Adam Kadmon e Adam Beliyy’al

L’uomo archetipico creato, modellato e bilanciato sull’albero della vita, l’Adam Kadmon, sin dai primordi, prima della contrazione dell’Ain Soph (il vuoto ineffabile), e successivamente alla sua espansione nella forma di emanazione ordinata e finalizzata, ha rappresentato il concetto meta-umano per eccellenza: il modello da cui l’Adamo in carne ed ossa, ospite nell’Eden in Malkuth, era stato plasmato.

Ma l’umano, voluto “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1, 26-27) non fu, con le parole del sommo poeta, “fatto per viver come bruto” e le “provocazioni” del serpente, simbolo della vita più nascosta che, con il suo guizzo fuoriesce dal grembo della Terra per mostrarsi come anima primordiale d’ogni coscienza evoluta, divennero ben presto non un invito ma un vero e proprio imperativo categorico.

Rappresentazione dell'Adam Kadmon

L’albero della vita, piantato ad est, non poteva restare l’unica “consolazione” per chi anela a ritrovare la sua innata natura e quindi, in ultima analisi, a ri-deificarsi, e le spire di quel serpente, avviluppate verso nord, direzione da cui viene il male (semplicemente perchè meno illuminata) indicarono ben presto che lo scopo dell’Eden era insito nel suo superamento drammatico, nella separazione del neonato dalla madre, nella partogenesi equivalente al primo passo iniziatico: la morte, la putrefazione, l’intero cammino alchemico e la rinascita verso quella che è solo un’apparente oscurità ma che, in realtà, nasconde il seme della vera conoscenza.

Adamo precipita nell’abisso e così anche l’Adam Kadmon, prima completamente irraggiato dalle Sefiroth superiori, si abbassa -insieme all’intero mondo di Assiah- verso il limine di Malkuth, la Qliphot Lilith, punto dal quale esso inizierà a divenire l’Adam Beliyy’al, l’archetipo “oscuro”, malvagio, negativo, in quanto non più orientato alla risalita verso Kether ma piuttosto “ingabbiato” in tunnel occulti e colmi d’ogni potenzialità di male.

E’ inutile dire che le descrizioni “orrende” della fine dell’Adam Kadmon sono tanto più malevole, quanto più s’intende allontanare l’uomo dalla gnosi e dal coronamento del suo fine ultimo, ovvero, non la sottomissione ad una qualsivoglia divinità creatrice, ma il ricongiungimento, paritario e equivalente, con la medesima sostanza da cui tutto è generato. L’Adam Beliyy’al non è l’archetipo dell’assassino, del ladro, del malefico generale che ordina stermini e stupri, esso è “soltanto” il contraltare ad un’iniziazione verso un’apparente luce monistica (che tuttavia tradisce subito il suo dualismo a livello di Assiah), al fine di rendere l’uomo un “ciclope”, ovvero un essere già semi-divino ma con la consapevolezza piena che il superamento finale del dualismo non può prescindere dal buio dei mondi qliphotici.

Mondi che, secondo il purismo ortodosso, sarebbero luoghi di perdizione ove il povero smarrito viene divorato dai demoni più agguerriti, ma che invece, dopo un primo terrore (analogo a quello previsto dal motto alchemico V.I.T.R.I.O.L. – Visita Interiora Terrae et Rectificando Invenies Occultum Lapidem), inizia a realizzare l’essenza della sua più intima natura: la conoscenza che gli aprirà le porte della percezione e della più profonda gnosi.

Aborrite il male, dunque, se ciò è limitazione, privazione della libertà d’espressione, volontà di non far vedere, di vietare!

Aborrite il male di chi dona “Paradisi terrestri” ove esistono alberi da cui non si può mangiare. Mangiate piuttosto da quegli alberi. Mangiatene e rendetevi dei, pagando anche il prezzo di un’apparente oscurità, un buio che, attraverso il vostro stesso percorso, trasformerete ben presto in un un universo di luce pura e mai adulterata dalle ideologie!

Adam Kadmon e Adam Beliyy’al si abbracciano, nell’eterna volontà di realizzare finalmente “il miracolo della cosa una” di ermetica memoria.

Testo di riferimento:

Sale
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