Commedia contemporanea (Parte VII)

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Parte VII

Quando giunse di fonte all’ingresso della caserma dei Carabinieri, Fausto aveva chiaro il da farsi: doveva costituirsi, non tanto per espiare la colpa dell’omicidio, ma piuttosto perché in quell’atto, scaturito da un’apparente presa di posizione della sua volontà, egli si era ritrovato invece abbandonato in balìa degli eventi, come un oggetto che non merita il privilegio di poter scegliere dove inizia e se mai finisca la sua libertà.

Raccontò sommariamente la vicenda al piantone per le denunce e questi, dopo averlo squadrato da cima a fondo, prima tentò di mandarlo via e poi, constatando che i suoi consigli non sortivano alcun effetto, lo condusse direttamente dal capitano, premettendo che a lui non era sembrato affatto malato di mente.

Un uomo che si tiene la testa mentre siede su un divano. La sua apparenza cela un forte senso di colpevolezza

Lei ha ucciso un uomo per la strada” esordì l’ufficiale “Eppure non ci risulta nessuna segnalazione di persone ricercate per omicidio. Ha controllato, maresciallo?

Sì, signor Capitano” rispose un uomo sulla sessantina che vegetava dietro una scrivania ingombra di carte “Non risultano omicidi commessi in qualsiasi parte d’Italia negli ultimi tre giorni… per fortuna”.

Ha sentito signor Marinelli? E’ sicuro di quello che ci sta raccontando? Un cadavere sotto l’insegna di un locale non passa inosservato…

Ma certo che sono sicuro!” esclamò Fausto sbattendo il pugno sulla scrivania “Secondo voi vengo qui a passare una serata in compagnia invece di andare al cinema?

Si calmi!” rispose il capitano alzando bruscamente il tono della voce “E si ricordi che se sta dicendo la verità, lei è una persona coscienziosa, ma rimane pur sempre un criminale da perseguire…

Fausto ripeté tutta la storia dall’inizio, senza omettere alcun particolare. Raccontò ogni dettaglio: l’incontro con Irene, il sesso nel boschetto, la notte insieme, il furto e così via sino al momento tragico della scoperta del suo errore.

Quindi lei è molto malato, addirittura in fin di vita, signor Marinelli?” gli chiese l’uomo ormai incapace di raccapezzarsi in quel labirinto di eventi convulsi.

Ecco, prenda” mormorò Fausto tendendogli l’ultimo referto che teneva ancora nella tasca del giaccone, l’unico posto dove Cora non avrebbe mai guardato “Può anche chiamare la clinica per accertare che quello che le dico è soltanto l’amarissima verità”.

Il capitano avrebbe voluto rispondergli che era sufficiente guardarlo in viso per convincersi al di là di ogni dubbio che la sua salute era più che mai precaria, ma si limitò a dire: “Non è il caso, basta il certificato”.

E quindi? Non mi fa arrestare?

Non ci sono gli estremi per il momento. Lasci i suoi dati al maresciallo e, glielo dico in confidenza, andando contro i miei stessi doveri, ma, per quanto mi riguarda, lei può anche allontanarsi da Roma… o anche dall’Italia…

Fausto scosse la testa: “No. No… Ma è assurdo! Trattenetemi almeno per stanotte!” urlò volgendosi verso i due militari presenti nella stanza.

Signor Marinelli” rispose il maresciallo fuggendo momentaneamente da una noia cronica “Questa è una caserma, non un hotel. Vada a casa. Se avremo bisogno di lei, verremo a cercarla”.

Si alzò come un amante sconsolato, porse al carabiniere la sua carta d’identità, attese il completamento delle formalità e uscì più stanco e deluso di prima. Istintivamente prese il cellulare e verificò che nessuno lo avesse cercato, nemmeno Cora.

La notte aveva ormai spento ogni imberbe riflesso d’estate e Fausto non se la sentì di tornare a casa. Era andato via senza dare spiegazioni, per la seconda volta in meno di due giorni e temeva le conseguenze di ogni possibile azione. Se i carabinieri lo avessero fermato, egli avrebbe potuto lasciarsi andare e riflettere sull’accaduto senza il pericolo di commettere altri errori, ma purtroppo anche la giustizia sembrava evitarlo per paura di chissà quale contagio mortale.

Prese la macchina e decise di ritornare da Irene: spiegandole ciò che aveva saputo dalla cugina, lei lo avrebbe certamente aiutato e, se non altro, gli avrebbe consentito di dormire a casa sua per quella notte. Partì senza pensarci due volte e percorse la strada buia vedendo in ogni ombra gli occhi spenti dell’ambulante, come un déjà-vu impazzito che si ripeteva senza sosta, spezzando le reni anche al più cinico degli uomini.

Aveva una colpa quel giovane? Probabilmente, ma perché questa domanda non precipitava nell’oblio, costretta a forza dallo strapotere della sua volontà? Le certezze che il giorno prima lo avevano animato, adesso che fine avevano fatto? Provava compassione? Timore? Se lo chiese ripetutamente, ritrovandosi sempre al medesimo punto di partenza. Il piano che aveva costruito era stato non soltanto mandato a monte da Cora, ma, pensandoci bene, era stata lei stessa, con quell’assurdo gesto di gelosia, a costringerlo a far capitolare quella bruttissima storia.

Se Irene avesse semplicemente restituito la collanina, probabilmente adesso egli poteva essere insieme a lei, a godersi in pace i suoi ultimi mesi di vita. Invece no! Quella donna diabolica era giunta fin lì ed era riuscita a convincere la cugina ad abbandonare i suoi propositi.

Sì, perché Irene era assolutamente convinta e se non fosse stato per un assurdo senso del dovere evocatole da Cora, lei non avrebbe mai ceduto. Ma si sa, anche nel cuore del più gelido dei criminali si cela una fiammella pronta a far scoppiare un devastante incendio ed evidentemente l’unica colpa imputabile a quella povera ragazza era quella di aver esposto il fianco troppo facilmente, sicura forse della buona fede della cugina.

Che sciocca! Ma come prendersela con lei? Si conoscevano appena e tutto quello che aveva fatto era molto al di là di ogni possibile aspettativa. No! Irene doveva essere scagionata. L’unica colpevole da perseguire senza pietà era Cora.

Quando giunse sotto casa della donna era ormai notte fonda e per strada non si vedeva più anima viva. Fausto posteggiò in un vicoletto laterale e percorse a piedi il tratto che congiungeva l’ingresso del locale con il portone di Irene. Si fermò qualche istante nel punto in cui aveva colpito l’ambulante e osservò per terra; si sarebbe aspettato di trovare macchie di sangue o altri segni evidenti della colluttazione, ma con suo grande stupore non riuscì a scorgere alcunché, come se tutto l’accaduto fosse stato soltanto il frutto rancido della sua mente malata. Fece un gesto di stizza e tirò dritto pensando ad una grassa negoziante che gettava un secchio di acqua saponata sulla macchia come se si fosse trattato del piscio di un cane.

Stranamente si sentiva più sollevato e, allo stesso tempo, innervosito per quell’apparente quanto inaspettata banalizzazione degli eventi. Suonò senza esitare il citofono e attese. Passò un minuto ma nessuno rispose. Suonò di nuovo e ancora una volta la sua trepidazione rimase inappagata.

E’ possibile che non mi senta?” pensò battendo con il pugno contro la vecchia porta di quercia “O forse ha capito che sono io e fa finta di non essere in casa? Maledizione!

Provò ancora, più per automatismo che per convinzione. Nulla. Non si udiva alcun suono. Tutti dormivano o facevano finta di farlo.

Era tardi e Fausto si sentiva oltremodo stanco: l’idea di tornare a Roma gli pesava come un macigno e, oltre tutto, rischiava pure di addormentarsi alla guida.

Già” disse sottovoce “Come se corressi veramente un grosso rischio… Un tonfo potrebbe mettere una degna fine a questo inutile strazio, proprio come scriveva Ezra Pound citando al contrario il suo amico Eliot!

Per la prima volta dall’inizio di quella vicenda, con un certo stupore, si rese conto che esisteva in lui una parte ancora attaccata alla vita. Il personaggio cinico, che non aveva battuto ciglio di fronte al referto, non era ancora riuscito ad estirpare del tutto quel senso di conservazione decisamente fuori luogo. Se ormai aveva accettato la sua sorte ineluttabile, era anche vero che essa non riusciva a spaventarlo nella misura in cui continuava a nascondersi dietro ad un telo di plastica opaca, che ne ricordava la presenza, ma sottraeva gli occhi da una vista quanto mai sgradevole nella sua chirurgica precisione.

Trappole mentali” pensò sforzandosi di essere lucido “Ma ciò non vuol dire che devo tornare a Roma. No… Non se parla proprio. Aspetto qui… Almeno finché ci riuscirò”.

Si sedette nello scalone che aveva occupato qualche ora prima e poggiò la testa sulle ginocchia. Nel giro di qualche minuto la spossatezza ebbe la meglio e i suoi sensi si persero in un sonno da moribondo.

Sognò di avere sul capo una corona strettissima. Cercava di strapparla via ma Cora glielo impediva ripetendogli che non aveva alcun diritto a perdere la testa. Fausto protestava additando quell’assurda onorificenza, ma la donna non sentiva ragioni. Tentò di fuggire. Corse senza direzione sino ad una radura circondata da alberi sempreverdi. Si bloccò ricordandosi di avere in tasca un grosso lecca-lecca rosa e giallo. Lo prese e provò ad assaporarlo, ma la plastica che lo ricopriva non riusciva a venire via.

Lo gettò a terra e iniziò a singhiozzare convinto di aver fatto un torto al medico che lo aveva in cura. Iniziò a supplicarlo di avere compassione e, in pochi istanti, si ritrovò a letto, accanto a Cora che continuava a mordergli la spalla destra. Cercò di divincolarsi, ma la presa diveniva sempre più forte. Gridò di smetterla e, caricando con tutta l’energia che aveva in corpo, diede un strattone con il braccio per scacciare quel fastidio. La strada comparve davanti ai suoi occhi ancora annebbiati. Irene era ritta di fronte a lui, con lo sguardo attonito e la collanina rubata al centro del decolté.

Cosa fai qui? Dormi per strada?” gli chiese distrattamente.

Ti aspettavo. Pensavo che fossi a casa”.

Hai suonato?

Sì, certo”.

E non ricevendo alcuna risposta hai giustamente pensato che io fossi in casa… Un ragionamento che non fa una grinza!” esclamò Irene tirando fuori le chiavi dalla borsetta.

Mi fai salire?

La ragazza si avvicinò al portone senza rispondere. Fausto interpretò quel gesto come un assenso. Si alzò lentamente, diede qualche colpo alle gambe intorpidite e la seguì senza aggiungere altro.

Bella la collanina che porti…” mormorò mentre si lasciava cadere sul bordo del letto.

Irene si voltò di scatto e aggrottò le sopracciglia come se stesse caricando una balestra: “Oh, basta! Adesso non venirmi pure a fare la morale! Non è sufficiente tutto quello che ho dovuto… che ho fatto?

Fausto sussultò: “Cosa intendi con ‘ho dovuto’? Non capisco…” le chiese risvegliato da quelle che parevano essere antiche parole magiche.

La donna scosse la testa, rimase ferma per qualche secondo e poi, come se avesse appena risolto un rebus complicatissimo, si avvicinò a lui e si sedette.

Ascolta” iniziò “Questa storia è durata fin troppo. O forse è durata poco ma io non la reggo più… Ad ogni modo, sappi che è tutta una finzione”.

Una finzione?” chiese Fausto in parte sbalordito e in parte confuso “Ma di cosa stai parlando?

Sì. Una maledettissima finzione architettata da Cora! Questo è quanto…

I suoi occhi rimasero incollati a quelli di Irene, deprivati della forza di cercare altre sagome da squadrare. Cos’era quell’incubo che aveva preso il sopravvento sulla realtà? Era davvero malato, in fin di vita o anche quella era una mediocre farsa?

Prese la mani della donna e le sussurrò: “Non capisco, Irene. Non capisco più nulla! Ti prego! Spiegati meglio!

Ma perché mi sono messa in questo casino? Perché?” disse lei alzandosi e prendendo un bicchiere di aranciata “La storia è semplicissima: è stata Cora a chiedermi di… si, insomma, di farti compagnia. Non so come, ma lei sapeva che stai male…

Lo sapeva? E come faceva a saperlo? E’ impossibile! Assolutamente impossibile!

Non lo so, Fausto. Non lo so. Lo sapeva e basta. E se non fosse stato per il suo tono supplichevole e lo scenario apocalittico che mi ha dipinto, io certamente l’avrei mandata al diavolo… Credimi”.

Quindi la prima finzione era proprio il falso disinteresse? No, certo che no. La prima finzione era stata la sua: il tentativo assurdo di nasconderle una verità che invece avrebbe dovuto senza dubbio condividere con lei. Ma lui aveva agito in buona fede, non desiderava darle un peso così grande, costringendola magari a lasciarlo solo con il rimorso di non aver fatto il suo dovere. Tuttavia, a prescindere dall’origine di quel marasma, restava ancora in piedi, come un’imponente statua del regime sovietico, il suo inestricabile sviluppo. Fin dove arrivava? Esisteva una stella fissa in quell’immensa distesa di assurdità? In quel momento, l’unica certezza era rappresentata da Irene; vere o false che fossero le sue intenzioni, lei era la sola persona sufficientemente neutrale, se non altro perché lo aveva conosciuto soltanto il giorno prima.

Ma cosa ti ha detto esattamente Cora?” le chiese.

Nulla di particolare, non farti venire strane idee. Mi ha parlato di te, sommariamente e mi ha raccontato che avevi appena scoperto di stare molto male e che desiderava fare qualcosa per te. Qualcosa di diverso, che ti potesse veramente fare sentire bene. E così ha pensato di chiamarmi…

Ma non eravate nemiche giurate? E poi, cosa vuol dire che voleva fare qualcosa di diverso?

La nostra inimicizia era parte della finzione, così come molte sue esagerazioni” rispose Irene ormai rassegnata a confidarsi senza alcuna remora “Anche se i nostri rapporti non sono stati affatto limpidi ultimamente e veramente ho cercato il suo aiuto attraverso Caterina. In effetti le ho combinato qualche pasticcio in passato ed è per questo che mi sono sentita in debito con lei quando mi ha anticipato il tuo desiderio di incontrarmi… Ma non temere, non mi ha chiesto nulla di scandaloso. Dopo una lunga chiacchierata, mi ha soltanto detto che voleva vederti libero almeno durante l’ultimo periodo…” pronunciando quelle parole s’interruppe bruscamente quasi come se un tremendo senso del pudore l’avesse costretta a ravvedersi prima di compiere un altro gesto scellerato.

Durante il mio ultimo periodo…” terminò la frase Fausto per trarla d’impaccio “Puoi dirlo. Se c’è una certezza è che il mio stomaco si contorce in preda agli spasmi, quindi… stai tranquilla”.

D’accordo” continuò Irene “Comunque Cora non mi ha raccontato molto. Ha solo ripetuto più volte che ogni volta che ti osservava, si convinceva sempre più che la tua vita pareva compressa come una sardina e che era giusto che almeno una volta abbandonassi la retta via…

Fausto fece una smorfia: “Quella è davvero andata…” sussurrò guardandosi nervosamente le mani “Ma dopo che io sono partito, non hai sentito nulla di strano?

Di strano? In che senso?

Mah… Non so. Rumori? Schiamazzi? Clacson? Sirene?

Sirene?” sbottò Irene “Ma cosa dici? Adesso sono io a non capire più nulla!

Il bagliore freddo delle luci artificiali aveva creato un’atmosfera surreale: due individui continuavano a parlare ognuno credendo che l’altro fosse impazzito o, più semplicemente, l’ospite d’onore della festa di gala dell’assurdità. Entrambi strizzavano gli occhi appesantiti da quel lucore giallastro e muovevano le mani come se volessero disegnare un identikit particolarmente scabroso.

Fausto, ormai con le spalle al muro, gettò la maschera: “Quando sei tornata, ho pensato che quell’ambulante ti avesse minacciata, picchiata o non so che… Sono andato su tutte le furie, forse anche perché tu mi avevi allontanato per causa sua e… per ironia della sorte, dopo un po’ che aspettavo qui sotto senza sapere cosa fare, l’ho visto accanto all’ingresso di quel localino all’angolo della strada. E’ stato più forte di me, Irene… Credimi! Ho preso un sasso e mi sono avvicinato. Volevo soltanto mettergli paura, ma lui pareva così dannatamente rassegnato… Oh mio Dio! Quando ci ripenso, mi vengono i brividi. Si può arrivare a tanto? Si può?

Ma si può, cosa?” lo incalzò la donna capendo che ormai tutta la faccenda le era sfuggita di mano.

L’ho ucciso, Irene!” esclamò Fausto iniziando a singhiozzare “L’ho colpito con la pietra e l’ho lasciato per terra… agonizzante!

Irene scattò in piedi urlando: “Cosa hai fatto?

Sono stato un idiota…” rispose Fausto avvicinandosi a lei e tendendole le braccia “Un idiota! Ma sono andato a costituirmi. Purtroppo i carabinieri non mi hanno creduto… O, perlomeno, non hanno ritenuto necessario arrestarmi. Credo che stiano facendo i loro accertamenti e, prima o poi, capiranno di aver commesso un grosso errore” si lasciò cadere nuovamente sul letto e osservò la donna con uno sguardo di incondizionata rassegnazione “Un errore… Ma quale errore? Io sto morendo, Irene! Sto morendo! Non sono una minaccia per la società, o almeno credo, e molto prima che un magistrato possa iniziare la sua trafila burocratica, io sarò sotto terra…

E questo ti autorizza ad ammazzare un uomo?” continuò a gridare Irene “Tu sei completamente matto! Quel ragazzo non mi conosce neppure!

Lo so. Lo so…” cercò di tranquillizzarla “Quando sono tornato a Roma, ho visto Cora e lei mi ha raccontato…

Si fermò di scatto, come se una paralisi avesse iniziato la lenta opera di demolizione di quel corpo: “Ma se è tutta una finzione” disse sottovoce “Anche quella era una storiella inventata per perpetrare l’inganno…

Irene capì immediatamente a cosa si riferiva e, per la prima volta, si mostrò molto più disincantata di lui: “Se ti riferisci al mio incontro con Cora” rispose “Stai tranquillo… Era verissimo. Avevamo deciso di vederci perché lei doveva darmi dei soldi. Io non sono ricca e per tenerti qui avevo bisogno del suo aiuto… Quando l’ho incontrata, però, ho iniziato ad aver paura. Le ho detto del tuo furto e che… che non me la sentivo di recitare ancora quella parte. Mi sembravi matto! Prima desideravi fingere uno stupro, poi derubavi un morto di fame… e poi? Già… Il poi è avvenuto… Hai ammazzato un uomo innocente e che per di più aveva subìto un torto! No, no… Devi andare via subito. Subito! Nessuno sa che sei qui, a parte lei. Torna dai carabinieri. Supplicali. Grida. Prendili a calci. Fai qualunque cosa purché ti arrestino immediatamente…

Fausto non rispose: Irene aveva ragione. Quella storia, che egli pensava di dominare, si era rivelata molto più insidiosa del previsto e lo aveva soggiogato come un ragazzino senza esperienza. Non si poteva riportare in vita l’ambulante, non si poteva correggere il passato, ma forse era ancora possibile evitare un altro disastro.

Si alzò, prese le sue cose e si rivolse alla donna: “Quell’uomo forse starà meglio adesso…” disse sorridendo con la freddezza di un mascherone cinese.

Vai via!” gridò lei puntandogli il dito “E vergognati per tutto quello che hai fatto!

Vado, vado… Mi permetti almeno di ringraziarti?

Prego!” esclamò Irene “L’hai fatto. Adesso puoi tornare a Roma”.

Ma non posso…

No!” lo interruppe lei con gli occhi umidi e le labbra tremolanti “No! No! Vattene!

Una macchina che viaggia su una strada in mezzo al deserto

Epilogo

La via di quell’ultimo ritorno gli apparve diversa: le curve sembravano artisti dismessi che si recavano lentamente nei locali aperti sino a notte fonda. Le sagome immobili degli alberi dipingevano quadri senza titolo né cornice e le poche luci in lontananza erano solo fiammelle accese lungo vie impercorribili.

Irene era morta. Il suo sguardo terso, i capelli di seta ebano, gli occhi dispersi negli abissali vortici di un caleidoscopio: ogni suo frammento era inerte, come un fiammifero bruciato. Di lei rimaneva solo un mulinello di fumo che il vento non era ancora riuscito a spingere fuori dall’abitacolo della macchina.

Il cancro, il dolore e il sangue che risaliva lungo la china del suo essere erano soltanto inutili vestigia di un’esistenza defraudata del suo senso. Il latore di esso, vecchio come un mercante disperso in un dedalo di paesi senza nome, aveva abbandonato lo scettro del suo ruolo ad un corteo di folli commedianti. Cos’erano ormai una mano tesa, una parola sospesa nel vuoto di un discorso appassito, una promessa, uno slancio di apparente volontà? Silenzi. Erano soltanto silenzi. Silenzi sullo sfondo di una musica in costante attesa di essere suonata.

Ma l’ambulante steso a terra, con un rivolo di sangue che gli scendeva dalla tempia, era più che mai reale. Freddo come il selciato che seguitava a baciare con la più ingenua e tormentosa delle passioni. E Cora? Che cos’era Cora? La sua amante? Una donna da possedere? Una tra le altre? No. Cora era soltanto la cugina di Irene, la nipote di Caterina, colei che aveva letto tra le righe di quel libro tanto criptico e aveva forse saputo interpretare i sorrisi, i singhiozzi, i silenzi come ciò che essi realmente erano.

Tra la pantomima di uno stupro e lo strazio di un giovane innocente, Cora rimaneva l’unico faro che ancora mandava luce in un mare senza orizzonti. Era il non-senso il senso di quella vita ormai costretta a rendere conto di ogni respiro, e Cora, dal buio di una caverna, aveva lasciato che il suo canto risvegliasse ogni creatura sopita, affinché nulla mancasse alla prima ed ultima di quello spettacolo con un unico attore pietrificato e reso muto da un fragore che solo lui poteva udire.

Quando arrivò a Roma, era ormai notte inoltrata e per le strade c’erano pochissime vetture. Non sapeva cosa avrebbe fatto, né con chi avrebbe parlato. Si diresse verso casa: non aveva più ragioni per scappare e si sentiva troppo stanco per seguire qualunque altra via.

Posteggiò non lontano dal palazzo e iniziò a camminare come se i piedi fossero zavorrati con catene d’acciaio. Vide il profilo del suo balcone, con le due portefinestre che si aprivano su di esso: c’era buio all’interno.

Non appena mise piede a casa, ebbe uno spasmo all’altezza dello stomaco e, meccanicamente, come un uomo che si è appena risvegliato da un incubo, chiamò: “Cora!

Nessuno rispose. Si udiva solo il ticchettio instancabile di un orologio da parete. La donna era definitivamente andata via. Forse verso il Brasile, l’Indonesia o le Hawaii, o forse solo a pochi metri da lui. In entrambi i casi, era immensamente distante e di lei non restava che un ricordo fatiscente. Non c’erano sue fotografie in quella casa e mai ce ne sarebbero state.

Fausto si lasciò cadere sul divano e chiuse gli occhi. “Patetica!” gli disse Cora indicandogli il volto rinsecchito di Caterina “Usa le foto per indebolire il suo amore… Che donna sciocca!

In lontananza, come una risata dispersa nella nebbia, una sirena si premurava di andare a soccorrere un’emergenza.


Depositato per la tutela legale presso Patamu: certificato


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