestri o chi per loro ti impedivano di fare”.

Forse, ma sinceramente non ne ho idea… Dovrei pensarci su per un po’ di tempo”.

Non ha importanza. Te lo chiedevo perché io credo di aver perso definitivamente quest’opportunità. Sai, prima della morte dei miei genitori, era impossibile disubbidire seriamente. Tutt’al più potevo fare qualche sciocchezza che rimaneva nascosta, ma per il resto non ci riuscivo proprio… Poi, dopo la loro scomparsa, ho perso gli unici legislatori che ho costantemente temuto in vita mia e quindi, come puoi immaginare, ormai non c’è più nessuno di veramente categorico che possa dettare le mie regole. Nessuno…

Fa uno strano effetto pensarti come una ragazza inibita” replicò Fausto “Ma forse, a pensarci bene, non è poi così assurdo…

Per le mie stravaganze?” chiese Irene ammiccando “Ovvero per le storie propinate senza ritegno da Cora e mia zia?

Non mi interessano le opinioni degli altri. Sei una donna disinibita e ciò potrebbe anche far pensare che nel passato lo fossi… Ma è solo una considerazione personale. Non sono uno psicologo e non me la sento di dire cose che poi non sarei in grado di giustificare”.

Chissà, forse hai ragione, ma se devo essere sincera, io non mi sento né inibita né tantomeno disinibita. Ogni tanto mi guardo attorno e mi domando se gli occhi dei passanti sono puntati su di me, se si aspettano qualcosa, se possono essere delusi o appagati, ma alla fine vanno tutti via e io mi ritrovo a guardare altri visi senza mai avere una risposta…

Di fronte all’ingresso del boschetto c’era una radura delimitata da una staccionata: era lì che probabilmente le coppie si appartavano restando in macchina o sedendosi dietro una roccia. Quella sera comunque non c’era nessuno. Fausto lasciò la macchina accanto ad una panchina di legno grezzo e aiutò Irene a scendere. Quel gesto era del tutto superfluo, lo sapeva bene, ma la tentazione fu più forte di lui e la donna parve apprezzarlo.

C’è un sentiero che cammina lateralmente e termina proprio di fronte ad una vecchia fonte d’acqua naturale” disse Fausto.

Bene!” rispose la donna prendendolo a braccetto “Andiamo…

Perché mi hai chiesto se avessi trasgredito qualche volta durante la mia vita?

Cupa foresta, un simbolo della solitudine esistenziale

Irene rimase a pensare per qualche istante, come se non considerasse importante quella domanda: “Quando ho rimesso piede in Italia mi sono tornati in mente parecchi episodi della mia infanzia. Nulla di importante, non sono stata violentata o picchiata, ma stranamente li ricordo ancora… A Londra volevo iniziare una psicoanalisi, mi ero organizzata con i turni di lavoro, ma poi, alla fine, sai com’è andata…

Puoi sempre farlo qui se lo ritieni utile…

Sì, sì, indubbiamente. Anche se ora la penso in modo un po’ diverso. Forse certe cose devono restare sommerse per poter continuare ad alimentare la fiamma che ci anima, non trovi?

Adesso fu Fausto a restare in silenzio: quella frase gli fece tornare in mente la sua decisione di nascondere la verità a Cora. Qual era la vera ragione di quella scelta? Timore? Vendetta? Disinteresse?

Le possibilità erano molte ma nessuna riusciva ad imporsi sulle altre. Erano tutte scuse che prendevano la scena a turno, soddisfacevano il bisogno di sorpresa e poi tornavano dietro le quinte. La primadonna era assente o forse era proprio quella la sua essenza: rimanere perennemente nell’ombra, come un deus ex machina che, una volta svelato, appare come un vecchio curvo e barcollante che manovra delle leve arrugginite.

Senza rendersene conto, la ragazza aveva controbattuto in modo arguto quanto Fausto le aveva detto riguardo alla durata della vita: egli di certo non poteva portare a termine alcuna psicoanalisi degna di questo nome e quindi, sapere di avere le ore contate equivaleva a rendere eternamente ignote le cause di molti comportamenti.

Certo, da morto quei comportamenti non sarebbe serviti a granché, ma un istante prima di chiudere definitivamente gli occhi, il bilancio della sua vita avrebbe mostrato la crudezza di una mancanza ingiustificabile. Se mai un giudizio universale ci fosse stato, egli sarebbe stato di certo rimandato indietro a recuperare i cocci rotti della sua esistenza.

Dai, non essere così pensieroso!” esclamò Irene “C’è già abbastanza silenzio tutt’attorno…

Hai ragione. Perché non mi racconti qualche episodio della tua infanzia?

Non sono poi così interessanti…” mormorò lei.

Quando mi hai detto che perdendo i tuoi genitori hai perso ogni possibilità concreta di trasgredire, mi hai fatto riflettere. E’ una cosa molto strana, ma trasuda verità”.

Già” replicò Irene “L’ho capito il giorno che sono morti. Un’esperienza surreale, grottesca… non saprei proprio quale aggettivo meglio si adatta a qualificare quel momento. E’ successo quando avevo sedici anni, i miei genitori erano andati fuori città in macchina, pioveva e la strada era piena di fango…

A quei tempi non erano usuali gli airbag e in una curva molto stretta, la vettura ha sbandato andandosi a schiantare contro un muretto. Un incidente stupido che non ha lasciato scampo. Nel primo pomeriggio, dopo essere stata avvertita della sciagura, mi hanno chiesto se desideravo vedere i loro corpi… C’era anche mia zia, la Caterina che hai conosciuto e… riesci ad immaginare la situazione? Nessuno mi ha detto che forse era meglio attendere che i becchini risistemassero le salme… Nessuno!

Non che io avessi intenzione di farmi intimidire, ma in certe situazioni ti aspetti che i parenti cerchino di evitarti ulteriori incombenze. E invece no! Un infermiere mi condusse in una saletta del reparto di anatomia patologica e mi lasciò di fronte a due corpi su cui era stata appena conclusa l’autopsia. Ancora oggi non mi spiego perché la fecero, probabilmente era quella la procedura da seguire, ma cosa si aspettavano di trovare? Tracce di droga? Alcool? Farmaci? Chissà…

Certo, conoscendo meglio quei soggetti, nessuno avrebbe avuto dubbi sulla loro ineccepibile condotta. Mia madre era una specie di bigotta convinta che i peccati abitassero solo dentro il confessionale e mio padre, che in fin dei conti non era cattivo, mi aveva lasciato in eredità ogni sorta di paura. Una mosca era di certo meno pavida di lui! Insomma, non appena mi avvicinai, vidi i loro volti tumefatti e stentai a riconoscerli: avevano delle ferite sulla testa e il sangue si era raggrumato ovunque.

Mi venne quasi da vomitare, ma riuscii a trattenermi. Non piansi, no… Ero sconvolta, ma nessuna emozione, al di là del muto sgomento, riusciva a fare breccia nella mia mente. Proprio sotto il collo si notavano i tagli dell’autopsia. Li ricordo ancora: grossi, cuciti malamente con filo marrone, erano la cosa più raccapricciante dell’intera faccenda. Ecco, quello fu il momento in cui capii che ogni paura era stata delegittimata.

Sotto quei tagli erano stati sepolti i timori, le ingiunzioni assurde, le richieste prive di ogni senso… Tutto. Due funerali si presentavano di fronte a me. Il primo strettamente privato. Il secondo, solo un’occasione per rivedere persone di cui quasi ormai avevo dimenticato l’esistenza”.

Brutta storia” rispose Fausto “Al di là del trauma che già di per sé non lascia molte possibilità di riscatto… Riscatto nei confronti della vita, s’intende”.

Irene scoppiò a ridere: “Non è per quello che hai detto” si affrettò a precisare “Mi è tornata in mente una vicenda accadutami quando frequentavo le scuole elementari. Un episodio insulso, non pensare chissà che cosa… Ma è buffa. Talmente buffa che si potrebbe scegliere di ridere o di piangere senza modificarne minimamente l’impatto emotivo…

Cercherò di non ridere, ma se proprio mi tocca scegliere, preferirei non piangere!” esclamò Fausto abbozzando un sorriso di complicità.

A lei la scelta, monsieur!” sentenziò ironicamente Irene “Non mi piacciono i giri di parole, ma più ci penso, più non riesco a capire quale possa essere il nesso tra questo ricordo così balzano e ciò di cui stavamo parlando… Ad ogni modo, poco fa, senza fare alcuno sforzo di memoria, ho ripensato ad un leggero rimprovero che ricevetti un giorno mentre mi trovavo insieme ad alcune compagne di classe. Avevamo comprato caramelle e gomme da masticare sfuse in un negozietto vicino alla scuola e stavamo per iniziare a mangiarle quando i genitori di alcune di noi ci raggiunsero. Tra essi c’erano i miei che, vedendo i dolciumi nelle mie mani, mi intimarono di gettarle immediatamente perché erano certamente sporche e dannose per la mia salute. Io protestai, ma il loro parere era irrevocabile: fui costretta a sbarazzarmi del mio piccolo tesoro e a guardare le compagne mangiare in tutta tranquillità. Ad un certo punto, alcune si avvicinarono a me e mi chiesero se avessi già finito tutto. Puoi immaginare che vergogna provassi in mezzo a quei due fuochi… I miei genitori da una parte e le coetanee spensierate dall’altra! Perciò, per evitare una bugia – che sarebbe stata scoperta fin troppo facilmente – mi venne in mente un capolavoro di astuzia dei perdenti: iniziai a dire che quelle caramelle erano state tenute in negozio senza alcuna protezione e, per di più, erano state prese dalla commessa direttamente con le mani. Chissà quanti microbi dovevano esserci! Mangiarle era veramente da stupidi. Ma ti rendi conto? Io che dico tutte queste cose mentre le mie compagne, con la bocca sempre piena, continuavano a fissarmi senza capire il senso di quell’arringa… Ogni volta che ci ripenso non riesco a trattenere le risa! E, ovviamente, posso vantarmi di non aver avuto mai carie sino a un paio di anni fa… Un risultato ammirevole, giusto?

Fausto ascoltò quel racconto lasciandosi attraversare da ogni singola parola: la semplicità della narrazione, unita all’atteggiamento informale di Irene, si era trasfusa nel senso di ogni dettaglio ponendo ogni emozione al di là del sipario, in un luogo asettico, dove le mani ingorde del pubblico non potevano giungere se non dopo essersi immerse completamente in un quel fango sublime.

Una storia comune, purtroppo” disse senza fingere alcuna ipocrisia “Anche se devo ammettere che ci si potrebbe riflettere per molto tempo… Il guaio è che tali elucubrazioni si fanno solo molto tempo dopo, quando ormai le acque inquinate hanno appestato ogni pezzo di terra”.

Già…” rispose Irene abbassando la testa come se volesse contare i suoi passi “Hai ragione. Sono ormai contaminata sino al midollo. Sino alla feccia del midollo…

Quando giunsero alla radura nella parte posteriore del boschetto era già notte fonda. Non avevano incontrato nessuno e l’unico rumore che si udiva era lo scalpiccio sommesso dei loro stessi passi.

Fu un istante, ma un istante non è forse sufficiente per far nascere una nuova vita? Fausto se ne rese conto e così fece Irene. Entrambi, ai lati opposti di un’enorme giostra arrugginita, si osservavano sapendo già tutto ciò che sarebbe successo.

Non era amore, e neppure odio. Non era passione, né semplice attrazione. Era ben altro: il ronzare cupo del corteo funebre di una legge troppo debole, troppo umana per non morire prima dei suoi sottoposti, troppo divina per non essere assurda almeno una volta, così che i fedeli, inginocchiati e contriti, potessero vederne le carni lacerate proprio quando le suppliche parevano farsi più insistenti.

Fausto si avvicinò ad Irene e la cinse con un braccio.

Anche qui” disse lei avvicinando il capo al suo petto “Anche qui”.

Sì, qui” rispose l’uomo “Ma non voglio averti così. Devi lottare, devi urlare, devi negarmi con tutta te stessa ciò che continui a proteggere”.

Irene rimase immobile. Il suo sguardo tradiva una sorpresa immediatamente sottomessa alla certezza. Sorrise e avvicinò le sue labbra alla bocca di Fausto.

Hai capito?” urlò lui strattonandola “Ti ho detto che devi negarti!

Lei fece un passo indietro e scoppiò a ridere: “Sì? E cosa vorresti farmi? Violentarmi? Farmi soffrire? Lo sai che è impossibile!

Recitava bene quella parte e Fausto iniziò ad eccitarsi. La legge lo avrebbe fermato? O magari la stessa Cora sarebbe intervenuta per saziare la sua domanda? No… Nulla di tutto ciò. In quel boschetto c’erano solo lui e la ragazza che gli stava davanti: un corpo morente e una giovane in grado di dare tregua al suo strazio. Si avvicinò a lei e le diede uno schiaffo. Irene cadde a terra, ma non smise di ridere. Anzi, con il volto macchiato da un rivolo di sangue, pareva perfino più beffarda.

Fausto si avventò su di lei, ma la donna lo colpì sul ventre col ginocchio. La fitta fu lancinante e sentì un grumo melmoso risalirgli lungo l’esofago. Sputò sangue e si asciugò con la manica della camicia.

Ti voglio!” urlò “Ti desidero!

Con un gesto impulsivo le strappò la gonna e la tirò verso di sé. Irene si gettò indietro allargando le braccia: sopra di lei c’erano solo stelle, al di sotto, il luogo che fagocitava i morti per ridarli a nuova vita. Non vide neanche Fausto spogliarsi e gettarsi su di lei. Lo capì soltanto nell’istante che separa il consueto dal sublime. Si ribellò, gridò, colpì l’uomo sul viso e, dopo qualche minuto, inarcando la schiena come una canna di bambù, raggiunse l’orgasmo insieme a lui.

Fausto si lasciò cadere accanto ad Irene e le passò la mano tra i capelli. Si sentiva bene, l’eccitazione era stata estinta in un guizzo fulmineo e lo stato di benessere aveva completamente coperto il dolore persistente allo stomaco.

Mi hai strappato la gonna e sgualcito la maglietta” disse la ragazza voltandosi verso di lui “Con queste tue manie…

Non è una mania” rispose Fausto “E’ la prima volta che mi succede”.

Ci credo! Se avessi dato uno schiaffo a Cora, lei ti avrebbe certamente piantato un paio di forbici nella pancia!” Poi, capendo di aver fatto una gaffe, si corresse: “O nel cuore…

Figurati… Nella pancia va benissimo. Così fa compagnia a quell’altro piccolo fastidio. Sai, non vorrei che si annoiasse e decidesse di andare via proprio mentre inizio a divertirmi”.

Sei matto!” esclamò Irene “Ma non come quegli scriteriati che prima combinano guai e poi si pentono delle loro azioni… Tu mi piaci perché sei un matto genuino!

Fausto rise e le accarezzò il viso rischiarato dalla poca luce lunare: “Un matto genuino non può che scegliere la follia più elegante! Giusto?

Chissà… Ma riesci ad immaginare il volto di mia zia se ci vedesse in questo momento?

Non so come si sia comportata con te, ma sinceramente durante il nostro breve incontro, si è dimostrata una persona molto ragionevole”.

Irene sbuffò: “Forse lo è stata. Adesso, a dire il vero, mi sembra un po’ patetica… La persona perfetta per Cora”.

Quando siamo andati a farle visita, Cora non mi è sembrata affatto accondiscendente nei suoi confronti…” obiettò Fausto.

Vuole la sua casa, ma non rinuncia a recitare la parte della nipote con la testa sulle spalle. O forse ha cambiato opinione anche lei… In effetti non ha voluto incontrarmi. Nemmeno per farmi una delle sue ramanzine. In altri tempi Caterina avrebbe organizzato una rimpatriata a casa sua, a sorpresa ovviamente… e io mi sarei ritrovata seduta di fronte a quelle donne. Perché in genere funzionava così… Che pensi? Che stavamo come persone normali? No… Mettevano una sedia da un lato del tavolo e tutti gli altri prendevano posto di fronte a me!

Ti facevano un esame…” mormorò Fausto rimettendosi in piedi.

Sì, proprio un esame… Ma dimmi, tu che voto mi dai dopo questa faticata?

Mi tengo la riserva” esclamò l’uomo ammiccando “Adesso ho sonno. Andiamo in un albergo?

Ma no… Vieni da me. Non è un posto eccezionale, ma almeno non si paga nulla”.

I due ritornarono in macchina e si avviarono verso il paese. Nel sedile posteriore, sotto una giacca appallottolata, giaceva esanime il telefono. Fausto se ne era completamente dimenticato.


Depositato per la tutela legale presso Patamu: certificato


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