Commedia contemporanea (Parte VI)

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Parte VI

L’incontro con Cora avvenne in modo completamente diverso da come Fausto si aspettava. Durante il viaggio aveva ripetuto a mente le battute decine di volte e quando le prime luci di Roma lo avevano accolto con noncuranza e altezzosità, egli era ormai certo che ogni parola sarebbe stata tratta da un copione già scritto.

A dispetto di ogni previsione, scorse Cora sulla via di casa, mentre trafelata e pensierosa raggiungeva il portone del palazzo ove egli, qualche anno prima, aveva preso in affitto l’appartamento di cui adesso non si curava minimamente.

Oh! Sei qui dunque!” esclamò sobbalzando come se avesse visto un fantasma.

Uomo che bacia la sua donna sulla fronte

Difficilmente Fausto provava imbarazzo, ma in quell’occasione si sentì come un ragazzino scoperto in procinto di marinare la scuola.

Già” le rispose con un mormorio confuso “Credo di avere ancora il diritto di tornare ogni tanto a casa mia”.

Cora fece una smorfia: “Certo, certo…” ripeté abbassando lo sguardo per evitare quella vista tanto incresciosa “Ma dimmi, desideri tornare anche da me o preferisci restare solo? Posso sempre andare a dormire da un’amica se la mia presenza ti disturba”.

Fausto annuì e infilò la chiave nella toppa del portone. Salirono entrambi in silenzio e fecero ingresso nell’appartamento.

Innanzi tutto…” esordì volgendosi verso la donna.

Innanzi tutto” lo interruppe Cora “Il tuo comportamento è a dir poco assurdo! Ti offri per parlare con quella schifosa di mia cugina, vai da lei, scompari per un giorno, mi chiami per dirmi che lei ti ha rubato il cuore e, alla fine, torni qui e sembri un cadavere ambulante! Perché mi fai questo? Perché? Ti sembro una poco di buono da trattare a pesci in faccia?” e scoppiò a piangere tendendo le braccia verso quel corpo piegato e dolorante.

Fausto fece finta di nulla e continuò il discorso che aveva iniziato: “Hai ragione sui fatti, ma non posso permetterti di pensare il falso. Stavo per dirti che non sono tornato qui perché mi sento in colpa, anche perché non è successo nulla che possa suscitare simili ripensamenti…

Dopo le ultime parole, si fermò come se si fosse reso conto che nel dispiegarsi armonioso di una sinfonia fosse stata inserita una sequenza cacofonica e discordante di note. Cora lo fissava disgustata, incapace di comprendere come mai restasse immobile di fronte ad un uomo che ormai la trattava come un oggetto inservibile.

Ma perché sei così cattivo?” gli chiese piangendo “Ti costa così tanto dirmi che sei tornato perché mi ami? Quello che è successo non m’interessa. E’ successo… Adesso seppelliamo tutto e ricominciamo dall’inizio”.

Proprio tutto…” fece eco Fausto passandosi una mano sulla fronte sudata.

Tutto. Tutto. Irene ha già causato fin troppi danni. E io sono stata una sciocca…

Ma di quali danni parli? Irene è ignara di ogni cosa!”.

Pronunciò quella frase come se Cora fosse consapevole di tutti i dettagli e realizzò la sua défaillance, non tanto dall’eco delle parole che fluttuavano nell’aria in attesa di un pozzo ove annegarsi, ma piuttosto dagli occhi per nulla sorpresi della donna.

Prima di continuare” esclamò Fausto “E’ giusto che ti racconti di un fatto… E ti dico subito che ho bisogno del tuo aiuto. Nulla di strano, s’intende, e forse non ce ne sarà neanche bisogno, ma non posso rischiare. Capirai…

Non preoccuparti. Ormai è tutto chiarito. La faccenda della collanina è stata un rospo troppo grosso da ingoiare. Troppo grosso… Credimi”.

Fausto divenne rosso e sentì le pulsazioni sfondargli le tempie: “Cosa?” sbottò alzando bruscamente il tono della voce “Come fai a sapere della collanina? Come?

La donna piegò il capo strizzando gli occhi: “Ma cosa dici?” rispose palesemente stupita per quell’osservazione “Cosa ne so io? Ma se è stato tramite la zia Caterina che tu l’hai saputo! Ti senti bene? Dal tuo sguardo sembra proprio di no…

Il peso del pericolo venne meno e Fausto rimase senza parole di fronte a quell’equivoco. Riuscì solo a rispondere: “Sì, certo… Una distrazione, scusami. Ma perché tirare in ballo ancora quella vecchia storia?

Vecchia proprio non direi, visto che stava per ripresentarsi…

Non ti seguo” disse Fausto “Che cosa intendi dire?

Cora si sedette in una poltrona e accavallò le gambe. Lo puntò con gli occhi ancora screziati di lacrime e gli rispose: “Intendo che se non fossi intervenuta per rivendicare un mio diritto, a quest’ora Irene ti avrebbe trascinato in un baratro per poi abbandonarti nel fondo e fuggire via”.

Tu? Tu sei intervenuta?

Eh già… Quando ho capito che mia cugina ti stava convincendo a lasciarmi per chissà quale avvenire, ho preso la macchina e sono andata al paesino per parlarle. L’ho trovata per strada, proprio mentre mi avviavo al portone. Abbiamo parlato a lungo, mi è sembrata diversa, cambiata indubbiamente, e forse anche più assennata. Non ha negato di averci provato con te… E, alla fine, senza nessuna resistenza, mi ha promesso che non sarebbe andata oltre. Non posso certo lamentarmi: ha mantenuto la parola visto che adesso sei qui…

Fausto rabbrividì. La naturalezza di quelle poche parole spaccò in due la sua certezza e lo mise di fronte alla più rude impotenza. Gli occhi dell’ambulante gli apparvero come le effigie nebulose di un fantasma: lo fissavano lasciando riverberare un esasperante “Perché?

Già, perché? Per la sua volontà di potenza? Per il suo malessere? Per Irene? Per uno strano senso di giustizia? No. La verità era ben altra: quella beffa pareva essere il portabandiera di una casualità selvaggia, che vinceva sempre e comunque, al di là di ogni calcolo e preghiera. Lui, Fausto Marinelli, era stato preso in giro da una parte di sé che era rimasta nell’ombra, a volte silenziosa, a volte esagitata, attendendo il momento giusto per piegare ancor di più la statuaria certezza di quell’uomo già tanto vulnerabile.

Tu…” disse con un filo di voce “Dunque sei stata tu!

Io cosa?” rispose Cora ignara di quali conseguenze avesse avuto il suo impeto di gelosia.

Nulla! Nulla! Tu nulla!

Prese il giaccone, le chiavi della macchina e uscì senza aggiungere altro. La donna continuò ad osservarlo in silenzio, come una moglie affranta che segue le spoglie del marito lungo l’oscura scia del barcone di Caronte.


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